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La Chiesa del dopo Ratzinger

Autore: . Data: giovedì, 14 marzo 2013Commenti (0)

Considerazioni a margine del conclave, dopo la fumata bianca che ha portato Jorge Bergoglio al soglio pontificio.

La prima questione da cercare di capire bene è lo “schieramento” che si è verificato nella Chiesa alla notizia della rinuncia di papa Benedetto. Immediatamente l’area progressista, senza tante consultazioni, ha applaudito.

Vito Mancuso ha scritto il giorno dopo su “Repubblica” che finalmente si era fatta distinzione tra il “fare il papa” e l’“essere papa”. Il “fare” significa adempiere a una missione, come quella degli altri vescovi ma con responsabilità ben maggiori ma qualitativamente simili, l’“essere” significava un mandato speciale con un carisma del tutto particolare determinato da una scelta dello Spirito Santo in conclave.

Ciò comportava un’autorità quasi magica ed una devozione unica da parte del popolo cattolico tradizionalista. Il vescovo di Roma, in quanto tale capo di tutta la Chiesa, era considerato qualitativamente diverso dagli altri, a partire dal fatto che non aveva limiti di età. Ratzinger fu eletto che aveva 78 anni, i vescovi “normali” devono dimettersi al compimento dei 75.

I cattolici che si definiscono “conciliari” hanno ritenuto la decisione di papa Benedetto la migliore del suo pontificato, perché ha desacralizzato la figura del papa e umanizzato la persona. I tradizionalisti non hanno gradito. Il primo a reagire molto nervosamente è stato il famoso Mons. Stanislao, il potente segretario di papa Wojtyla ora arcivescovo di Cracovia. Ha detto che non si scende dalla croce.

Wojtyla, gravemente malato, aveva rifiutato di dimettersi. Da allora è stato un susseguirsi di prese di posizione che, dietro l’omaggio formale, non riuscivano a nascondere il dissenso. Alcuni per motivazioni di tipo teologico sull’idea di papa, altri, nella curia romana, perché un papa debole e condizionabile non va poi male.

Non importa, per questo punto di vista, se c’è il pericolo di avere una Chiesa gestita di fatto da persone che parlano e decidono in nome del papa non più capace di esercitare le sue funzioni. motivazioni vere delle dimissioni le conosceremo forse tra qualche decennio. Ipotizzo un concorso di cause, da quelle oggettive relative allo stato di salute ad altre conseguenti al ben noto sbandamento nel governo della Chiesa di questi anni ed agli scandali continui.

Per capire la situazione che ora abbiamo di fronte bisogna avere presente i punti critici del pontificato ora terminato, visti dall’angolazione dei credenti impegnati da sempre per una vera riforma della Chiesa. Essi partono dalla constatazione che tutti i problemi della Chiesa ereditati da Giovanni Paolo II sono rimasti irrisolti, anzi si sono aggravati.

Le difficoltà attuali della Chiesa sono da attribuire alla mancanza di una vera riforma che è una conseguenza dell’accettazione reticente e ambigua del Concilio Vaticano II da parte di chi guida la Chiesa a Roma.

L’ottica eurocentrica di Benedetto XVI e la sua carente sensibilità geopolitica hanno aggravato la situazione. Hanno portato a un riavvicinamento agli Usa ed hanno abbandonato il forte antagonismo alla guerra che era stato di papa Wojtyla.

Molte altre decisioni di Benedetto XVI hanno irrigidito la posizione ufficiale della Chiesa in materia di sessualità; nulla è cambiato per quanto riguarda i ministeri e le condizione della donna è sempre subalterna. La rincorsa ai lefebvriani, il continuo contrasto con i teologi progressisti e con la teologia della liberazione sono in continuità col ruolo di guardiano dell’ortodossia che Ratzinger già aveva e sono da considerarsi al passivo del suo pontificato non sufficientemente riscattate dal suo appassionato riflettere su Dio e il Vangelo di Gesù. La collegialità nella gestione della Chiesa è rimasta lettera morta.

L’elezione del papa, come si può leggere su tutta la stampa in questi giorni, è circondata da forme e riti antichi, del tutto diversi da quelli di qualsiasi altra struttura democratica. Però l’opinione pubblica, aldilà di tutta l’eccessiva enfasi mediatica, afferra l’importanza dell’avvenimento. Si elegge una persona che avrà poi una influenza enorme in una buona parte dei paesi del mondo per la struttura estremamente accentrata della Chiesa cattolica.

Questa elezione avviene in pochi giorni senza un dibattito diffuso, approfondito, compreso a livello di massa, in cui contano sicuramente fattori geopolitici ma anche dinamiche psicologiche e fattori personali estranei alle categorie che conosciamo nei sistemi elettorali tradizionali. Gli schemi progressisti/conservatori contano molto ma non sono gli unici.

Ciò premesso, quali sono le situazioni di cui si discuterà nelle assemblee dei cardinali, quali i problemi in una situazione per la Chiesa cattolica, ben più pesante di quella che si aveva nei conclavi precedenti del 1978 e del 2005 a causa degli scandali e di un pontificato ben meno capace e carismatico di quello di Giovanni Paolo II?

I problemi irrisolti sotto Giovanni Paolo II sono rimasti tali, anzi si sono aggravati ma la convinzione che la situazione possa cambiare si sta diffondendo anche in relazione al deperimento di attese (lo sviluppo senza limiti da una parte, le ideologie sconfitte dall’altra) rispetto a cui la Chiesa potrebbe contare molto se prendesse una direzione diversa da quella attuale.

I cattolici progressisti fanno alcune proposte a partire dalla necessità di andare in una direzione centrifuga nell’organizzazione della Chiesa. Il sistema, accentrato sulla figura e sul ruolo del papa è teologicamente discutibile e ha mostrato, soprattutto negli ultimi dieci anni, i suoi limiti anche dal punto di vista del buon governo. La Curia romana deve essere fortemente ridimensionata trasferendo funzioni e autorità alle chiese locali. Subito si deve fare pulizia vera nei confronti di quanto è emerso negli scandali recenti, condannando chi ne è stato la causa, non chi li ha resi noti. Tutto deve essere portato alla luce, soprattutto tutto ciò che riguarda la pedofilia del clero.

Insieme al ridimensionamento delle strutture curiali dovranno essere praticati stili di vita ispirati alla sobrietà e alla semplicità. I titoli onorifici appaiono oggi superati, oltre che ridicoli; in queste questioni la forma è anche sostanza. Anche per quanto riguarda la gestione delle risorse materiali è necessaria una svolta radicale. I beni della Chiesa sono beni di tutti, soprattutto dei poveri. Dovrebbero essere distribuiti per opere di giustizia sociale dove, come in Italia, sono eccessivi e devono essere gestiti dovunque con criteri di trasparenza, che ora sono molto rari, ed ispirarsi a uno spirito di povertà.

E’ ormai convinzione abbastanza diffusa che la gestione centrale della Chiesa e il papato devono superare l’ottica eurocentrica e “occidentale” che si è accentuata con il pontificato di Benedetto XVI. Su molte questioni un’ottica universalista darebbe maggiore credibilità all’azione dei cristiani e testimonierebbe meglio l’Evangelo. Non è difficile elencare le testimonianze che, dal centro della Chiesa, dovrebbero essere considerate il dna di ogni credente.

I diritti umani devono essere garantiti a tutti, a partire dai più deboli, dai più poveri; la libertà religiosa fa parte di questi diritti e deve essere rivendicata sempre, anche quando non riguarda i cristiani; le tante povertà, in aumento anche nei paesi ricchi a causa della crisi, esigono interventi concreti di primo soccorso ma anche l’educazione ad azioni politiche contro il pensiero unico di un capitalismo senza limiti, considerato come unico e immutabile modo di gestire l’economia; il rapporto iniquo tra paesi del Nord (dove la maggioranza della popolazione si dice cristiana) e paesi del Sud del mondo non deve durare un altro millennio; di fronte alla ripresa della corsa agli armamenti e alle politiche di potenza e di guerra non ci possono essere parole diverse da quelle che giudicano ogni guerra un male assoluto e che parlano di nonviolenza; da Roma deve venire un messaggio di denuncia della guerra e della violenza quale si ebbe in alcuni momenti del pontificato di Giovanni Paolo II, una denuncia che diventi l’espressione condivisa della coscienza dell’umanità e di tutti gli uomini di buona volontà. Per quanto riguarda la situazione italiana col nuovo papa si dovrebbe prendere atto di quale è stato il disastro dell’appoggio di fatto alla linea di centrodestra negli ultimi anni che non è estranea alle gravi difficoltà dell’oggi.

E’ in crescita la consapevolezza, nella parte più partecipe della vita della comunità cristiana, che molte rigidità, mantenute con puntiglio dall’attuale struttura gerarchica papa/vescovi/parrocchie vadano modificate. Ci rifacciamo in particolare alle questioni che riguardano la sessualità e la famiglia. Esse dovrebbero avere minore centralità di ora nella pastorale e lasciare il posto a un atteggiamento fondato più sulla libertà di coscienza che sulla precettistica di una teologia morale ormai superata ed aspramente criticata un po’ dovunque. Si deve considerare di più il vissuto ed il contesto in cui si trova il credente, che merita più comprensione e misericordia che non esclusioni o condanne. Pensiamo alle rigidità da superare: il divieto della contraccezione, il giudizio sull’omosessualità, lo stesso celibato imposto ai preti, il non accoglimento dei divorziati risposati all’Eucaristia. Per ognuna di queste situazioni vi sono ricerche teologiche e pastorali, proposte precise, vi sono credenti che soffrono e che pongono il problema.

L’altra grande rigidità da superare riguarda i ministeri: deve prevalere il servizio alla comunità e non norme ecclesiastiche che li rendono difficili. I problemi sono: il celibato obbligatorio del clero, l’esclusione delle donne dai ministeri, la riammissione dei presbiteri sposati e l’ammissione di viri probati ai ministeri ma soprattutto il superamento della condizione di subalternità e di scarsa autorità in cui si trovano, nella generalità dei casi, le donne religiose e laiche, che tanto reggono di fatto l’animazione e l’organizzazione delle nostre comunità cristiane.

Il movimento ecumenico, dopo i tanti passi fatti con il Concilio e dopo, si trova ora in una impasse preoccupante. A Roma prevalgono le diffidenze verso le chiese protestanti, troppe energie sono andate a rincorrere, inutilmente, i lefebvriani. Bisogna uscire dallo stallo, rimanere fermi come ora significa, in questo tipo di rapporti, tornare inevitabilmente indietro. Ma andare avanti non è difficile, è possibile ed è una delle condizioni perché i cristiani, fratelli tra di loro, partecipino alle sofferenze e alle gioie del mondo.

Il dialogo ecumenico è una delle condizioni perché continui e si intensifichi il rapporto con le altre religioni, con l’islam e con l’ebraismo. Passa di qui la scommessa perché le fedi e le loro spiritualità possano essere il contributo più importante ad affrontare i tanti e gravi problemi dell’umanità in questa fase difficile della sua storia. Passa di qui la possibilità di un contrasto efficace nei confronti dei diversi fondamentalismi che nascono nelle chiese e nelle religioni e che si alimentano per la presenza in esse di un problema esasperato di identità e della logica “amico-nemico”.

Tra i cattolici nel mondo esistono tante organizzazioni e network che sono in posizioni molto critiche nei confronti del Vaticano. Quando c’è un conclave esse si organizzano ed esprimono con incontri, documenti, conferenze, punti di vista che percorrono il grande corpo dell’universo cattolico. Questo sta avvenendo anche in questi giorni. L’International Movement We Are Church è presente in tutta Europa, nel Nord America e in alcuni paesi dell’America latina. Esso in questi giorni è presente sulla stampa estera per esporre i punti di vista che abbiamo esposto. La sezione italiana di questo movimento, “Noi Siamo Chiesa”, partecipa e contribuisce a queste riflessioni e proposte.

Vittorio Bellavite
Portavoce nazionale “Noi Siamo Chiesa”

 

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