Trump e gli ideali perduti

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Trump presidente degli Stati Uniti d’America non è solo la vittoria di un pericoloso populista, razzista e xenofobo. E’ la testimonianza ormai inequivocabile che le categorie della politica così come sono state concepite fino a questa notte sono morte definitivamente.

Negli States un personaggio inqualificabile non solo ha conquistato la Casa Bianca, ma il partito repubblicano ha ottenuto la maggioranza sia al Congresso che al Senato. Il Paese si avvia così a precipitare in un incubo oscurantista senza precedenti.

Come la Brexit il successo di Trump conferma la fine della cosiddetta sinistra (come fino ad oggi è stata interpretata) e permette l’affermarsi tra i cittadini di un sentimento di paura e di dissenso per le politiche della globalizzazione e contro il dominio della finanza che si rifugia in un fascismo rivisitato per trovare scampo.

Non aver saputo reagire per tempo con una proposta concreta e moderna ai disastri prodotti dalla grande recessione e dalla crisi economica mondiale del 2007 alla fine premia non solo negli Usa, ma anche in Europa, chi vendendo illusioni cerca nel protezionismo, nel nazionalismo, persino nella supremazia ‘bianca’ e ‘cristiana’ la soluzione all’impoverimento, in particolare della classe media.

Il progressismo diventa allora l’unica risposta in grado di frenare l’avanzata populista e di estrema destra ormai dilagante. Progressismo e non socialdemocrazia o peggio ancora radicalismo post comunista.

Si deve trovare il coraggio di raccontare ai popoli la forza dell’uguaglianza, della libertà, dell’accoglienza, della indispensabilità dello stato sociale, dei diritti civili, di una morale laica e non giudicante, di un sistema politico non ‘efficentista’ , ma ‘solidale’, della curiosità per l’innovazione e per la ricerca, della disponibilità ad imparare da quello che sta arrivando e non da quello che è stato ‘predetto’ dai ‘saggi’ (pur rispettabili) di una epoca che non c’è più. Questi ‘valori’ sono l’unico strumento per restituire ai cittadini un sogno, un ‘new deal’, in grado di sconfiggere quella paura che suppone di vincere se stessa a colpi di razzismo, nazionalismo ed egoismo.

Si deve tornare a proporre ai cittadini l’idea di condividere tutti insieme il lavoro di ricostruzione del mondo. Specialmente adesso che il bisogno di pace e di dialogo sono indispensabili per curare un pianeta molto malato in tutti i sensi. Non muri e confini, ma corridoi e divisione delle ricchezze.

Dopo il tonfo isolazionista inglese ed i disastri nell’Europa ex comunista ed in Russia adesso l’incubo Trump. E domani la prossima probabile affermazione del Fronte nazionale in Francia e di altre formazioni reazionarie o integraliste in altri luoghi. Nel mondo è arrivato il momento di trovare coraggio.

Sapendo bene che per i prossimi anni dagli Stati Uniti arriveranno l’agghiacciante messaggio del conservatorismo assolutista del Tea Party e la demagogia petulante di un rozzo e violento maschilista.

La sconfitta di Hillary Clinton, poi e non si dimentichi, è anche la sconfitta di una donna, la prima a concorrere per la presidenza del Paese più potente del pianeta, e la vittoria di un macho dei peggiori. Ed anche questo molto deve far riflettere. Specialmente le donne che probabilmente debbono trovare nuove idee e linguaggi per affermare i propri diritti.

Ci sarà da pensare molto, ma anche in Italia si rischia di precipitare nel nullismo indefinito della demagogia.

E non per la pur confusa identità del M5S, ma per la volontà di un presidente del Consiglio che volendo ‘semplificare tutto’ in realtà cerca di togliere ai cittadini il diritto di voto e la possibilità di decidere per sostituire se stesso alla volontà del popolo.

 

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