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Tra crisi economica e (scarse) prospettive

Autore: . Data: giovedì, 14 luglio 2011Commenti (0)

Sono trascorsi 10 anni da Genova 2001. Molti hanno ripreso a studiare lo sviluppo economico non solo come dinamica del reddito, ma come processo complessivo della società e delle sue istituzioni. Soprattutto è stata profondamente indagata la dicotomia tra le teorie della crescita per i paesi sviluppati e le teorie dello sviluppo per i paesi in via di sviluppo. Infatti, molti indicatori economici non possono rappresentare il benessere di un popolo o di un paese. Il Pil è importante, ma questo aggregato è insufficiente per valutare l’efficacia e il benessere di un paese.

Non erano critiche senza fondamento quelle del 2001, piuttosto la manifestazione di un bisogno di verità, cioè la necessità di integrare il PIL nell’analisi di un paese o del sistema economico con altri indici. Insomma, il reddito non è tutto. Non era e non è un approccio rivoluzionario. Questa riflessione è condotta da tempo dall’UNDP (United Nations Development Programme) ed ha radici ben più lontane del movimento del 2001, con a capo una istituzione come l’ONU.

Nel 1990 l’UNDP elabora l’indice di sviluppo umano (HDI) con la finalità di “collocare le persone al centro dello sviluppo”. Alla base delle pubblicazioni dell’UNDP c’è la convinzione che la dimensione umana dello sviluppo sia stata trascurata nel passato a causa di un’eccessiva enfasi posta alla crescita economica.

L’approccio dell’UNDP riflette una vecchia tensione che esiste all’interno delle organizzazioni internazionali: tra coloro che concentrano la loro attenzione sulla crescita economica identificandola con lo sviluppo, e coloro che si interessano principalmente agli aspetti e alle conseguenze sociali dello sviluppo. Per questi ultimi il vero obiettivo dello sviluppo dovrebbe essere quello di creare un ambiente in grado di consentire una vita più lunga, sana e creativa.

La stessa definizione di “sviluppo” del nobel Kuznets dovrebbe guidare i comportamenti delle istituzioni internazionali e nazionali: “l’aumento nel lungo periodo della capacità di un Paese di fornire beni economici sempre più diversificati alla sua popolazione; tale crescente capacità si fonda sullo sviluppo tecnologico e sugli aggiustamenti, sia istituzionali che ideologici, che esso rende necessari”.

Gli aggiustamenti istituzionali e ideologici sono necessari per rispondere alla complessità del processo produttivo, in particolare per “organizzare” e “ordinare” il processo cumulativo: l’organizzazione del lavoro, dei tempi e dei modi della prestazione lavorativa, delle inevitabili conseguenze dal lato delle istituzioni preposte alla regolamentazione della società.

Il 2001 è stato un anno importante. Mentre dalla società cresceva il bisogno di un paradigma sociale teso a soddisfare i bisogni inespressi dal “mercato”, il mercato neoliberista si rafforzava e occupava ogni intercapedine della società. Il sistema delle imprese multinazionali, ma non solo multinazionali, assumeva un ruolo inedito. In qualche modo lo spazio economico “liberato” dall’intervento pubblico legato alle politiche neoliberiste veniva occupato dalle imprese (welfare privato), mentre l’incertezza del futuro, legata alla pensione, al salario e allo stato sociale, era interamente fatta ricadere sui cittadini.

L’effetto da un lato è stato quello di una polarizzazione del reddito dai poveri ai più ricchi e via via la riduzione di salari e stato sociale; dall’altro si è chiesto ai lavoratori (flessibilizzati e impoveriti) e ai cittadini di “assicurarsi” dai fallimenti del mercato attraverso la “partecipazione” al mercato finanziario. La crescita del mercato finanziario per un po’ ha controbilanciato la riduzione dei salari e della spesa pubblica, ma tutti i nodi irrisolti di un mercato finanziario senza regole sono venuti al pettine nel 2007.

L’effetto della crisi partita nel 2007, che affonda nell’aumento dei tassi di interesse statunitensi tra il 2004 e il 2006 (salgono dall’1% al 5,25%) colpisce il settore immobiliare: cadono i prezzi, facendo aumentano i proprietari insolventi, in particolare i proprietari dei mutui subprime. Finisce un era, cioè quella della crescita fondata sulla speculazione finanziaria. Il sistema creditizio entra in crisi, condizionando tutti i sistemi economici internazionali.

L’aspetto più “ironico” è legato alle misure per affrontare la crisi. Il pubblico è sempre stato visto come il diavolo dai neoliberisti, ma sono proprio i governi neoliberisti ad aumentare la spesa pubblica e in particolare il debito pubblico per trovare una soluzione al fallimento della crisi economica e finanziaria. Per un attimo tutti quanti abbiamo pensato che le istituzioni internazionali e nazionali almeno correggessero le storture più evidenti del mercato finanziario e favorissero un ruolo delle istituzioni pubbliche adeguato nell’affrontare la crisi economica. E’ stato un attimo.

Proprio le istituzioni europee che più e meglio di altre avrebbero potuto capire il ruolo pubblico e delle regole nel marcato, hanno adottato politiche che nella migliore delle ipotesi possono solo avviare una recessione. Infatti, le misure di contenimento della spesa pubblica per far fronte alla crescita del debito pubblico legate al nuovo Patto di Stabilità, improvvisamente ri-diventato insopportabile per l’Europa, possono solo ridurre la domanda aggregata, con effetti sui salari e lo stato sociale che riducono qualsiasi ipotesi di soluzione della crisi.

Inoltre, proprio la crisi energetica come i vincoli ecologici avrebbero consigliato un maggiore intervento pubblico. Un intervento pubblico teso a sviluppare le clean technologies assieme a un sistema industriale capace di svilupparle. La crescita di questo settore, cioè quello della tutela ambientale e del risparmio energetico, per non parlare dell’energia rinnovabile, sarebbe un terreno fertile per uscire dalla crisi almeno un po’ meglio di come siamo entrati.

Roberto Romano

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