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Le pecorelle e il loro pastore: la Chiesa prova a cambiare

Autore: . Data: mercoledì, 20 marzo 2013Commenti (0)

I 200mila di piazza San Pietro hanno festeggiato il papa venuto da lontano, José Bergoglio, il giorno della sua ‘intronizzazione’. Mentre non si spengono le polemiche sul suo passato.

Cuore, tenerezza, “servizio” come esercizio del potere: Bergoglio ha rispolverato parole e intenti che in Vaticano non si sentivano da 40 anni. Se il saluto alla folla dalla papamobile scoperta ricorda le adunate oceaniche governate sapientemente da Giovanni Paolo II, le soste per accarezzare i bambini e confortare i disabili e le loro famiglie richiamano piuttosto i racconti sentiti su papa Giovanni.

I 200mila arrivati in San Pietro, con in testa capi di governo e presidenti di oltre cento repubbliche e monarchie sparse per il pianeta, hanno salutato un papa che fa di tutto per assomigliare al ‘pastore’ di cui santa madre chiesa mostra di aver bisogno.

All’altro capo della pianeta, “quasi alla fine del mondo”, 40mila fedeli hanno riempito Plaza del Mayo a Buenos Aires per assistere alla storica giornata attraverso un maxischermo. Proprio di fronte alla Cattedrale Metropolitana, dove l’arcivescovo Bergoglio ha celebrato messa per un decennio.

Il grande richiamo popolare esercitato dal papa venuto da lontano andrebbe piuttosto definito ‘populista’ secondo un’influente minoranza locale, che da Plaza de Mayo si è tenuta ben alla larga: si tratta del ceto intellettuale che in Argentina sostiene il governo Kirchner e che non ha paura a pronunciare una parola: demagogia.

Ieri, a metà pomeriggio, l’agenzia Ansa ha diffuso un infuocato dispaccio che rende l’idea del ‘clima’ tra gli intellettuali vicini al governo locale: “Mentre la folla acclamava il ‘Papa nuestro’ sulla Plaza de Mayo, nei ranghi degli intellettuali di sinistra che appoggiano il governo di Cristina Fernandez de Kirchner serpeggia la rivolta: come è possibile osannare adesso un Papa che quando era il cardinale Bergoglio era visto come un avversario, o perfino un nemico? La risposta è semplice: non si può”.

Il portavoce più esplicito di questo malessere della cultura “K” (come si definisce in Argentina chi appoggia il “modello nazionale e popolare” creato da Nestor Kirchner e consolidato dalla sua vedova ed erede alla presidenza del paese) è Horacio Gonzalez, presidente della Biblioteca Nazionale e uno delle figure di riferimento di ‘Carta Abierta’, folto gruppo di intellettuali pro-governativi. Con Bergoglio, ha osservato, ci si avvierebbe verso un processo culturale di recupero della mobilitazione popolare sul modello del fascismo.

“Conosciamo bene il suo stile, è uno stile demagogico”, ha sottolineato Gonzales, secondo cui “ciò che conta non è che il Papa paga il conto dell’albergo, ma che lo fa davanti a milioni di fedeli: questo è un processo di costruzione simbolica che Bergoglio ha sempre saputo gestire molto bene”.

A rafforzare la fronda degli scettici (per usare un eufemismo) ci ha pensato il ‘Washington Post’, pubblicando (proprio alla vigilia della festa di ‘intronizzazione’ in San Pietro) un lungo articolo, dedicato a papa Francesco, che riporta le accuse rivoltegli a proposito di non aver agito con sufficiente fermezza contro i preti della diocesi accusati di pedofilia.

“Fu totalmente zitto”, afferma nel pezzo Ernesto Moreau, esponente della sezione argentina dell’Assemblea permanente dell’Onu per i diritti umani e avvocato in processi contro gli abusi sessuali compiuti dal clero. Bergoglio, a suo dire, si rifiutò di incontrare le vittime. ”Da questo punto di vista, non si comportò in modo differente da altri vescovi o dal Vaticano”, sostiene.

Sebbene l’ex arcivescovo di Baires non sia mai stato ufficialmente accusato di aver coperto sacerdoti abusatori, il ‘Washington Post’ ha rievocato il caso di un prete molto vicino a Bergoglio, padre Julio Cesar Grassi, il quale nel 2009 fu condannato a 15 anni di prigione per aver molestato un bambino. Grassi – ha riferito il quotidiano statunitense – dopo la sentenza non fu ridotto allo stato laicale e “funzionari ecclesiastici guidati da Bergoglio commissionarono un’inchiesta privata in cui si difendeva l’innocenza di Grassi”.

Da oltreoceano non giungono però soltanto veleni. Qualche migliaio di chilometri più a sud di Washington si è alzata la voce di Leonardo Boff, ex sacerdote brasiliano e tra i fondatori della ‘teologia della liberazione’. Intervistato pochi giorni fa da ‘il manifesto’, ha affermato di riporre nel nuovo pontefice molte speranze.

“Per me – ha spiegato Boff – l’importante adesso non è l’uomo ma la figura di una Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, che non è solo un nome ma un progetto di Chiesa. Un Chiesa povera, popolare, che chiama tutti gli esseri della natura con le dolci parole ‘fratello’ e ‘sorella’. Una Chiesa del Vangelo distante dal potere e vicina al popolo”.

Il teologo scommette dunque su una nuova stagione di riforme, in sintonia con una parte forse consistente dei 200mila convenuti ieri in piazza San Pietro: “Credo che prima di tutto lavorerà internamente alla curia per riscattare la credibilità della Chiesa, macchiata dagli imbrogli, dagli scandali dei pedofili e della banca vaticana… E dopo farà un’apertura al mondo moderno, perché sia Benedetto XVI che Giovanni Paolo II hanno interrotto il dialogo con la modernità. Un errore rinunciare a capire e a dialogare con la cultura moderna. Diffamarla e considerarla puro relativismo e secolarismo, non riconoscerne i valori, è una blasfemia contro lo Spirito Santo. Penso che questo Papa sia il volto nuovo della Chiesa, umile e aperta, che può portare l’esperienza del ‘Grande Sud’, dove vive il 70% dei cattolici”.

E di fronte alle critiche, quel che appare certo – secondo Boff – “è che Bergoglio ha sempre preso la posizione dei poveri e degli oppressi anche nel suo stile di vita: è una persona semplice che si sposta in autobus, che vive in un piccolo appartamento, cucina da solo… Viene dal popolo e lo si vede anche nella sua azione pastorale. Su youtube c’è un video bellissimo in cui parla del debito che tutti abbiamo verso i poveri perché la diseguaglianza è frutto di una società anti-etica e anti-umana. E il marchio registrato della teologia della liberazione è l’opzione verso i poveri e contro la povertà”.

Eppure l’umiltà manifestata da Francesco si presta anche ad altre interpretazioni. Come ad esempio quella del giornalista e scrittore argentino Horacio Verbitsky (autore di vari libri sui desaparecidos e intellettuale molto in sintonia con le posizioni del governo argentino) che – intervistato dal ‘Fatto quotidiano’ – ha definito l’umiltà del papa “uno tra mille simboli: il papa austero come il poverello di Assisi, che viaggia in bus e metropolitana, che usa scarpe consunte, che celebra messa nella stazione ferroviaria per i più poveri, dei quali ha pietà tra l’indifferenza dei soddisfatti e dei corrotti. Populismo conservatore – ha sentenziato – imprescindibile per sbiancare i sepolcri vaticani, aperti per il riciclaggio del denaro, la pedofilia e la lotta tra fazioni. Sarà semplice come Giovanni, severo come Paolo, sorridente come Giovanni Paolo I, iperattivo e populista come Giovanni Paolo II e sottile come Benedetto”.

Boff la pensa diversamente: “L’insegnamento di San Francesco, il vivere senza titoli sulla terra e non in posti di potere… Francesco non era un prete, era un laico. E noi lo abbiamo dimenticato. Con la figura di Francesco, questo Papa assume tutto un complesso di valori: valorizza i laici e i movimenti popolari. Qualcosa di molto importante perché il tema centrale del mondo adesso non è la Chiesa ma il futuro ha la vita, il peso che ha l’uomo. Ora per me la domanda è cosa fa la Chiesa cattolica per aiutare l’umanità a uscire da questa crisi, che può essere determinante. Francesco I può essere il Papa della fine del mondo, perché abbiamo costruito una macchina di morte che può distruggere tutto. Per me il messaggio di San Francesco è l’unico che ci può traghettare nel terzo millennio: o lo prendiamo o andiamo verso la fine. Unire i due poli: il padre nostro col pane nostro. Cioè aprirsi verso la trascendenza e preoccuparsi di chi ha fame e bisogno. Solo così si può dire amen”.

Solo così santa madre chiesa potrà tentare di recuperare credibilità tra le sue stesse pecorelle, più smarrite che mai.

Paolo Repetto

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