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Economia, “il campo minato di Barack Obama”

Autore: . Data: giovedì, 8 novembre 2012Commenti (0)

L’associazione “Sbilanciamoci!” si sofferma sulle criticità che sarà chiamato ad affrontare il presidente Obama: se è vero che la sua rielezione conferisce stabilità alla politica Usa, non si diradano le incognite sui temi economici. Anzi, con il debito (privato e pubblico) e il deficit dei conti pubblici ed esteri, la finanza appare “fuori controllo”.

La premessa è una campagna elettorale, spiega ‘Sbilanciamoci!’, che “ha insistito sulla disoccupazione scesa al 7,9% (Obama) e sulla crescita ferma quest’anno al 2% (Romney). Si è parlato del ‘dirupo fiscale’ che incombe sul bilancio federale e se non ci saranno accordi al Congresso, il 1 gennaio scatteranno automaticamente 600 miliardi di dollari di tagli di spesa e nuove tasse: una manovra enorme (dell’ordine del 15% della spesa pubblica Usa) che precipiterebbe il paese nella recessione”.

Una simile prospettiva ha preoccupato più il G20 che gli elettori Usa, ma il punto è che i democratici controllano il Senato, mentre alla Camera dei rappresentanti “la maggioranza è dei repubblicani più estremisti, che hanno bloccato ogni mossa di Obama e difendono gli sgravi fiscali ai più ricchi. Le elezioni del 6 novembre non hanno mutato quest’impasse ed è difficile pensare a un consenso che risani i conti Usa evitando il dirupo”.

‘Sbilanciamoci!’ entra nel merito ed ipotizza che “una recessione provocata da politiche di austerità sul modello europeo farebbe saltare il già precario equilibrio dei conti Usa: c’è un deficit pubblico intorno ai 1100 miliardi di dollari, pari al 7,5% del Pil (era oltre il 10% nel 2009), finora è stato finanziato da nuovo debito, raddoppiato in 10 anni; ora è pari al 100% del Pil e la banca centrale ne ha comprato oltre un terzo, stampando dollari senza limiti”.

Ma il guaio più grosso d’America è il debito privato, intorno al 250% del Pil del paese (era al 240% nel prima della crisi del 1929 e al 300% nel 2009, a crisi scoppiata). E’ costituito dai mutui immobiliari (13 mila miliardi, poco meno del valore del Pil, molti dei quali impagabili), dal debito delle imprese (12 mila miliardi), dal debito delle famiglie per sostenere i consumi (2700 miliardi). “E i creditori – annota l’associazione – sono in misura crescente stranieri: il debito estero totale degli Usa è vicino ai 15 mila miliardi di dollari, lo stesso ammontare del Pil, e di questo oltre un terzo è debito pubblico nelle mani di investitori stranieri”.

Altro capitolo dolente, il deficit estero: “Il gap tra importazioni e esportazioni è di 44 miliardi di dollari, e veniva finanziato da altrettanti afflussi di capitale da Cina, paesi ricchi e paesi emergenti. E’ un meccanismo che non funziona più: gli Usa hanno ora un deficit di 120 miliardi di dollari nei movimenti di capitale, mentre all’inizio del 2011 avevano un avanzo di 600 miliardi. La caduta attuale è analoga a quella registrata con la crisi del 2008; la crisi dell’euro fa meno paura e il Sud del mondo inizia a scommettere sui paesi emergenti anziché su Wall street”.

Insomma, “senza grandi capitali in entrata e con un debito totale che non si ferma, il cerotto messo sulla crisi finanziaria potrebbe saltare; con meno dollari stampati, meno disponibilità di capitali e i conti delle banche sempre precari (altre otto società finanziarie hanno appena ricevuto aiuti dalla Fed), potrebbe sgonfiarsi la faticosa ripresa della Borsa – l’indice S&P è raddoppiato tra febbraio 2009 e oggi, tornando ai livelli pre-crisi – e la bolla finanziaria potrebbe scoppiare una seconda volta”.

A partire dall’analisi si possono ‘visualizzare’ gli scenari: ‘Sbilanciamoci!’ ne ipotizza due. “Quello ‘alla Roosevelt’ vede un Obama che affronta i guai che scoppieranno nell’economia governando per il 99% degli americani, sottraendosi al ricatto di Wall street (che ha finanziato la sua vittoria), un presidente che riottiene tra due anni la maggioranza alla Camera, chiude il ciclo del neoliberismo, amministrando con intelligenza il lento declino americano”. Mentre lo scenario ‘alla Clinton’ è la continuazione degli ultimi due anni, un Obama centrista che media con i repubblicani e la finanza, ma che proprio per questo non riesce a far quadrare i conti, a reagire a una caduta di Borsa o un precipitoso calo del dollaro, affondando in una depressione piena di brutte sorprese”.

Scampato, invece, il rischio di un possibile (alla vigilia) terzo scenario: quello “anni trenta”, in seguito ad una vittoria a sorpresa di Romney che avrebbe “accelerato i tempi del disastro economico; tagli di spesa che portano recessione, tagli di tasse che rendono ricchissimi pochi ricchi, bolle speculative che si gonfiano e scoppiano, una base produttiva che si indebolisce ancora, una società che va in frantumi”.

L’apocalisse iperliberista è scongiurata. Ma è inutile nascondersi che il lavoro che attende la nuova amministrazione Obama farà tremare le vene ai polsi.

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