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Quel casino chiamato Ilva

Autore: . Data: mercoledì, 28 novembre 2012Commenti (0)

Decenni di noncuranza hanno portato all’esplosione del problema. Qualunque cosa accada, è chiaro che Taranto dovrà liberarsi del siderurgico.

Mentre gli operai hanno occupato lo stabilimento nel capoluogo pugliese, l’azienda ha avviato al Tribunale del Riesame il ricorso contro l’ultimo intervento della magistratura.

Fino a quando i giudici non si pronunceranno il siderurgico sara ‘fuori servizio’, hanno deciso ai piani alti di Ilva: “Spero in un pronunciamento rapido, entro pochi giorni”, ha detto il presidente Bruno Ferrante.

Sul fronte sindacale ha parlato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: “La nostra preoccupazione è che l’Ilva chiuda. Si deve rendere compatibile il lavoro con la salute dei cittadini”, ha detto il capo del sindacato della sinistra italiana. Camusso ha aggiunto che “la scelta dell’azienda sulla chiusura dell’impianto a freddo dello stabilimento è gravissima. Ci auguriamo che giovedì (nell’incontro convocato dal governo, ndr) ci siano idee e proposte per salvare l’azienda e un importante produzione del Paese”.

Poi ha parlato il ministro della Giustizia, Paola Severino. “Quello degli stabilimenti Ilva di Taranto è un caso difficile e complesso, nel quale bisogna mettere insieme due valori: il diritto al lavoro e quello alla salute” ha ripetuto come tutti. Poi, tanto per non farsi mancare nulla ha concluso: “L’adeguamento alle norme per la tutela dell’ambiente va assolutamente fatto, anche se è complesso e richiede tempo ed energie”.

Nel fronte dei seguaci della ‘ristrutturazione salvifica’ anche Adolfo Buffo, direttore dello stabilimento, che ha voluto parlare ai lavoratori: “Questi giorni di mancato lavoro vi saranno retribuiti. Vi assicuro che la proprietà non vuole chiudere definitivamente lo stabilimento di Taranto, ma vogliamo andare avanti”.

Buffo ha spiegato anche alle maestranze che a causa del sequestro disposto dalla magistratura l’azienda non può più continuare l’attività “in quanto tutto quello che produciamo ce lo sequestrano subito, quindi la produzione rimarrà in attesa del tribunale del riesame al quale ci appelleremo”.

Anche a Genova gli operai Ilva hanno manifestato e il presidente della Regione, Claudio Burlando, ha pensato bene di suggerire la soluzione ‘finale’ del rebus: “C’è un solo modo per risolvere il problema dell’Ilva di Taranto: un decreto legge che obblighi in tempi definiti l’Ilva a risanare l’ambiente consentendogli, durante gli interventi di miglioramento degli impianti, di produrre comunque, seppure a ritmi ridotti’.

Più lucido è apparso il sindaco di Genova, Marco Doria. “Il caso Ilva è l’emblema di una politica non chiara e non incisiva – ha dichiarato -. Nel caso dell’Ilva la tragedia sociale parte da Taranto, una città di situazioni economiche sicuramente peggiori di Genova. Il dramma autentico, da cittadino italiano, lo vedo per Taranto. Ma da sindaco di Genova vedo le possibili cadute negative sulla nostra citta. Sul caso Ilva – ha continuato Doria – c’è da tempo una assenza della politica per l’incapacità di legare lavoro e salute. I rotoli d’acciaio bloccati sulle banchine di Taranto sono l’emblema di un sistema che senza una politica chiara diventa ingovernabile”.

E, siccome tutti parlano del siderurgico, lo ha fatto anche il presidente della Repubblica. Che ha scelto la via del dire per non dire nulla: “E’ una situazione troppo complicata per mandare messaggi”.

Se sul fronte politico-sindacale sembrano tutti preoccupati per la ‘salvezza’ dell’impianto, che dovrebbe garantire l’occupazione, le notizie dalla trincea giudiziaria sono sempre più inquietanti.

Oltre agli arrestati di lunedì ci sono almeno cinque altri indagati nell’inchiesta. Tra le new entry don Marco Gerardo, segretario dell’ex arcivescovo di Taranto mons. Benigno Luigi Papa, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano e un poliziotto, Cataldo De Michele, ispettore in servizio alla Digos della questura di Taranto.

Gli stralci diffusi dalla stampa e riguardanti alcune conversazioni tra il manager-immagine dell’Ilva, Girolamo Archinà, ed alcuni ‘illustri cittadini’ fanno molto riflettere.

Vendola ad Archinà. “Ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora più fuochi. [...] L’Ilva è una realtà produttiva cui non possiamo rinunciare, e quindi fermo restando tutto dobbiamo vederci dobbiamo ridare garanzie, volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva e dirgli che il presidente non si è defilato”.

Gli inquirenti hanno scritto che nelle e-mail di Archinà “veniva intercettato a gennaio 2010 il file di una missiva a firma dell’ing. Emilio Riva che ha come destinatario Pier Luigi Bersani”. Il segretario del Pd nel 2006 aveva ricevuto un contributo elettorale di 98mila euro dalla famiglia Riva. Non vi è alcun sospetto di corruzione, ma fa riflettere lo scambio di ‘notizie’ tra rappresentati di mondi così lontani tra loro.

Ecco la e-mail di Riva al segretario Pd: “Come tante volte ho avuto modo di rappresentarle” l’Ilva è sottoposta “a pressione mediatica violentissima, alimentata da associazioni ambientalistiche, che purtroppo trova sponda in alcuni rappresentanti politici più preoccupati di compiacere l’opinione pubblica che di accertare il reale stato delle cose. Mi rivolgo a lei per un episodio di cui è stato protagonista il senatore Della Seta che mi ha sconcertato. [...] Scusi lo sfogo ma proprio per quello che negli anni di reciproca conoscenza ha potuto constatare sulla mia azienda opera, confido che saprà comprenderlo” per salvare posti di lavoro, senza dar conto ad “attacchi mediatici su posizioni di pregiudizio ideologico”.

Il presidente della Provincia Gianni Florido, del Partito democratico ed ex sindacalista Cisl, è stato intercettato grazie alla microspia che gli investigatori avevano piazzato nell’ufficio di Michele Conserva, ex assessore del suo stesso partito ed ora agli arresti domiciliari: “Senti Michè – dice il presidente – in merito cosa vuol dire quella cosa (una lettera inviata all’Ilva, ndr) cioè sono approfondimenti ma…”. C’è poco da fare, gli risponde l’altro. “Comunque è un casino! Non si riesce a trovare una soluzione, speriamo che mo passano queste elezioni”.

Nel 2010 l’Ilva aspettava di ottenere l’Autorizzazione integrata ambientale. Secondo intercettazioni e ricostruzioni degli inquirenti un rappresentante dell’azienda avrebbe esercitato pressioni sul capo dipartimento del ministero dell’Ambiente, allora guidato da Stefania Prestigiacomo. Il ‘certificato’ fu firmato l’anno successivo e, secondo l’accusa, fu “rilasciato aderendo il più possibile alle richieste dell’Ilva”.

In una intercettazione, prima del rilascio dell’Aia, l’intermediario Ilva che aveva ‘dialogato’ con il funzionario del ministero disse a Riva: “Gli ho detto (al capo dipartimento, ndr) che i Riva sono incazzati come delle bisce (…) hanno già scritto a Letta… gli ho detto che se le cose stanno così (…) noi mettiamo in mobilità 5 o 6mila persone… gli ho detto guarda che su sta roba qui salta la Prestigiacomo… cazzo gli ho detto, scusa è da novembre che io vengo qui in pellegrinaggio da te….. è una roba allucinante! Cioè cosa dobbiamo fare di più, ve l’abbiamo scritta noi!”.

Ieri Giorgio Assennato, direttore generale dell’Arpa Puglia, ha negato di aver ricevuto alcuna pressione da Vendola riguardo all’Ilva: “Non ho mai subito alcuna pressione da parte di Nichi Vendola o di uomini del suo staff” ha detto il medico. “Abbiamo soltanto avuto alcune discussioni, peraltro fisiologiche in un rapporto tra un organo tecnico come il nostro e una struttura politica” ha aggiunto. Alla domanda “Avete mai ingaggiato duri confronti con la Regione?” Assennato ha risposto: “Soltanto uno, sull’uso del fotovoltaico in ambito rurale. E la spuntammo”. Per l’Ilva “non abbiamo mai avuto conflitti. La Regione ha tenuto sempre conto del nostro lavoro tecnico nella formulazione di tutte le sue leggi sulle emissioni di diossina, di benzoapirene e sulla valutazione del danno sanitario. Leggi molto innovative, non certo tenere con l’Ilva”.

Tuttavia negli estratti delle telefonate contenute nell’ordinanza del Gip Todisco c’è una telefonata del giugno 2010 in cui Archinà diceva: “L’avvocato Manna (all’epoca capo di gabinetto di Vendola, ndr) e l’assessore Fratoianni sono stati incaricati di frantumare Assennato” e “cercheranno di farlo fuori”.

Ed il 23 giugno 2010 Assennato in una telefonata ad Archinà dice: “Girolamo sono molto incazzato! La dovete smettere di fare così (…) andare dal presidente e dire che siete vittima di una persecuzione dell’Arpa (…). Vendola questa mattina ha convocato Massimo Blonda (direttore scientifico dell’Arpa, ndr)… vi siete trovati di fronte a persone senza palle!”.

Infine, le indagini mostrerebbero Archinà intento a passare “veline” ad alcuni giornali che le avrebbero pubblicate tali e quali e firmate con uno pseudonimo. Il ‘disturbo’ sarebbe stato pagato agli organi di informazione 120mila euro per spot sulle tv e un milione e mezzo per i giornali.

L’unica cosa che sembrerebbe certa in tutta la vicenda è l’aumento di alcune patologie nella cittadinanza. Se la responsabilità dell’Ilva fosse accertata, il problema non potrà essere risolto con ‘il risanamento’, perchè secondo alcuni esperti l’ambiente sarebbe compromesso in profondità.

Le relazioni tra management aziendale, politici, amministratori pubblici, sindacalisti mostra come il pasticcio del siderurgico abbia inquinato (al di là dei reati, sul piano puramente etico) non solo l’ambiente naturale, ma anche quello umano.

I rischi per l’occupazione sono gravi e le ricadute sociali potrebbero essere drammatiche. Ma un governo che si rispetti, di fronte all’accaduto, dovrebbe saper trovare soluzioni alternative.

Smantellare lo stabilimento, far pagare ai responsabili le opere di risanamento, impiegare mano d’opera in questo ciclopico lavoro e trasformare Taranto in un’area dedicata allo sviluppo tecnologico ed alla ricerca classificandola ‘tax free’ potrebbe essere una soluzione. Ma per farlo ci vorrebbe non solo coraggio. Prima di tutto si dovrebbero sciogliere i dubbi sulle connivenze che hanno impedito per decenni alla verità di emergere e che hanno alla fine imposto l’intervento della magistratura.

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