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Ilva di Taranto, la difficile lotta per l’ambiente e il lavoro

Autore: . Data: martedì, 30 ottobre 2012Commenti (0)

In modo prepotente, finalmente, i problemi ambientali della città di Taranto, legati alla presenza delle acciaierie ex-Italsider, oggi Ilva, sono balzati all’attenzione nazionale. Sono 50 anni che questa azienda, la più grande di Europa, avvelena la città.

Per far posto agli stabilimenti, per prima cosa furono espiantati uliveti pregiati, distrutte masserie e tutto per circa 20 milioni di mq, una città nella città. Appena completato l’insediamento ed avviate le lavorazioni in toto, fu la volta di Mar Piccolo, che cominciò a ricevere gli scarichi velenosi con la conseguente morìa delle cozze, alimento pregiato se fatto crescere in condizioni ottimali.

La politica delle assunzioni dell’Iri fu di piatto servilismo nei confronti della Dc jonica, che utilizzò questa occasione per rendere il voto di scambio una moneta corrente. Non solo la ‘presentazione’ di un notabile dc, ma anche informative della polizia, soprattutto relative al credo politico ed alle scelte sessuali. In città, negli anni precedenti, l’Iri aveva trasformato i gloriosi Cantieri Navali (ex proprietà Tosi di Legnano) in officina di riparazioni con epurazione dei quadri sindacali e del Pci. Stessa operazione l’allora ministro della difesa, Randolfo Pacciardi, aveva condotto nei confronti dei lavoratori dell’Arsenale militare e di Buffoluto. Tutto ciò era avvenuto nel rispetto dei protocolli Nato, ossessionati dal fatto che gli operai comunisti fossero spie dell’Urss…

L’inquinamento fu massivo nel quartiere ex Gescal Tamburi e nel cimitero cittadino, entrambi situati a ridosso dell’Italsider: entrambi sono diventati lande rossastre a causa delle polveri sia come residui di lavorazione sia come deposito all’aperto del parco minerario.

C’è una tendenza ad accreditare una città rassegnata di fronte al disastro ambientale. Non è esattamente così, ma si è trattato di una battaglia di minoranze ambientaliste e di politici di sinistra, che per oltre trent’anni è rimasta all’opposizione in comune.

Nel 2007, con l’elezione di Ippazio Ezio Stefàno a sindaco della città, dopo il disastro amministrativo di Rosanna Di Bello (PdL), la battaglia ricominciò. Il nuovo sindaco, da subito, riprese quanto egli aveva proposto nella sua esperienza da deputato e tramuta le interpellanze e mozioni in una lettera al presedente del consiglio dei ministri Prodi, con cui chiede denaro per le bonifiche ed indagini epidemiologiche sia in azienda sia in due quartieri della città, l’uno, i Tamburi, all’opposto dell’altro per stabilire non la media delle morti per tumori ed altre malattie legate all’inquinamento, ma la quantità e la concentrazione delle stesse.

Nel 2010, di fronte alle inadempienze di Ilva il sindaco Stefàno trasmette una denuncia articolata alla magistratura. Stessa azione intraprende la Fiom (nel corso degli ultimi anni saranno 95 le denunce del sindacato). Si apre un conflitto istituzionale fra Regione Puglia, governata da Vendola, ed il Ministero dell’ambiente retto da Stefania Prestigiacomo sui limiti di emissione delle polveri e di diossina e sul trattamento del PM10 con l’urea. Ma questa è cronaca tutto sommato recente.

Negli anni Riva ha tentato diverse azioni repressive quali la Laf (laminatoio a freddo), la famigerata palazzina lager dove sono messi a fa niente per otto ore al giorno i dirigenti sindacali ed i lavoratori riottosi alla loro ristrutturazione con demansionamento. Già nel 1998 la magistratura intervenne per far chiudere questa vergogna. Poi, ha inventato i lavoratori indesiderabili, cioè gli stessi lavoratori della Laf mandati a casa stipendiati con l’obbligo di non presentarsi al lavoro.

Nel 2010 a fianco delle azioni del sindaco e del sindacato, nasce un comitato per un referendum per la chiusura dell’intero complesso.

La situazione di questi ultimi mesi è complessa. Il gip Patrizia Todisco ha disposto il sequestro degli impianti più pericolosi per la salute ed ha imposto la bonifica dei siti. Nel contempo 20 tonnellate di cozze (valore 4 milioni di euro) sono state distrutte per ordine della magistratura, migliaia di pecore abbattute, perché la diossina ha intossicato mitili e bestiame.

Nella zona è sempre più impellente il pericolo occupazione per gli 11 mila addetti ad Ilva ed ai quasi 8 mila dell’indotto, ma ci sono già 15 mila miticultori senza lavoro e almeno 5 mila fra allevatori, pastori ed addetti all’industria di trasformazione lattiero-casearia a spasso. Le azioni risarcitorie saranno, come sempre lunghe, ma nessuno assomma i miticultori e gli altri lavoratori al pericolo per i lavoratori di Ilva e dell’indotto.

Occorre farla, questa somma, per avere la consapevolezza della dimensione complessiva del problema.

Luigi Greco

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