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L’Egitto e la sindrome algerina

Autore: . Data: venerdì, 15 giugno 2012Commenti (0)

La ‘Primavera Araba’ si rivela sempre di più una invenzione gonfiata dalla stampa occidentale. Ieri al Cairo la Corte costituzionale ha suggerito “lo scioglimento di tutto il Parlamento egiziano”. Potrebbe essere la miccia che farà esplodere il Paese.

Secondo i supremi giudici la legge elettorale che ha portato all’elezione del nuovo Parlamento dopo l’era Mubarak non sarebbe costituzionale nella parte che riguarda il sistema maggioritario. Un terzo dei deputati era stato designato con quel metodo e quindi “la decisione di annullare l’elezione di un terzo del Parlamento porta all’annullamento di tutti i seggi”, ha spiegato il vice presidente della Corte, Maher Sami.

I militari, che fin dalla proclamazione della Repubblica Araba d’Egitto, 18 giugno 1953, sono i veri padroni dello stato, hanno subito fatto sapere che a questo punto ”il potere torna in mano” al Consiglio delle forze armate (Scaf). ”Noi non lo vogliamo ma il tribunale ha deciso così”.

La giunta adesso dovrebbe decidere come sarà la nuova legge elettorale e quando si svolgeranno le nuove elezioni. Ma soprattutto sarà possibile per Ahmad Shafiq, ex premier di Mubarak e soprattutto ex comandante delle forze aree egiziane.

Durissima la reazione dei Fratelli musulmani, i vincitori (prevedibili) delle ultime consultazioni. Secondo un loro esponente se si sciogliesse il Parlamento finirebbe in un “tunnel”. Mohamed Beltagui del comitato esecutivo del partito dei Fratelli Musulmani ha reso noto che le sentenze della Corte sono ”un colpo di stato totale che annulla 16 mesi di storia della patria”.

E se in Tunisia, dopo le elezioni vinte dal partito islamista An-Nahda, i tribunali condannano all’ergastolo il presidente defenestrato Ben Ali, ‘salvandolo’ dalla pena di morte nonostante il vecchio dittatore si sia rifugiato in Arabia Saudita e non corra alcun rischio di essere estradato. L’attivista Lina Ben Mhenni ieri, partecipando a Torino ad un forum sulla ’Diplomazia nel tempo di Twitter’ ha affermato che “per la seconda volta, l’altra sera è stato proclamato un coprifuoco. Una persona è stata uccisa, molte altre sono rimaste ferite. Ma abbiamo l’impressione che il mondo abbia dimenticato la Tunisia”.

In Libia, nonostante una sanguinosa ‘guerra per la democrazia’, la situazione non è per nulla chiara, gli scontri tribali continuano e di libertà neppure se ne parla.

In questa situazione di incertezza e nel quale l’unica stagione alla quale proprio non si riesce a pensare è la primavera, la svolta egiziana non può non far pensare all’Algeria.

L’antica colonia francese, nonostante e storici contrasti interni, è nelle mani dei militari da decenni. Vincendo le elezioni amministrative nel 1990, il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) rischiò di metter fine al potere dell’esercito. Gli islamisti poi trionfarono anche alle politiche del ’91 ed i generali reagirono con un colpo di stato, che diede il via ad anni di guerriglia integralista, con stragi orrende e contraccolpi durissimi per la popolazione civile.

L’affermarsi di forze islamiche in Paesi che pur gestiti da regimi illiberali difendevano la laicità dello Stato sembrano l’unica vera novità presentata dalla presunta Primavera araba.

Dopo la decisione della Corte del Cairo adesso il pericolo di una deriva algerina è altissimo in Egitto. E c’è da domandarsi da dove siano arrivati i soldi per avviare un processo tanto complesso di cambiamento di assetti politici in un’area per tradizione molto ostile alle trasformazioni. Perché ad Algeri, Tunisi, Tripoli ed al Cairo non ci sono solo i ragazzini di Facebook o i ‘combattenti per la democrazia’ che piacciono ai giornalisti italiani, ma circolano anche non pochi personaggi in incognito con valigette piene di denaro. Di chi e soprattutto perché?

 

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