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Ed il governo Letta seppellì il socialismo

Autore: . Data: lunedì, 29 aprile 2013Commenti (0)

democrazia cristianaIl nuovo esecutivo ha un presidente del Consiglio ex Dc ed un vicepresidente ex Dc. I due però sono militanti in schieramenti opposti. La sinistra italiana intanto è stata definitivamente soppressa.

Al di là dei più foschi presagi, il governo messo in piedi dal nipote di Gianni Letta, Enrico, con la collaborazione di un presidente della Repubblica costrettosi in un ruolo che la Costituzione non gli assegna, è uno dei tragici fotogrammi che descrivono il declino ormai inevitabile del nostro Paese.

Ieri, mentre i ministri del nuovo esecutivo votavano, un uomo di 46 anni, Luigi Preiti, muratore disoccupato calabrese da vent’anni al Nord, ha sparato a due carabinieri a Roma, tra la Camera e Palazzo Chigi. Una donna incinta è stata colpita da alcune schegge.

Ha detto l’attentatore: “Volevo colpire i politici perché non ci aiutano, siamo nei guai e loro non fanno nulla”. Poi ha aggiunto: “Non volevo che finisse così. Mi sarei voluto uccidere”. Però aveva consumato i proiettili e così è stato catturato.

Descrivendolo, il magistrato che sta dirigendo l’inchiesta ha spiegato: “E’ un uomo pieno di problemi che ha perso il lavoro, aveva perso tutto, era dovuto tornare in famiglia: era disperato”.

Ed un carabiniere di quelli in servizio nell’area dei palazzi del potere dove è avvenuta la sparatoria ha dichiarato: “E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”.

Una trama perfetta, nella quale il colpevole, l’investigatore e la vittima sono d’accordo su tutto e dove la disperazione non è solo la causa scatenante di un delitto, ma un sentimento condiviso e profondo che coinvolge tutti i protagonisti dell’azione.

La logica della commedia tragica di ieri, lo spazio temporale unico del giuramento e della sparatoria e quello fisico distinto, il Quirinale e Piazza Montecitorio, il fuori dei proiettili ed il dentro dei potenti, descrive in modo essenziale e mirabile quest’Italia uccisa e vilipesa da una classe dirigente che oltre il calcolo e l’utile personale o di clan non riesce ad andare. M5S compreso.

Nessun ministero di rilievo è stato assegnato a persone elette in nome di un ideale chiaro, di una proposta politica trasparente.

Agli interni c’è il vice presidente, Angelino Alfano. Lo stesso che alla Camera dei Deputati aveva sostenuto il suo leader, Silvio Berlusconi, mentre affermava l’improbabile favola di Ruby Rubacuori nipote di Mubarak. Un capo della sicurezza dello Stato che crede alle patacche non annuncia di certo buone novelle.

Emma Bonino, radicale, è stata sistemata agli Esteri. Forse perchè avendo un passato di centro destra e di centro sinistra è concretamente bipartizan. Combatte nello stesso tempo per i diritti delle minoranze e delle donne ed è favorevole alle missioni militari ‘di pace’, che da decenni insanguinano molti Paesi del pianeta ed uccidono decine di migliaia di quegli stessi civili dei quali la nuova responsabile della Farnesina vorrebbe difendere la libertà civili. Le guerre per la pace, senza cadere in facili demagogie, arricchiscono i fabbricanti di armi e nulla concludono. Somalia, Afghanistan, Iraq, Kosovo, Bosnia Erzegovina, ma il particolare è probabilmente irrilevante.

Alla Giustizia c’è un prefetto, Anna Maria Cancellieri. Nel delicatissimo ruolo di garante delle leggi si è preferito un ‘notaio’. Perchè il capo del Pdl da oltre vent’anni si fa le leggi che gli piacciono e l’opposizione, pur contestandolo, lo ha lasciato fare. Così per non smuovere troppo le acque e lasciare tutto com’è si è deciso di scegliere una stimabile persona che non interverrà.

Alla difesa c’è Maro Mauro. Una carriera tra Comunione e liberazione, il Pdl e Monti. Un viaggiatore esperto che non sa neppure dove sia il ministero. Ma le competenze nell’Italia in coma non servono.

All’economia uno stimabilissimo esperto, Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, di buona famiglia, ha studiato al Mamiani, celeberrimo liceo della Roma alto borghese, si è laureato alla Bocconi e specializzato a Princeton. Scrive sonetti e forse non ha mai visto un povero negli ultimi vent’anni.

Al lavoro, che notoriamente non c’è, un altro esperto, Enrico Giovannini. E’ un uomo di numeri, ex presidente dell’Istituto nazionale di statistica. Si spera riesca a scoprire quanti sono davvero gli esodati, visto che da mesi i calcoli fatti non tornano mai. Ma quel che conta è che non sia un politico, così che le decisioni continueranno ad essere ‘asettiche’, come quelle a volte un po’ bislacche del ministro Fornero.

Gli altri esponenti del governo occupano ruoli importanti ma non cruciali e sono stati sistemati sulle poltrone mai utilizzando il criterio della competenza.

Solo due esempi: alla Sanità (che è al collasso) c’è Beatrice Lorenzin, che non ha mai gestito un ospedale in tutta la sua vita, ma che in compenso è una dirigente del Pdl che collabora però da tempo con il presidente del Consiglio Pd ed è una fedele rappresentante dell’integralismo cattolico in tema di diritti civili. Alla Scuola, Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza, una illustre docente universitaria. Laureata in fisica è stata Rettore della Scuola superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant’Anna di Pisa. Eletta perchè ‘scelta’ personalmente da Bersani, cioè senza primarie, è alla prima legislatura e, come Mauro avrà bisogno di una guida per raggiungere il suo ministero. Compensa tuttavia la assoluta inesperienza in campo ministeriale con i numerosi hobby: sci, cucina giapponese, amore per la letteratura (terrebbe sempre sul comodino Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo) e per il cinema di Fellini.

In questo governo ‘di emergenza’ nel quale l’unica cosa chiara è la prevalenza di un pensiero moderato nel quale la centralità della peggiore Dc sembra farla da padrone, un dato spicca su tutto.

Il Pd, che aveva fatto le primarie e poi condotto una campagna elettorale in nome della rottura con l’esperienza berlusconiana ha scelto la strada del centrismo in chiave antisocialista.

All’indomani del risultato delle elezioni quando Grillo e i suoi adepti hanno rifiutato di sostenere il tentativo di Bersani per formare un governo di centro sinistra le contraddizioni storiche dentro il Pd sono esplose.

La componente ex Pci, sempre più debole e divisa e soprattutto dilaniata da lotte personali, ha finito per perdere qualsiasi credibilità.

Oggi al governo del Paese c’è una compagine apparentemente ‘spuria’, in realtà una squadra molto più omogenea di quanto si possa immaginare.

La crisi sarà affrontata non certo tenendo conto degli allarmi e delle proposte che da mesi arrivando dalla Cgil e da larghi settori dell’opinione pubblica progressista.  E’ certo che nulla si farà nel campo dei diritti civili e neppure per liberare ricerca ed istruzione dai vincoli imposti dai cattolici.

Sul piano della lotta alla corruzione c’è da domandarsi come sarà possibile smantellare la rete che si è consolidata durante il berlusconismo se per la sopravvivenza stessa del governo il voto di Berlusconi e dei suoi è determinante.

Ed anche è prevedibile che l’orientamento del governo permetta la crescita ulteriore del grillismo.

Il test sulla pericolosità di questa coalizione saranno le elezioni comunali a Roma. Ed il rischio che il ‘radical’ Marino finisca boicottato dai suoi colleghi ‘democristiani’ del Pd e che al ballottaggio arrivino il candidato grillino e quello del centro destra è più che probabile.

Ma nel Pd i socialisti non hanno alcuna intenzione di andarsene. Almeno per il momento. E così dopo la fine del Psi con la corruzione craxiana e quella del Pci dopo la Bolognina ci sono voluti vent’anni per chiudere definitivamente il sipario sulla storia del movimento operaio e democratico italiano.

Non sarà facile capire se si tratta di suicidio o omicidio, ma di certo l’Italia da ieri è di certo un Paese meno libertà e senza futuro.

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