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Dopo San Giovanni ripensare al pericolo terrorismo

Autore: . Data: venerdì, 21 ottobre 2011Commenti (0)

Li hanno chiamati incappucciati, black bloc, teppisti, ma un tempo sarebbero stati chiamati con più semplicità ‘fascisti’, in omaggio alla semplificazione del linguaggio che i democratici (non solo la sinistra) utilizzavano in Italia nel primo dopoguerra ed ancora in uso in molti Paesi, dalla Francia agli Stati Uniti.

I criminali che sabato hanno scatenato la violenza a Roma nulla hanno a che fare con la democrazia, con la cultura del progressismo, con la speranza di costruire un mondo migliore.

Come, infatti, si può supporre che chi si accanisce istericamente contro vetrine, auto civili, cassonetti o aggredisce chi tenta solamente di fermarne la barbarie possa diventare ‘classe dirigente’ del futuro?

La dinamica della bagarre del sabato di fuoco capitolino ha avuto una genesi semplice ed uno sviluppo preoccupante. Un gruppo di persone, probabilmente legate a qualche collettivo o centro sociale ben noto sia ai tutori della legge che agli organizzatori della manifestazione,  sono arrivati al corteo già sapendo da giorni quello che dovevano fare.

Con ogni probabilità l’obiettivo politico era il ‘casino’. I ‘fascisti’ si erano portati da casa gli attrezzi del mestiere, di certo collaudati in qualche scorribanda ‘No Tav’ in Val di Susa. La tattica quella di sempre. Produrre un evento tale da costringere la polizia ed i carabinieri  ad intervenire, così da potersi giovare della ‘repressione’ necessaria ed indispensabile per indurre le ‘aree contigue’ alle frange violente ad entrare in partita, allargando in quel modo  il numero dei ‘soldati’ e l’ampiezza materiale e mediatica dello scontro.

Infatti, il nucleo iniziale di ‘fascisti’ si è ingrossato nel tempo grazie all’opera di manifestanti ‘ex pacifici’ diventati d’un colpo ‘incazzati’ con gli ‘sbirri servi dei padroni’.

Ed oggi una parte dei cosiddetti ‘indignati ‘insiste nell’indicare nell’azione delle forze dell’ordine violazioni presunte di non si capisce bene quale diritto civile, dimostrando quanto la strategia della non violenza non faccia parte del bagaglio culturale di molti degli oppositori al regime del Cavaliere.

Su Facebook, ormai sfogatoio informe di ogni genere di delirio, sono innumerevoli i post di chi denuncia complotti, infiltrazioni, operazioni segrete del ‘potere’, attività preordinate per sconfiggere nuovi e fantasiosi soggetti politici ‘espressione’ della ‘ggente’.

I manifestanti ‘indignati’ di sabato altro non erano che i viola di un altro sabato, i movimenti di un altro sabato ancora, i contestatori dell’assetto dell’informazione nazionale di un altro sabato ancora ancora. Ecc.

Come le forze aree del Duce si tratta di una unica e solitaria squadriglia in servizio permanente effettivo su tutto il territorio nazionale. Una compagnia di giro del tutto separata dalla società civile e protagonista non della crescita dell’antipolitica, ma testimone piuttosto della crisi della politica fatta di ideali. Costoro non hanno alcuna formazione credibile, nessuna capacità di costruire organizzazione e, soprattutto, sono del tutto incapaci di edificare un blocco sociale compatto in grado di mettere in crisi l’attitudine bandabassottissa del centro destra e la paralisi burocratico clientelare del centro sinistra.

La crisi finaziaria mondiale e la condizione di degrado inarrestabile (e forse irrisolvibile) della società italiana, poi, stanno fornendo agli ‘incappucciati’ una straordinaria e pericolosissima opportunità.

Il terrorismo, nato dalla strategia della rivolta inventata negli anni ’70 (non nel ’68) da una serie di individui in stato di grave confusione mentale, aveva formulato un prototipo operativo semplice. Intorno a piccoli nuclei di ‘clandestini’ girava un vasto marchingegno composto da ‘fiancheggiatori’. Quelli che nei sabato del ’77 mettevano una settimana si ed una anche a ferro e fuoco il centro di Roma e di altre città italiane.

I criminali di Br, Prima Linea, Nuclei armati proletari e compagnia furono sconfitti dal Pci, dalla parte ‘sana’ della Dc e dal movimento operaio,che attraverso le organizzazioni sindacali (guidate da dirigenti di ben altro spessore di quelli di oggi) seppero prima isolare le bande armate e poi disgregare le aree contigue dei loro sostenitori ‘esterni’.

Oggi il vuoto politico del centro sinistra, la debolezza del sindacato, la totale assenza di un progetto politico democratico in grado di smantellare il berlusconismo e la corruzione morale e materiale indotta dai partiti (tutti) fornisce ai nuclei violenti un ampio margine di manovra e, soprattutto, un bacino illimitato nel quale pescare militanti ‘diretti’ ed ‘indiretti’.

Ad osservare le immagini di alcuni dei devastatori di piazza San Giovanni spaventano certi ‘balletti del guerriero’, i gesti non controllati di esaltazione della violenza, i movimenti del corpo sincopati e quasi meccanici.  E non pochi commenti pubblicati sui social network intimidiscono per la pochezza dei contenuti. Tutti segnali non di disagio, ma sintomi dell’esplosione incontrollata di pulsioni crudeli e potenziamente nel futuro anche omicide.

Passare dalle spranghe al mitra non è difficile.  Anche se fino ad oggi la fragilità mentale di questi ‘fascisti’ non ha ancora saputo generare un gruppo dirigente in grado di organizzare uno schema di banda clandestina, non si può confidare sulla stupidità per evitare il peggio. Il bacino dei fiancheggiatori è pronto e nuota nella povertà, nella disoccupazione giovanile, nell’assenza di prospettive, nell’ignoranza di ragazzi formati a botte di ‘Grande fratello’ o ‘radio proletario sfruttato’ (nome non riferito a nessuna struttura ‘vera’ se esiste, ma di fantasia ed utile per spiegare il senso del ragionamento).

La risposta a questa emergenza, comunque, non può essere quella indicata dal duo del momento, Di Pietro-Maroni, e dalle loro richieste di emergenze.

Non di questioni di ordine pubblico si tratta, ma di nodi politici da sciogliere. Se la sinistra non riuscirà a formulare un programma ‘di sinistra’, non riformerà i propri gruppi dirigenti  in modo radicale (altro che Veltroni o rottamatori), non recupererà la memoria della propria tradizione e non saprà coagulare un blocco sociale che chiede riforme di struttura (e non riformismo), lo spettro di una seconda stagione di terrorismo in Italia sarà qualcosa di più di un trucco cinematografico da film horror.

Ma nulla sembra smuovere i dinosauri che si sono impossessati del Palazzo. Mentre il Paese affonda rapidamente e nessuno è più capace di costruire sogni per dare il potere alla fantasia.

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