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L’improponibile candidato Rodotà

Autore: . Data: martedì, 23 aprile 2013Commenti (0)

rodotaIl giurista ha spiegato la sua posizione ed offerto una visione parziale dei fatti. Negando l’evidenza il professore sembra aver dimenticato il punto centrale dell’intera vicenda.

In una lettera di risposta ad alcune considerazioni fatte da Eugenio Scalfari, Stefano Rodotà ha scritto: “La mia candidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo? E allora bisogna parlare seriamente di molte cose, che qui posso solo accennare. È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l’esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata”.

Da giurista Rodotà dovrebbe sapere che la Costituzione repubblicana affida l’elezione del presidente ai Grandi elettori. Si tratta di parlamentari e rappresentanti delle regioni che in assoluta libertà da vincolo di mandato ed a scrutinio segreto debbono eleggere un cittadino superando i limiti imposti dai confini imposti dalle singole forze politiche. Le maggioranze richieste, infatti, sono tali che in un sistema proporzionale, pluripartitico e non presidenziale, come vollero per l’Italia i costituenti, impongono accordi ‘tra diversi’ e presuppongono la prevalenza del ‘voto di coscienza’ su quello ‘di schieramento’.

Tutte le elezioni per la presidenza della Repubblica hanno avuto un tratto comune e solo in qualche raro caso la battaglia politica non ha generato duri conflitti anche personali.

Nel caso delle cosiddette ‘Quirinarie’, Grillo ha non solo elaborato un sistema del tutto inattendibile (mistero sul numero dei votanti, sulle preferenze raccolte dai singoli votati, sul sistema informatico utilizzato e persino sulla cronaca della consultazione), ma ha dato un ulteriore colpo mortale alla nostra Costituzione.

Affermando che la titolarità della scelta del candidato è affidata ad alcuni dei presunti iscritti al M5S si è violata la libertà di mandato dei parlamentari grillini, imponendo loro non solo un nome, ma anche un voto ‘obbligatorio’ indotto da una fantomatica consultazione della quale non si conoscono i parametri fondamentali. Per di più si è negato il principio del confronto e dell’accordo con altri parlamentari, perchè la indisponibilità dei grillini stessi a discutere di qualsiasi altra candidatura proposta al di fuori di quella indicata dal Movimento è in aperto contrasto con l’intento ‘unitario’ previsto dai Padri fondatori.

Inoltre, e questo è il punto centrale, espropriando il Parlamento dalla sua prerogativa di scelta, ma affidando quest’ultima ad una specie di consultazione plebiscitaria (per altro via Web), si è voluto affermare un presidenzialismo strisciante che la nostra Costituzione non solo non contiene, ma che addirittura avversa.

Questi sono i motivi di carattere istituzionale, ancor di più che politico, che rendevano la candidatura di Rodotà inaccettabile per qualsiasi parlamentare consapevole del proprio ruolo e convinto di dover difendere la Carta.

L’ambizione di Rodotà e la sua determinazione nel privilegiare la sua figura rispetto agli interessi della difesa dell’integrità dello Stato hanno, sempre nella lettera di ‘risposta’ a Scalfari, indotto il giurista ad affermare altre stravaganze.

Ha scritto il professore: “Incostituzionale il Movimento 5 Stelle? Ma, se vogliamo fare l’esame del sangue di costituzionalità, dobbiamo partire dai partiti che saranno nell’imminente governo o maggioranza. Che dire della Lega, con le minacce di secessione, di valligiani armati, di usi impropri della bandiera, con il rifiuto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, con le sue concrete politiche razziste e omofobe? È folklore o agire in sé incostituzionale? [...] Le dichiarazioni di appartenenti al Movimento 5 Stelle non si sono mai tradotte in atti che possano essere ritenuti incostituzionali, e il loro essere nel luogo costituzionale per eccellenza, il Parlamento, e il confronto e la dialettica che ciò comporta, dovrebbero essere da tutti considerati con serietà nella ardua fase di transizione politica e istituzionale che stiamo vivendo”.

Singolare la tesi di Rodotà: siccome esisterebbero dubbi sull’essere ‘costituzionale’ di alcuni si può sorvolare sui dubbi indotti da altri. Il M5S è un Movmento privo di qualsiasi democrazia interna, senza organismi direttivi elettivi, con uno statuto ‘privato’ elaborato dal suo fondatore in quasi assoluta solitudine e con un ‘marchio’ che è di proprietà del fondatore stesso. Insomma, a tutti gli effetti il M5S è un partito personale ancor più palesemente proprietario del Pdl.

Ma Rodotà ha insistito: “Peraltro, una analisi seria del modo in cui si è arrivati alla mia candidatura, che poteva essere anche quella di Gustavo Zagrebelsky o di Gian Carlo Caselli o di Emma Bonino o di Romano Prodi, smentisce la tesi di una candidatura studiata a tavolino e usata strumentalmente da Grillo, se appena si ha nozione dell’iter che l’ha preceduta e del fatto che da mesi, e non soltanto in rete, vi erano appelli per una mia candidatura”.

Persino i più ingenui sanno che il professore è uomo di antica navigazione nel mondo e nei salotti della politica, ma del tutto o quasi del tutto ignoto alla stragrande maggioranza dei cittadini. Quella che lui intende come una ‘candidatura’ espressa dalla ‘società italiana’ è stata una delle mille proposte fatte da gruppetti di politologi, giornalisti o intellettuali, certamente stimabili, ma sicuramente non rappresentativi della ‘volontà del popolo’, come si tende a voler far credere.

Sulla strumentalità della scelta sulla sua persona, inoltre, esistono dubbi (che ormai non potranno mai più essere fugati) generati dalla poca trasparenza delle ‘Quirinarie’ e sulla attendibilità di quella consultazione, alla quale, conviene ripeterlo, potava partecipare solo chi si era iscritto al M5S entro la fine dello scorso anno. Consultazione per altro ripetuta dopo un ancor meno trasparente attacco informatico certificato da una società privata alla Casaleggio associati che era la organizzatrice del ‘referendum’.

Quindi l’ultima delle affermazioni incaute del professore. Ha aggiunto nella lettera: “Questa vicenda ha smentito l’immagine di un Movimento tutto autoreferenziale, arroccato. Ha pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non ero il candidato del Movimento, ma una personalità (bontà loro) nella quale si riconoscevano per la sua vita e la sua storia, mostrando così di voler aprire un dialogo con una società più larga. La prova è nel fatto che, con sempre maggiore chiarezza, i responsabili parlamentari e lo stesso Grillo hanno esplicitamente detto che la mia elezione li avrebbe resi pienamente disponibili per un via libera a un governo”.

Mai Grillo ha manifestato alcuna volontà di partecipazione ad un governo di coalizione, né tanto meno lo hanno fatto i suoi seguaci. La piattaforma del M5S esclude per altro questa possibilità, come più volte i grillini hanno sottolineato. Ed il guru non ha nascosto che mai e poi mai il suo Movimento avrebbe votato una fiducia ai ‘morti che camminano’.

Inoltre, la candidatura Rodotà, che nessuna possibilità aveva di passare per assenza di numeri, era palesemente del M5S, tanto che era stata assunta in un presunto ‘referendum’ effettuato tra gli iscritti a quel movmento.

In conclusione, il professore, forse confuso dalla notorietà che improvvisamente lo ha circondato e chissà se travolto dalle proprie ambizioni, ha cercato di dimostrare quello che sfortunatamente per lui dimostrabile non è.

La vicenda dell’elezione del presidente della Repubblica, al di là del suo esito, dimostra come il senso dello Stato in Italia sia principio sempre più fragile e come la realtà dei fatti ogni giorno di più soccomba alla demagogia espressa da gruppi o personaggi attratti dai propri interessi e non da quelli indispensabili per la nazione. Il riferimento non è causale e riguarda chi ‘a sinistra’ ha gridato Rodotà-Rodotà.

Roberto Barbera 

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