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La sporca faccenda siriana

Autore: . Data: mercoledì, 5 dicembre 2012Commenti (0)

Un parlamentare libanese arma i ribelli. Da mesi si cerca di nascondere che il conflitto interno al Paese è parte di una complessa operazione finalizzata a cambiare gli equilibri nell’area.

In una intervista al quotidiano Al Akhbar, Okab Sakr, deputato di Mustaqbal, movimento libanese di opposizione guidato dal’ex premier Saad Hariri, ha confermato di aver gestito un rilevante traffico di armi a favore dei rivoltosi siriani.

Giovedì scorso la stampa libanese aveva pubblicato le trascrizioni di intercettazioni telefoniche nelle quali il deputato parlava con un trafficante di armi, con un comandante dei ribelli siriani e con un altro siriano incaricato di coordinare l’invio di armi.

In una delle conversazioni, quella con il trafficante, Sakr chiedeva “armi automatiche, munizioni per le pistole russe Pkc, razzi antimissile, bombe e altre armi” per le città di Aleppo e Idlib.

In un’altra conversazione il politico libanese parlava con il coordinatore dell’invio di armi dicendogli “le darò istruzioni per massimizzare la qualità delle armi”.

In un’altra intervista pubblicata dal giornale saudita Asharq al-Awsat, Sakr ha confermato che quella delle intercettazioni era la sua voce aggiungendo di non vergognarsi per quello che ha fatto. “Sono personalmente responsabile di quello che ha fatto” aveva aggiunto il parlamentare.

E’ evidente che i flussi di armamenti necessari per sostenere una guerra interna dell’asprezza di quella siriana richiedono capitali ben più ampi di quelli che una singola persona è in grado di raccogliere.

Gia alcuni mesi fa da Mosca erano filtrate notizie su campi di addestramento di estremisti islamici in Kosovo ed è confermata la presenza di miliziani stranieri tra le forze antigovernative.

Intanto i ricchi e gli imprenditori fuggono dal Paese. ’Anadolu’ al-Egeili, scappato in Egitto, ha detto: “Milioni di dollari sono stati depositati (nelle banche egiziane, ndr) dai businessmen siriani, ma è difficile dire la cifra esatta”.

Ieri, secondo fonti governative, 29 studenti e un insegnante sarebbero morti in un bombardamento con mortai effettuato dai rivoltosi contro una scuola del campo rifugiati di Wafidin. Opposta le versione degli oppositori del regime.

Se sul piano militare la situazione è incomprensibile, drammatica è la situazione per la popolazione civile.

Il Programma alimentare mondiale dell’Onu (Wfp) ha lanciato l’allarme. In un comunicato, l’organismo Onu spiega che la principale via di accesso a Damasco è diventata ancor più pericolosa da percorrere, rendendo difficile il trasporto del cibo dai depositi del Wfp ad alcune parti del Paese, in particolare al nord.

Nelle ultime settimane, l’agenzia ha registrato un aumento degli attacchi ai suoi mezzi di trasporto. Alla luce di questi fatti e in linea con la decisione delle Nazioni Unite di ridurre la presenza dello staff internazionale in Siria, il Wfp ha deciso di ricollocare sette dei suoi operatori non essenziali ad Amman. Circa 20 operatori internazionali e 100 nazionali rimangono invece in Siria.

Le agenzie delle Nazioni Unite, incluso il Wfp, hanno anche temporaneamente sospeso tutte le missioni sul campo al di fuori di Damasco, il che avrà un impatto negativo sulla capacità di monitorare la distribuzione del cibo.

In questo quadro, la sicurezza alimentare di molti siriani sta rapidamente deteriorandosi e soprattutto la carenza di pane diventa sempre piu’ comune.

Ad Aleppo, la maggior parte della popolazione dipende dai forni privati, dove il prezzo è più alto del 40 o 50 per cento rispetto a quelli controllati dal governo.

La crisi siriana ha avuto un impatto negativo anche sulla sicurezza alimentare dei Paesi vicini. I prezzi dei viveri in Giordania, per esempio, sono aumentati di quasi il 50 per cento a causa della riduzione delle importazioni dalla Siria e della crescente domanda alimentare, con l’arrivo di molti profughi.

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