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La scuola e il nuovo concorso. Senza giovani

Autore: . Data: giovedì, 1 novembre 2012Commenti (0)

Nel corso di un Consiglio dei Ministri a fine settembre, il ministro Profumo ha presentato la proposta di bandire, dopo 13 anni, un nuovo concorso nella scuola pubblica, senza nessun confronto con le parti sociali e con chi la scuola la vive e la rappresenta. Il 23 novembre saranno fornite, sulla Gazzetta Ufficiale, le date e i luoghi per le prove di preselezione. Un articolo per ‘Tu Inviato’

Il ministro ha sottolineato che l’esigenza di bandire questo concorso è legato all’esigenza di dare la possibilità ai giovani più meritevoli di insegnare nella scuola pubblica. Ma la norma che ne prevedeva la destinazione ai soli abilitati (in maggioranza già inseriti nelle graduatorie ad esaurimento e quindi nominabili senza spendere un centesimo in concorsi) negava questa finalità.

E il suo aggiramento che estende la partecipazione al concorso ai semplici laureati entro il 2002 o il 2003, oltre ad aprire una voragine di partecipanti e di costi, darà il posto, a concorsi finiti, a qualche laureato al massimo, anzi al minimo, trentasettenne. Altro che giovani!

L’annuncio del ministro è stato accompagnato da commenti e dichiarazioni per lo più confusi, da parte di improvvisati “esperti” del nostro sistema d’istruzione, che hanno ulteriormente complicato un dibattito già di per sé estremamente delicato.

L’argomentazione di fondo, comunque, era incentrata sulla contrapposizione tra concorsi, come non plus ultra della selezione meritocratica, e graduatorie, sinonimo di lassismo e sanatorie.

Data l’importanza dell’annuncio del ministro per la vita dei precari e per il futuro del nostro sistema d’istruzione, crediamo di fare cosa utile contribuendo ad alimentare il dibattito con alcuni chiarimenti e precisazioni.

L’art. 97 della Costituzione proclama che ai pubblici impieghi si accede per concorso. E’ evidente il perché: la lunga storia (e anche l’attualità) della penisola è piena di vendite delle cariche pubbliche, di clientelismi e di nepotismi, tanto piena che, per esempio, basterebbe questo fatto a fare piazza pulita di qualsiasi velleità di assunzione diretta, come invece continua a chiedere qualche esponente del precedente governo.
Il concorso è dunque lo strumento più oggettivo individuato dalla nostra Costituzione per operare la scelta di assunzione dei dipendenti pubblici. Nulla più: uno strumento che si basa su criteri oggettivi non su impressioni o scelte soggettive di chi deve assumere. I criteri possono essere discutibili o sbagliati ma sono, nei limiti umani, oggettivi.

Ma che cosa è un concorso? E’ opinione comune che il concorso sia un esame. Niente di più sbagliato! Concorrere vuol dire correre insieme, come quando si fanno i 100 metri alle olimpiadi. All’esame non si corre insieme, si corre da soli, l’esaminando è solo davanti alla commissione. E’ solamente dopo, quando tutti gli esaminati mettono a confronto i risultati, che scatta il concorso, la gara. Il concorso dunque è la graduatoria finale. La contrapposizione concorso-graduatorie è perciò un errore semantico e logico, ancor prima che politico. Il concorso infatti può essere per esami, per titoli, o per titoli ed esami.

L’attuale Graduatoria ad Esaurimento, istituita nel 2007, deriva dalla trasformazione della Graduatoria Permanente, istituita nel 2000, la quale a sua volta deriva dalla trasformazione del Concorso per Soli Titoli (così si chiamava) istituito nel 1991. Lo scivolamento semantico determinato dal cambiamento di denominazione può averne fatto perdere il senso comune, ma non il valore giuridico: il Concorso per Soli Titoli non era una sanatoria una tantum, era un Concorso Ordinario! Nessuno può perciò sostenere che questa natura sia mutata col cambiamento del nome. Infatti nessun atto ministeriale ha ancora messo in discussione la “ordinarietà” per cui alla graduatoria in questione vada assegnato il 50% dei posti da mettere a concorso.

E’ necessario ribadire queste cose che sono, ancor prima che principi, i fondamentali di qualsiasi ragionamento logico sull’argomento. Infatti oggi, in un turbillon di disinformazione e di velleità elettoralistiche, il cui fine pare essere più la “meraviglia” dell’immaginario collettivo che l’efficienza dei provvedimenti, assistiamo ad un approssimativismo semantico e politico che non a caso sfocia sovente nella ingovernabilità dei provvedimenti che vengono assunti.

Tutto ciò avviene pur di non affrontare quello che rimane il nodo centrale di qualsiasi politica di buon funzionamento scolastico che non è cosa diversa da quella dell’occupazione nella scuola: la disponibilità giuridica, ai fini dell’assunzione a tempo indeterminato, delle cattedre e dei posti che effettivamente esistono o che si rendono necessari per il funzionamento effettivo del sistema.

Pensare che i precari o i disoccupati nella scuola esistano perché esistono le graduatorie (opinione che ha accomunato Moratti e Fioroni, Gelmini e Profumo) è come pensare che la febbre esiste perché esistono i termometri. Quindi così come la febbre non si cura distruggendo i termometri, il precariato e la disoccupazione nella scuola non sono curabili abolendo le graduatorie. Piuttosto così facendo si vuole togliere uno degli elementi di visibilità e di computabilità che il precariato nella scuola ha, cacciando anche il precariato della scuola in quell’area degli invisibili che in questi decenni ha caratterizzato la crescita della precarizzazione in tutto il mercato del lavoro.

La soluzione del problema del precariato della scuola sta dunque nelle assunzioni, così come il suo accumularsi è stato nei blocchi delle assunzioni (ad esempio il blocco del “piano Berlinguer” da parte della Moratti che ha comportato 50.000 mancate assunzioni nel 2004), nel mancato turn over determinato da trent’anni di politiche di taglio, in particolare dal taglio colossale di 140.000 posti della coppia Tremonti-Gelmini, e dall’allungamento per legge dell’età pensionabile (che ha stoppato a metà il pensionamento di circa 200.000 insegnanti sulla soglia di fine servizio), nel persistente ricorso all’organico di fatto contrapposto all’organico di diritto (ad onta di tutte le retoriche sulla contrattualizzazione, in base al diritto comune, del rapporto di lavoro) per nascondere l’effettivo bisogno delle risorse umane necessarie al funzionamento.

Finchè perdurano queste condizioni, pensare che moltiplicando i concorsi su un numero esiguo di posti si risolva il problema, non solo è illusorio, ma si traduce in una presa in giro o, al massimo, in una continua guerra tra poveri (i posti a concorso sono meno di 12.000 ma quelli vacanti si contano in alcune decine di migliaia). Tanto più che la praticabilità annua di questi concorsi è tutta da dimostrare. La storia e l’attualità testimoniano purtroppo l’inefficacia e l’inefficienza di questi meccanismi.

Il concorso per esami triennale fu restaurato nel 1978 (legge 463), messo in atto nel 1982 (legge 270), terminato nel 1985, da allora ad oggi, in 30 anni, avrebbero dovuto svolgersene ogni tre anni altri dieci, se ne sono svolti due per la scuola secondaria e tre per la primaria. Lo stesso meccanismo concorsuale per l’accesso ai Tfa (Tirocinio Formativo Attivo), che è solo una preselezione preabilitativa neppure finalizzata ad una assunzione, col famigerato test oggettivo “che tutti problemi dovrebbe risolvere”, ci ha messo un anno per passare dall’enunciazione alla attuazione della prima delle tre prove. Non può dunque sfuggire l’impressione che l’insistenza sui concorsi assomigli più a uno specchietto per le allodole, che tenga impegnati precari e disoccupati a studiare e a litigare, che una reale soluzione ai problemi.

Resta dunque prioritario ragionare, come dice da anni la Flc-Cgil, sui posti e sulle risorse che effettivamente necessitano alla scuola, sulla loro determinazione e sulla loro valenza giuridica, a partire dalla restituzione dei 140.000 posti sottratti con le norme Tremonti-Gelmini, prima di litigarseli sul come e sul chi li occuperà.

Da qualsiasi parte la si giri la questione resta sempre quella della capacità o meno del nostro Paese di investire in conoscenza , per migliorare la qualità del servizio della scuola pubblica che rimane un presidio fondamentale per garantire i diritti di cittadinanza e per rilanciare la crescita e l’innovazione del nostro paese. Questa è la nostra convinzione. Insomma crediamo nella scuola di Barbiana e della Costituzione, ma questo è un altro discorso…

Pino Patroncini, Gigi Rossi
Sindacalisti Flc-Cgil

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