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Cittadini e romanì: due iniziative a Roma per i diritti e contro la segregazione

Autore: . Data: mercoledì, 19 dicembre 2012Commenti (0)

Nella città del contestato ‘piano nomadi’ del sindaco Alemanno, la questione-romanì è sempre viva e presente nelle pieghe dell’informazione e nel senso comune dei cittadini, benché di norma in termini superficiali o addirittura discriminatori.

Ben vengano, dunque, le due iniziative pubbliche organizzate per i prossimi giorni da alcune associazioni che hanno a cuore il tema dei diritti civili e dell’inclusione sociale.

“Non tutti i rom vivono nei ‘campi’ e non sempre l’Italia è il Paese del rifiuto e dell’esclusione”, spiega in una nota l’associazione ’21 luglio’ introducendo le ragioni del convegno che si terrà a Roma (presso l’auditorium Unicef, via Palestro 68) dopodomani alle 17.30, significativamente intitolato: ‘Rom, cittadini dell’Italia che verrà’.

In Italia, annota l’associazione ’21 luglio’, “4 rom su 5 risiedono in comuni abitazioni, molti sono cittadini italiani da diverse generazioni, sono anche loro i cittadini dell’Italia che verrà”: interverranno perciò alcuni di quei cittadini, a raccontare la quotidiana battaglia per affermare la propria diversità in una cornice di vita ‘normale’, per quanto paradossale possa sembrare agli occhi dei qualunquisti assuefatti alle notizie in salsa xenofoba propinate da troppi mass media.

L’indomani (cioè sabato 22) alle ore 17, sempre a Roma ma in piazza del Popolo, Amnesty International chiamerà a raccolta gli interessati ad una kermesse solidale per cantare, ballare, partecipare a laboratori e assistere a spettacoli teatrali in solidarietà con le popolazioni romanì.

Amnesty (affiancata da altre associazioni) invita ad “alzare la voce contro gli sgomberi forzati e la segregazione dei rom in Italia firmando la petizione indirizzata al Presidente del Consiglio Mario Monti”. Finora sono già state raccolte 40mila firme e la giornata di sabato servirà a chiudere la campagna di solidarietà e ribadire il ‘no’ a razzismo e discriminazioni.

Le iniziative romane puntano indirettamente a confutare l’idea che esista una “emergenza rom”, quantomeno nell’accezione fornita dalle istituzioni (non soltanto di centrodestra): con quell’espressione venne giustificato nel 2008 il ‘piano nomadi’ firmato a Roma di Alemanno e avallato con convinzione dall’allora premier Berlusconi: con l’istituzionalizzazione dei campi ‘ufficiali’ (nei quali le condizioni di vita sono tutt’altro che soddisfacenti) è apparso ancor più giustificato socialmente lo sgombero di quelli abusivi, senza tener conto del destino dei nuclei familiari che li abitavano.

“In questa condizione – aveva spiegato Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 luglio, a margine della presentazione di uno studio commissionato dalla Fondazione Migrantes – molti bambini vivono per davvero in condizioni disumane e gli operatori si trovano in difficoltà perchè, secondo il protocollo, dovrebbero sottrarli tutti ai genitori: c’è chi ha subito almeno 30 sgomberi negli ultimi 3 anni e che nel corso del tempo ha visto peggiorare la propria condizione, ma non sempre l’allontanamento di un bambino dalla propria famiglia è la scelta giusta”.

E a proposito di stereotipi, se si considera che per poter riottenere dal Tribunale dei minori l’affidamento del proprio figlio sottratto dai servizi sociali i genitori romanì devono aver trovato un lavoro ed una casa, ben si comprende come sia complicato raggiungere quei ‘requisiti’ sopravvivendo nei campi abusivi o anche in quelli ‘istituzionalizzati’. Nei quali, si evinceva dalla ricerca commissionata dalla Fondazione Migrantes, le condizioni di vita appaiono, in alcuni casi, anche peggiori di quella vissuta negli accampamenti di fortuna.

Se a tutto ciò si aggiunge che parte dell’opinione pubblica dipinge i romanì tuttora come “ladri di bambini” (benché dalle carte giudiziarie si sia verificata l’assoluta infondatezza di quell’accusa) e che in tante occasioni i minori di quelle famiglie disagiate sono stati sottratti alle stesse per effetto delle ristrettezze sociali e culturali di chi dispone della vita altrui con la lente distorta del pregiudizio, ben si comprende l’importanza di una ‘controinformazione’ fondata su solidarietà e diritti civili.

Paolo Repetto

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