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Epifani, il segretario del nulla

Autore: . Data: lunedì, 13 maggio 2013Commenti (0)

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L’Assemblea nazionale del Pd dopo le drammatiche rotture interne del post elezioni finge di trovare l’unità e rimanda tutto ad ottobre.

Nessuno è in grado più di capire quante siano le correnti interne al Partito democratico, ma sabato scorso 511 dei mille membri virtuali del gigantesco organismo rappresentativo del Pd hanno eletto con una maggioranza di 458 voti, ovvero l’85 per cento dei partecipanti alla consultazione, il candidato unico alla segreteria in sostituzione del dimissionario Pierluigi Bersani, l’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.

Per una forza politica dilaniata dalle lotte interne e che solo una manciata di giorni fa aveva impallinato con oltre cento franchi tiratori uno dei suoi fondatori impedendogli di diventare presidente della Repubblica è un record di efficienza senza precedenti.

Riassumere l’andamento del dibattito è superfluo, perché nelle cinque ore circa di dibattito non si sono segnalati interventi di rilievo e’la politica’, utilizzando un linguaggio da previsioni del tempo era ‘non pervenuta’.

Poche e sbrigative le parole sulla disfatta del partito alle ultime elezioni politiche, nessun J’Accuse contro i parlamentari che hanno contribuito al naufragio delle candidature Marini e Prodi, pochi gli accenni al fatto che oggi c’è un governo di coalizione col centro destra guidato dall’ex vicesegretario del partito, Enrico Letta, ovvero uno dei ‘pensatori’ di una campagna elettorale centrata su un obiettivo esattamente opposto e basata sullo slogan “mai con Berlusconi”.

Qualcuno degli oratori ha protestato per l’esistenza delle correnti, ma senza criticare apertamente il premier, ovviamente anche lui un capo corrente.

Letta, al quale per motivi ignoti è stato affidato il compito di concludere i lavori dell’Assemblea, ha detto nel suo intervento: “Questo non è il governo per il quale io ho lottato e quindi non è il mio governo ideale e nemmeno il mio presidente del Consiglio ideale”. Battuta ad effetto, quella del premier, specialmente nella parte rivolta a se stesso, ma che in qualsiasi altro Paese serio del mondo avrebbe indotto qualcuno a chiedergli di rimando: “Allora, se non è la formula in cui credeva e non si sente l’uomo giusto al posto giusto come mai sta lì, avendo per altro chiesto ai cittadini voti  per fare l’esatto contrario?”.

Il presidente del Consiglio ha tentato di glissare su quella possibile obiezione spiegando che è stata “l’eccezionalità di questo momento” a determinare gli eventi e la sua nomina a Palazzo Chigi.

Per Letta non è di nessuna importanza il fatto che gran parte di quella ‘eccezionalità’ sia stata procurata da una sconfitta facilmente prevedibile e causata da una gestione dissennata della campagna elettorale (guidata da lui medesimo e dall’ex segretario Bersani), da un tentativo maldestro di accordo con i grillini e da una preparazione delle candidature per il Quirinale assolutamente demenziale.

Ma ancor peggio, Letta ha aggiunto, oltre alle consuete invocazioni a ”far bene” per favorire la “ripresa del lavoro dei giovani” (senza tener conto delle centinaia di migliaia di licenziati e disoccupati ‘non giovani’ espulsi da luoghi di lavoro ormai non più esistenti in quanto chiusi per sempre), che si batterà in Europa proponendo nuove misure come, ad esempio, una “golden rule sull’abbattimento delle tasse per i giovani”.

Nessuno è in grado di specificare cosa sia e che significhi ‘golden rule’, letteralmente ‘regola d’oro’, e perché l’accanimento propagandistico nei confronti della disoccupazione giovanile si fermi quando si comincia a pensare alla sanità sempre più costosa, alla scuola sempre più scassata e, peggio, alle pensioni.

Comunque vada, infatti, i ‘giovani’ nati prima del 1983 e senza un contratto a tempo indeterminato, grazie alle varie riforme del sistema pensionistico, possono stare tranquilli: mai percepiranno dal sistema previdenziale il denaro sufficiente per vedersi garantita una vecchiaia decorosa. Gli altri, i vecchi, non sono nei pensieri del premier, anche se per loro il mondo del lavoro è chiuso per sempre e nessuno al momento sa come potranno tenere in vita se stessi e le loro famiglie senza alcun aiuto da parte dello Stato.

Letta, poi, ha voluto anche andare oltre. Dopo aver citato con orgoglio non parole di De Gasperi o Moro (è un ex democristiano) o anche di un altro qualsiasi grande politico italiano, ma avendo scandito con orgoglio e in inglese il motto della squadra di calcio del Liverpool, “We never walk alone” (noi non cammineremo mai soli), ha sostenuto che in quella certezza c’è il vero senso dell’esistenza del Pd.

Dove supponga debba andare tutta quella gente ‘in compagnia’ non è dato sapere, ma poco importa. Il premier, per dar fiato alle trombe della demagogia, ha promesso anche “la fine del finanziamento pubblico dei partiti come lo abbiamo conosciuto, sostituito da forme che diano protagonismo alla società”.

Un intendimento strano, proprio nel momento in cui i fautori dei ‘tagli ai privilegi della casta’, ovvero i seguaci di Grillo, si stanno rivoltando contro il loro guru perchè dopo solo un mese di permanenza a Roma si sono accorti che ‘la rinuncia’ tout court ai rimborsi rischia di mandarli sul lastrico insieme alle loro famiglie. La vita costa, come è noto. E soprattutto perchè in un Paese nel quale i consumi, persino quelli alimentari, si comprimono per la crisi è difficile pensare che i cittadini più deboli, il teorico elettorato del Pd, possano disporre di ‘risorse economiche aggiuntive’ per sostenere il partito.

Insomma, l’Assemblea del Pd è stato un vero show di illusionismo, nel quale le bande armate che si stanno contendendo lo scheletro di un partito defunto hanno deciso di giocarsi l’ultimo scalpo rimandando la battaglia finale al congresso di ottobre in attesa di chissà quale illuminazione divina.

Il governo, in questo spazio di tempo, cercherà di sopravvivere, ma condizionato dalle mosse del suo vero proprietario, Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere, in crescita continua nei sondaggi, già in campagna elettorale, aspetta il momento giusto per staccare la spina e per liberarsi una volta per tutti della rissosa armata Brancaleone democratica guidata da sabato pomeriggio dall’inutile Guglielmo Epifani.

Il segretario del nulla, oltre ogni ragionevole dubbio sarà l’ultimo di un partito mai nato.

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