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Oscuri scenari del dopo voto: problemi e interrogativi. Anche per la Cgil

Autore: . Data: venerdì, 29 marzo 2013Commenti (0)

Sono in molti ad esercitarsi, in modo un po’ stucchevole, con la scienza esatta del senno del poi. Sarebbe preferibile, invece, cimentarsi in una riflessione collettiva sulle ragioni di un risultato elettorale e politico così dirompente. Intervento del segretario Cgil Lombardia Giacinto Botti.

E’ questo il paese nel quale una parte del popolo e di un blocco sociale, più per convenienza che per convinzione, continua a votare una destra impresentabile; e la sconfitta del centrosinistra di governo, del progetto di centro e dell’agenda Monti, la scomparsa della sinistra “radicale” e l’affermazione dirompente, imprevista per dimensione ed estensione, del Movimento 5 stelle sono risultati, in parte inaspettati, che non sono certo imputabili alla Cgil, ma parlano anche a noi.

Mentre al Quirinale si fanno i conti con una inquietante fase di stallo, possiamo cotinuare a riflettere su un voto che ha concluso una fase e una storia politica, segnando una svolta decisiva rispetto alle altre consultazioni elettorali.

Si è evidenziato e consolidato quel cambiamento della società italiana, in parte già avvenuto e ancora in atto, che vede la scomposizione e la riorganizzazione dei blocchi sociali storici e dei loro interessi.

Siamo a un passaggio di fase, se non epocale, di carattere strutturale che riguarda molti aspetti della vita sociale e investe lo Stato, la democrazia, la politica, il sindacato confederale e i corpi sociali intermedi.

C’è un paese da ripensare, un futuro da costruire, con le incognite che sono proprie del cambiamento repentino, imposto e non previsto, della politica nazionale.

Lo spostamento di 7-8 milioni di voti è una valanga che ha modificato la geografia politica e ha cambiato i rapporti e i confini fra politica, società e territorio, come mai era avvenuto in passato.

Il Pdl ha perso il consenso di una parte del ceto medio e dei piccoli imprenditori. Il Pd quello degli operai e del mondo del lavoro dipendente, oltre che quello fondamentale dei giovani. Tutti e due i partiti maggiori hanno perso consensi in favore del Movimento 5 stelle.

Sappiamo che molti, troppi iscritti hanno votato un movimento che nel metodo e nel merito si caratterizza come populista, con tratti antidemocratici e ideologicamente e sostanzialmente di destra, che semplifica e cattura consensi popolari e del ceto medio a destra e a sinistra.

Un movimento demagogico, fondato su forti e antiche suggestioni populiste, utopie da giacobini moderni,che si autoproclama la nuova democrazia del web, della rete, che vuole sostituire il modello di democrazia partecipata e collettivamente rappresentata dai partiti e dai corpi intermedi, con l’autoritarismo di un indistinto “popolo” minoritario, individualista e senza volto, che sarebbe titolato a decidere per tutti sotto la guida del suo guru, sfascista e pericoloso, dominante su tutti, anche sugli eletti in parlamento, ma abile nell’utilizzo dell’informazione, capace di ricoprire i vuoti e i gravi ritardi della politica.

Si attacca il lavoro pubblico, il sindacato confederale considerato responsabile, come tutti i partiti, della crisi e del disastro sociale e istituzionale italiano, ma si salvaguardano e si assolvono, non a caso, organizzazioni sindacali corporative come i Cobas o di categoria come la Fiom.

Si tratta però anche di un movimento di espressione popolare, che ha raccolto un malcontento diffuso e ha saputo dare voce e rappresentanza ai bisogni materiali e alle speranze di pulizia di tante e tanti cittadine/i, allo sdegno nei confronti dei costi di una politica corrotta, impunita e impresentabile.

Questo risultato potrebbe innescare fattori positivi di cambiamento e di discontinuità, purché tutta la sinistra sappia raccogliere l’alta sfida. Una sinistra che deve saper percepire la rottura avvenuta con una parte del suo popolo, riconoscere la condizione materiale delle persone, ascoltare l’urlo e la rabbia che arrivano dal suo blocco sociale e dall’Italia migliore. Una sinistra che non disconosca le sue radici e interpreti la “moderna”, rinnovata contraddizione capitale-lavoro non teorizzando l’equidistanza, ma ponendo al centro della sua iniziativa e della sua identità la centralità del lavoro.

Il risultato elettorale non è mai casuale, e se siamo nel caos, in un vicolo cieco, è per responsabilità politica, non per un destino cinico e baro.

Se la sinistra – sia quella che si è giustamente assunta la responsabilità di governare il paese che quella “radicale” che quella responsabilità sembra temere – non è stata riconosciuta coma alternativa credibile, ci sono ragioni precise che vanno innanzitutto individuate nelle gravi colpe delle forze politiche e dei loro dirigenti.

Non vanno rimossi i limiti di una campagna elettorale frenata, condizionata, titubante, sbagliata e incapace di parlare al popolo della sinistra; con il maggior partito che è sembrato più attento agli equilibri interni e alle future alleanze con il centro che impegnato a conquistare il consenso della sua gente con atti e azioni di forte discontinuità, di concreta e percepibile differenza rispetto alla politica sociale ed economica della destra liberista e corrotta.

Non sono state sufficienti le pur importanti scelte assunte, dalla convocazione delle primarie al rinnovamento del gruppo parlamentare, e al posizionamento di tipo laburista in campagna elettorale. Evidentemente sono arrivate in ritardo e sono state percepite in modo contraddittorio.

La sinistra di governo ha pagato un prezzo altissimo al sostegno prolungato all’esecutivo Monti e all’agenda economica e finanziaria mortificante e sbagliata che ha imposto al paese, alla Cgil, mentre i lavoratori, i pensionati, le donne e i giovani ne stanno ancora pagando e continueranno a pagarne le conseguenze.

Al governo Monti è stato concesso di portare un attacco violento al cuore dei diritti sociali e alle conquiste costituzionali del movimento operaio.

La Cgil, da sola, con i limiti derivanti dalla fase e dall’assenza di una sponda politica anche per il ruolo giocato dal Presidente della Repubblica, si è sobbarcata l’onere, non senza contraddizioni e limiti, di rappresentare i bisogni della sua rappresentanza organizzando la mobilitazione e gli scioperi, avanzando critiche e proposte rimaste però sempre inascoltate.

Tra i milioni di voti persi a sinistra ci sono anche quelli di una parte dei lavoratori “esodati”, di coloro ai quali è stato negato il diritto alla pensione da un giorno all’altro, che hanno visto allungarsi la permanenza al lavoro e negato ai loro figli il diritto a un’occupazione, del pensionato a cui è stata bloccata la rivalutazione di una pensione già esigua, frutto di tanti anni di lavoro. Si potrebbe concludere che il bene dell’Italia, l’assunzione di responsabilità, giustamente evocati e richiamati dal centrosinistra, se scissi dalle dinamiche sociali e dall’esistenza reale delle persone, dei lavoratori, dei pensionati, delle giovani generazioni, non bastano a garantire il consenso popolare.

La verità è che non sono mai arrivati quei segnali di discontinuità tanto attesi e necessari.

La nuova sfida, per tutti, è ora di trasformare la disillusione, il disprezzo, l’ostilità verso i politici in generale, verso i partiti e in parte anche verso il sindacato, in un fatto politico, sottraendoli così all’antipolitica che avanza.
Il voto sicuramente investe e interroga anche il nostro sindacato confederale.

La Cgil è un’organizzazione con una storia di rappresentanza di classe, con un forte e inscindibile legame con le conquiste del movimento operaio, con la lotta di Liberazione, con i principi e i valori della nostra Costituzione.

Siamo un soggetto politico di rappresentanza sociale generale, autonomo dai partiti e dai governi, ma non indifferente né indipendente dal quadro politico, dalla contesa elettorale e dal suo risultato.

Ritengo che per superare la scissione che questo voto ha accentuato tra l’essere lavoratore e l’essere cittadino di ognuno occorra dare nuovo impulso alla confederalità e superare la latente “spoliticizzazione”, nel senso più generale del termine, avvenuta nel corpo dirigente dell’organizzazione e, conseguentemente, trasmessa nel rapporto con i nostri iscritti.

Nello scontro generale e nella crisi globale una risposta di lotta sindacale, di mobilitazione generale e confederale sono essenziali, ma occorre avere consapevolezza della nostra non autosufficienza. Il nostro sindacato non basta a se stesso, né dovrebbe correre il rischio di percorre la scorciatoia perdente del pansindacalismo.

Alla confederazione, alle categorie, alla nostra rappresentanza occorre una solida sponda politica e soprattutto occorre un governo di progresso e di discontinuità, che sappia rappresentare e sostenere gli interessi e le ragioni del lavoro, se vogliamo progettare il futuro del paese e conquistare quanto strategicamente abbiamo individuato nelle nostre tesi congressuali e con il Piano del Lavoro.

E’ compito dei partiti della sinistra riflettere sulla loro scarsa rappresentatività e presenza nel mondo del lavoro, sulle ragioni che hanno spinto il voto operaio e dei disoccupati più verso la destra, la Lega e il movimento 5 stelle che verso di loro.

Semmai tocca a noi capire perché tra i nostri iscritti la disgiunzione tra adesione politica e adesione sindacale sia così forte, come abbiamo visto in modo ancor più evidente nelle elezioni regionali lombarde, e riflettere sul nostro scarso peso politico nella fase del Governo Monti.

Per questo non penso sia stata lesa l’autonomia, e non siamo certo noi i responsabili della sconfitta elettorale per la nostra “discesa in campo” nel contribuire, nella distinzione dei ruoli, all’affermazione del centrosinistra.
Non è nella nostra storia stare alla finestra in una contesa politica cruciale.

La scarsezza o addirittura l’assenza di assemblee sui temi generali, sulle proposte e sulle rivendicazioni sociali, sui contenuti presenti nel Piano del Lavoro e sulla dimensione generale dello scontro, non hanno certo contribuito a sviluppare la consapevolezza e ad operare quella ricomposizione dei soggetti tra l’essere lavoratori e cittadini.

Forse quella contraddizione si sarebbe ridotta al momento del voto se avessimo fatto vivere, attraverso l’incontro con i lavoratori, la consapevolezza che per riuscire a cancellare l’articolo 8 e l’articolo 9, ad approvare la legge della rappresentanza e la riforma degli ammortizzatori sociali, a risolvere la copertura economica per gli “esodati”, ad affermare politiche industriali di crescita e di rilancio del paese e del ruolo pubblico in economia, per rimettere mano alla dirompente “riforma” Fornero, per difendere la sanità e l’istruzione pubblica, per cancellare il blocco della rivalutazione delle pensioni, per affermare le scelte e le prospettive contenute nel Piano del Lavoro non potevamo agire da soli, e che ci sarebbe stato bisogno del loro voto per una coalizione e per un governo alternativi a quello della destra berlusconiana prima e di quella liberista di Monti poi.

Ora la Cgil può solo continuare a essere il sindacato confederale che prospetta un paese migliore e lotta per realizzarlo, che difende il mondo del lavoro e dei pensionati e la sua rappresentanza sociale.

La sinistra politica, tutta, può solo riflettere sui propri errori e sui propri limiti, rifuggendo dal politicismo e dalla logica delle grandi intese, per dare voce e risposte alternative ai bisogni di cambiamento, alle sofferenze della parte migliore e reale del paese. Mettendo al centro della sua azione e della sua elaborazione il Lavoro.

Giacinto Botti
Segretario Cgil Lombardia

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