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Il lavoro dannato, nelle periferie e a casa nostra

Autore: . Data: mercoledì, 22 maggio 2013Commenti (0)

Bangladesh_strage_lavoroOltre 1100 morti, il 24 aprile in Bangladesh, in uno dei più gravi “incidenti” della storia moderna. Una tragedia finita già nel dimenticatoio.

Il Novecento esordì a New York con il terribile incendio alla Triangle del marzo 1911 dove morirono 146 esseri umani, soprattutto donne emigrate dall’Italia e dall’Est europeo. I proprietari avevano chiuso a chiave l’opificio per controllare meglio le operaie e gli operai. Costoro se la cavarono con una semplice multa. Viene richiamato anche quell’evento per la Giornata mondiale della donna il giorno 8 marzo.

Con un balzo di circa un secolo, il 24 aprile scorso c’è stato il crollo dell’edificio Rana Plaza nella periferia di Dhaka nel Bangladesh, costruito dove prima c’era una palude e per ospitare uffici e abitazioni e invece usato per varie fabbriche di confezionamento abiti per subcontraenti di vari marchi internazionale, tra i quali Benetton e Wal-Mart. Il giorno prima alcuni ispettori avevano riscontrato lesioni strutturali dell’edificio (per le vibrazioni delle macchine), ma i proprietari avevano ingiunto alle operaie e agli operai di lavorare.

Il 13 maggio si è chiuso il computo dei morti. Sono 1.127, soprattutto donne, anche bambini, e circa 2.500 feriti. Uno dei più gravi “incidenti” della storia moderna, della storia del capitalismo industriale. Rimane Bhopal, in India, del dicembre 1984 come punto di riferimento dei crimini del capitalismo, con le migliaia di vittime immediate e per gli effetti duraturi dell’isocianato di metile sul corpo umano sull’ambiente. Warren Anderson e la Union Carbide (poi Dow Chemicals) non hanno scontato alcuna condanna, quest’ultima solo pecuniaria. Alcune considerazioni sono necessarie.

In Bangladesh, ci sono solo 18 ispettori per circa 100.000 fabbriche esistenti. Ci si può organizzare sindacalmente solo a proprio rischio e pericolo. Esiste una speciale “Cellula per la gestione della crisi” della polizia e una “Polizia industriale” per controllare gli organizzatori.

Nell’aprile 2012 agenti della polizia della capitale hanno sequestrato Aminul Islam, uno dei principali organizzatori del “Centro del Bangladesh per la solidarietà operaia”. E’ stato ritrovato, il cadavere, alcuni giorni dopo e il suo corpo presentava evidenti segni di tortura. Tuttavia le proteste, gli scioperi sono stati numerosi e continuano.

Il problema è il Bangladesh, ma è anche ‘questo’ capitalismo della globalizzazione. Perché tutto si tiene; si tiene l’intero ciclo, dai campi di cotone nel Sud Est asiatico, attraverso il lavoro di tessitura e confezionamento fino all’esito “occidentale”, con marchi e commercializzazione, anche a buon mercato (Benetton, Wal-Mart, Penney, Mango ecc.).

Come a dire: tu occidentale, sacro consumatore, vuoi un abito a euro 35 (con il sovrapprofitto del “marchio”), allora dovresti sapere che chi ci ha lavorato, dal cotone al confezionamento, si prende 35 dollari al mese per 10 e più ore al giorno, non può organizzarsi sindacalmente, se non a rischio della vita, per non dire della perdita del lavoro.

E’ una febbre, un’accelerazione vertiginosa del metabolismo sociale e naturale, tipiche del capitalismo dalle sue origini, che hanno sì affrancato l’umanità da molte dipendenze, arricchendola, ma, se non curate, porteranno alla fine della civiltà.

Giorgio Riolo

 

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