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Andreotti, il maestro controverso

Autore: . Data: martedì, 7 maggio 2013Commenti (0)

andreottiUn altro protagonista della storia repubblicana se n’è andato. Nella banalità del presente alcuni ironizzano, altri lo insultano. Ma la bravura e l’abilità del leader democristiano sono state impareggiabili.

Nell’Italia contemporanea dei ‘vaffa’, delle rottamazioni, degli annunci demagogici, del Bunga Bunga e delle risse da avanporto la sottile ironia del vecchio capo democristiano era diventata neppure merce rara, ma vera e propria reliquia. Alla notizia della sua morte sul Web è esplosa una furia improvvisa e decine di internauti si sono lanciati in una avvilente gara alla battuta più volgare.

Eppure in due sue frasi si potrebbe riassumere l’intera vita del sette volte presidente del Consiglio, otto ministro della Difesa, cinque degli Esteri, tre delle Partecipazioni Statali, due delle Finanze ed una ciascuna per Bilancio, Industria, Tesoro, Interno, Beni culturali e Politiche Comunitarie: “Sono nato nel 1919 come il Ppi e il Fascismo. Di tutti e tre sono rimasto solo io” e poi “a parte le guerre puniche sono stato accusato di tutto”.

Tutti i giornali ed i Tg hanno raccontato di Andreotti il possibile ed anche l’improbabile. Che dire di più di un uomo diventato a soli 28 anni, nel 1947, sottosegretario di De Gasperi alla presidenza del Consiglio su pressioni del cardinal Montini, che poi sarebbe diventato Papa Paolo VI, il grande riformatore del Concilio, o l’essere stato forse il ministro degli Esteri italiano più influente di sempre?

Su di lui si sono addensati i sospetti più inquietanti, fino a sospettarlo di essere stato colluso con la mafia o persino di aver commissionato un omicidio.

Nella complicata Italia del dopoguerra le zone grigie non sono state poche e di certo l’imponente apparato clientelare della Dc ha spesso e volentieri rasentato il rischio. Consapevole di questo lui scrisse: “Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile. Ma se dovessi morire tra un minuto so che nell’aldilà non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli né della mafia. Di altre cose sì. Ma su questo ho le carte in regola”. Un’altro periodo che racconta con cinica lucidità un Paese nel quale complotti e misteri non sono mai mancati.

Di Andreotti, per comprendere quanto la politica fosse diversa, si racconta che scrivesse per tutto l’anno migliaia di bigliettini di auguri, tutti diversi uno dall’altro, che spediva poi durante le feste di Natale ai suoi elettori.

Nominato da Cossiga senatore a vita, è stato fino a ieri con Emilio Colombo, anche lui senatore a vita, l’ultimo sopravvissuto dei protagonisti di quella stagione straordinaria che portò alla nascita della Repubblica italiana.

In rete si solo letti commenti violenti, offensivi, rozzi. Gli italiani, quelli più giovani, che nulla o poco conoscono della storia nazionale e che ormai intendono la politica come un esercizio da curva nord, hanno imparato in breve tempo la pessima tendenza a ‘rottamare’, che sembra essere diventata l’occupazione principale di non pochi militanti di sinistra e non.

Però, al di là delle ombre, il senatore Giulio Andreotti, è stato un gigante della politica italiana e la sua morte lascia un un vuoto profondo. Come è stato per tutti quelli che con lui hanno per decenni occupato i banchi del Parlamento: Palmiro Togliatti, Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Ferruccio Parri, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat e tanti altri.

Un Paese che non ricorda le sue origini è un Paese senza futuro.

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