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“La Festa non si vende”: la Filcams-Cgil chiama allo sciopero

Autore: . Data: mercoledì, 1 maggio 2013Commenti (0)

cassieraIl Primo Maggio, che sembra ormai la ‘festa’ del non-lavoro, vedrà a Perugia il corteo più importante, alla presenza dei tre leader di Cgil, Cisl e Uil.

Camusso, Bonanni e Angeletti manifesteranno nel capoluogo umbro, che all’inizio di marzo è stata teatro di un “dramma del lavoro”, come hanno sottolineato i sindacati motivando la scelta: due impiegate della Regione sono state uccise da un imprenditore, che poi si è suicidato. La vicenda “è diventata un simbolo della necessità di restituire centralità al lavoro”.

Una centralità ormai inesistente, così come dimostra un’altra vicenda che vede protagonista proprio una categoria sindacale “di frontiera”, la Filcams-Cgil, che ha indetto per oggi lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio in molte città italiane dopo che la protesta era già stata messa in atto per il 25 aprile.

In occasione delle due giornate di festa, infatti, è proseguita la battaglia delle organizzazioni sindacali e dei dipendenti del settore “contro la totale liberalizzazione delle aperture domenicali e festività, autorizzata dal governo Monti attraverso l’articolo 31 del decreto Salva Italia”.

“La festa non si vende, si vive”, è lo slogan: dopo oltre 12 mesi dall’entrata in vigore del decreto Salva Italia e della deregolamentazione data dal sistema delle liberalizzazioni, il bilancio di quanto avvenuto nel settore non può essere positivo.

“In questo periodo – afferma la Filcams in una nota – la profonda innovazione con cui veniva promossa e accolta da molte parti la norma sulle liberalizzazioni mostra il suo vero volto e le sue contraddizioni: le liberalizzazioni non hanno creato occupazione aggiuntiva nel settore, non hanno creato ulteriore ricchezza per le aziende, recupero di produttività-redditività, non hanno prodotto miglioramenti per le condizioni di reddito e di vita delle lavoratrici e lavoratori”.

I dati ufficiali tra l’altro parlano di un altro ‘risultato’: la chiusura di migliaia di esercizi commerciali nel 2012 e nel primo trimestre del 2013, in una logica di concorrenza sempre più aspra a cui le piccole e medie strutture di vendita non riescono a far fronte rispetto alle grandi catene commerciali. Le quali a loro volta stanno comunque soffrendo per effetto di una crisi che acuisce i suoi effetti.

Il versante che parla alle lavoratrici e lavoratori è ancora più drammatico: nell’ultimo periodo si sono persi centinaia di posti di lavoro e continua il ricorso agli ammortizzatori sociali, dalla cassa integrazione al contratto di solidarietà. Le liberalizzazioni hanno espanso il tempo ed invaso ogni spazio peggiorando le condizioni di vita, sempre più condizionata dalla spirale del ‘sempre aperto’ con nuove e continue riorganizzazioni dei turni di lavoro e di acutizzazione di un ritmo che deve garantire l’apertura e il servizio 365 giorni l’anno.

Tra l’altro il costo per sostenere il ‘sempre aperto’ verrebbe scaricato sulle lavoratrici e i lavoratori: “Per molti dipendenti – prosegue il sindacato – le aziende chiedono di rivedere le condizioni di riconoscimento economico dettato dalla contrattazione integrativa aziendale o territoriale, cercando di contenere il costo del lavoro, e per quei lavoratori che ‘hanno l’obbligo del lavoro domenicale’ c’è l’aggravante di non avere più la disponibilità di un giorno festivo durante l’anno”.

E’ necessario, conclude la Filcams, ripristinare un sistema che restituisca alle amministrazioni locali “una corretta programmazione anche delle aperture; per evitare che le liberalizzazioni rappresentino solo un costo sociale”.

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