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Il Pd affonda nella rissa

Autore: . Data: lunedì, 6 maggio 2013Commenti (0)

PDI democratici sono travolti da una guerra interna per bande. Tra offese ed insinuazioni la politica è scomparsa e si combatte per un potere sempre più aleatorio.

Un partito politico progressista dovrebbe possedere un ideale comune ed avere un blocco sociale omogeneo che lo vota. Per blocco sociale si intende l’alleanza tra forze sociali differenti che sulla base di un programma codiviso di cambiamento indicano e si impegnano per costruire un nuovo modello di società.

Il problema del Pd è che in pochi anni quella formazione, frutto della ‘fusione a freddo’ tra i cattolici della Margherita e gli ex comunisti dei Ds, invece di trovare una propria identità esclusiva ha dato vita ad un numero imprecisato di correnti interne l’un contro l’altra armata, rigorosamente prive di idealità ed interessate solo al potere.

Se fosse un’azienda dei democratici si potrebbe dire che si avviano verso la liquidazione. Il partito, infatti, ha perso strada facendo un mare di voti: dai 12.095.306 milioni di elettori alla Camera, il 33,18 per cento, e gli 11.042.452 al Senato nel 2008, agli 8.642.700 di elettori alla Camera, il 25,41 per cento, e gli 8.399.991 al Senato, il 27,43, nel 2013, le ultime politiche.

Un tracollo da tre milioni di voti circa ed 8 punti percentuali spariti nel nulla, segnali inequivocabili di un fallimento.

Un partito raccoglie voti per due motivi principali. Il primo è nella sua capacità di attrarre consensi grazie al fascino della proposta politica, il secondo è per la ricaduta sociale che la sua rete organizzativa riesce a produrre.

La storia della Dc a questo proposito è emblematica. Quello democristiano era un partito apparentemente senza elettori, perchè in qualsiasi sondaggio o ricerca trovare un cittadino che dichiarasse di votare per lo scudo crociato era quasi impossibile. Eppure i democristiani hanno sempre vinto le elezioni e governato o partecipato ai governi del Paese ininterrottamente dal 1945 (dal 1947 senza le sinistre) al 1993.

I dc avevano a sostenerli una colossale rete clientelare. I suoi parlamentari ‘curavano gli interessi’ di centinaia di migliaia di cittadini. Dai piccoli piaceri alle ‘letterine di segnalazione’ (raccomandazioni) si fornivano aiuti di ogni genere e si raccoglieva riconoscenza.

Nel Pci, invece, l’adesione era ideale e venivano isolati quelli che consideravano il partito ‘un ufficio di collocamento’ (almeno fino agli anni ’80) ed il consenso elettorale era assicurato dalla dedizione dei militanti, sempre alla costante ricerca di nuovi sostenitori.

Oggi il ‘nuovo’ centro sinistra ha un tasso di idealità quasi pari allo zero e non sono pochi i settori di quell’area che considerano i ‘sognatori’ dei perditempo. Sono i ‘pragmatici’ a prevalere ed il grande successo di un personaggio dalla cultura politica molto fragile come il ‘rottamatore’ Renzi è la dimostrazione concreta della confusione indotta da chi in nome della lotta alle ideologie ha affermato l’ideologia della concretezza fine a se stessa.

Oggi il Pd si sostiene in gran parte grazie alla presenza molto ramificata del partito nelle amministrazioni pubbliche locali e nazionali ed alla vasta rete di suoi rappresentanti sistemati in posti di potere nelle banche, nelle municipalizzate, in società miste o pubbliche, enti, università  ASL e cooperative. Una ragnatela che, come quella democristiana di un tempo, produce riconoscenza e voti.

Tuttavia, la crisi, il sempre minor spazio di manovra clientelare dovuto alla diminuzione di posti lavoro e le difficoltà nelle quali si dibattono le famiglie italiane stanno erodendo anche lo zoccolo duro di chi ‘usa’ il partito per ottenere un qualche vantaggio e così gli elettori diminuiscono. Anche perchè motivi ideali per continuare a votare Pd, una babele di gruppi e gruppetti, ce ne sono pochi.

Le tribù  dopo le tragedie prodotte dalla gestione Bersani, gli errori a raffica, i franchi tiratori e le dimissioni del gruppo dirigente adesso si preparano all’ennesimo scontro, quello del prossimo congresso del quale la data però è ancora incerta.

In questi giorni, nell’attesa dell’ennesimo show down finale, si dovrebbe decidere se eleggere un segretario nuovo vero e proprio o se dotarsi di un ‘reggente’ o di un ‘gruppo di garanzia’.

Così i militanti dei singoli gruppi e gruppetti si lanciano ingiurie ed offese di ogni tipo, configgono su aspetti procedurali minori, si dichiarano a favore o contrari (la maggior parte) al governo Letta, ma non riescono a spiegare a quale blocco sociale intendano rivolgersi e soprattutto come immaginano la società che intendono costruire.

Nel recinto del Pd convivono liberisti e socialisti, laici e cattolici, progressisti e conservatori. Un quadro talmente disomogeneo che la sua sopravvivenza è giustificata solo dalla necessità di mantenere in vita la rete di potere, ormai unico vero collante che evita scissioni. Rompere il partito, infatti, non garantirebbe più a centinaia di persone la permanenza in sicuri posti di lavoro lottizzati.

Se si guarda la ‘nuova leva’ del Pd, i volti nuovi, si rimane infine sbalorditi. Si tratta di gente senza alcun radicamento sociale, ignoti ai cittadini e cresciuti nei corridoi del partito. Civati, Orfini, Gozi, Scalfarotto, Fassina, Marini o un altri sono un esercito di poco illustri sconosciuti, spesso senza alcuna specializzazione professionale.

Il Paese, intanto, travolto da una crisi senza precedenti, ha bisogno di forze politiche in grado di guidarlo fuori dal tunnel.

In queste condizioni l’impresa pare ardua. Almeno per la sinistra italiana.

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