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Santoro e Mentana: botte da orbi

Autore: . Data: martedì, 5 luglio 2011Commenti (0)

I due giornalisti televisivi si confrontano sul senso delle libertà. Eppure tutti e due debbono la propria carriera alla Rai, azienda nella quale non si entrava (ed entra) senza un qualche ‘aiutino’ di partito.

Santoro afferma che lui e Mentana sono “diversamente liberi”, il direttore del Tg7 gli risponde che “i principali ingredienti della libertà sono due, l’intransigente necessità di esercitarla per fare il nostro mestiere, e il successo che ne consegue”.

Uno sguardo al passato. Oltre dieci anni fa Emilio Fede fu querelato da Mentana per aver sostenuto che l’allora a capo del Tg5 fosse stato assunto da lui al Tg1 “su ordine di Martelli”, il plenipotenziario craxiano per le questioni riguardanti l’informazione.

Disse ‘Chicco mitraglia’ per difendersi: “E’ falso dalla prima all’ultima parola. E’ una cattiveria gratuita e senza fondamento. Fede non poteva assumere nessuno, era un conduttore, è come se oggi facesse assunzioni Lilli Gruber. Con una ricostruzione completamente falsa, Fede cerca chiaramente di diffamare con cattiveria. E lo fa in un libro, per di più: un oggetto meditato e più volte rivisto”. Fede, stupefatto per la reazione del collega che per altro voleva un miliardo di lire di risarcimento, si affrettò a rispondere: “Non capisco, proprio non capisco. Avevo appena scritto una lunga lettera a Enrico manifestandogli stima e amicizia, della lottizzazione siamo stati vittime tutti. Perché se la prende? Comunque, se vuole, gli chiedo scusa. Non so di cosa, ma gli chiedo scusa”.

Tutti vittime della lottizzazione. In un libro del 2005, ‘Inciucio’, scritto a quattro mani da Peter Gomez e Marco Travaglio, si legge: “Per capire Mentana, amico di tutti i potenti di destra, di centro e di sinistra, basta scorrere i nomi di molti giornalisti assunti negli anni al Tg5. Leila Confalonieri, nipote del presidente Fininvest, Fedele. Lucrezia Agnes, figlia dell’ex presidente della Stet e direttore generale della Rai, Biagio. Chiara Geronzi, figlia del patron della Banca di Roma, Cesare. Veronica Gervaso, figlia del giornalista Roberto, l’uomo che presentò Berlusconi a Licio Gelli. Donata Scalfari, figlia del fondatore di ‘Repubblica’, Eugenio. Giancarlo Mazzucchelli, figlio della moglie di Claudio Petruccioli (diventerà presidente Rai, Nda). Fabio Tricoli, nipote di uno degli avvocati di Dell’Utri, Roberto. Barbara Parodi, ex moglie di Luca di Montezemolo e attuale consorte di Paolo Mieli. Valentina Loiero, figlia di Agazio (Udeur), presidente della regione Calabria. La vaticanista Marina Ricci, sorella del ministro Rocco Buttiglione (Udc) nonché di Angela ex vaticanista del Tg1 e ultimamente direttore dei tg regionali: tutti ciellini doc (compreso il marito Tommaso Ricci, giornalista del Tg2). Giulio De Gennaro, figlio del capo della Polizia Gianni. Sebastiano Sterpa, figlio del deputato forzista Egidio. Chiara Puri Purini, figlia dell’ambasciatore Antonio. Salvo Sottile, figlio di Giuseppe, ex vicedirettore di Studio Aperto, ora vice di Ferrara al ‘Foglio’. Luca Rigoni, figlio di Mario, l’ex direttore della Rai di Trento legato alla Dc e poi a Forza Italia. Benedetta Corbi, ex fidanzata di Claudio Martelli, poi praticante all”Avanti!’. Elena Caputo, figlia del giornalista e poi sottosegretario forzista Livio. Silvia Reviglio, figlia dell’ex ministro socialista Franco. Giuliano Torlontano, figlio di Glauco, parlamentare Ds, già all’ufficio stampa di Spadolini. Tutti validissimi professionisti, ci mancherebbe. Ma tutti parenti di qualcuno che conta: ne abbiamo contati oltre una ventina su una redazione di un’ottantina di persone…”

I due autori di ‘Inciucio’, poi, vollero ricordare lo stato delle relazioni sindacali nel Tg5: “…Le frizioni più aspre sono quelle con il Cdr. Quando i rappresentanti della redazione provano a scrivere all’azienda per questioni contrattuali, lui (Mentana) li fulmina: “E chi vi credete di essere?”… Nel dicembre 2002 decide di rompere la solidarietà sindacale e di mandare in onda il tg nonostante lo sciopero nazionale della Fnsi, “così gli altri scioperano e tutti gli ascolti ce li prendiamo noi”. Chiama a casa, di notte, i vicedirettori e qualche redattore fedelissimo e mette insieme un’edizione quasi completa del Tg5. Il Cdr si dimette e i due rappresentanti sindacali, Sandro Provvisionato e Paolo Di Mizio, spiegano il perché con una lettera ai colleghi. Ricordano di esser stati eletti per affrontare il problema della “mancanza di democrazia interna”, lamentano che solo 48 giornalisti su 100 hanno scioperato, accusano Mentana di aver diviso la redazione “al solo scopo di sferrare un attacco alla Rai”. “Quest’ultimo aspetto – aggiungono – acquista anche un valore quantomai deleterio, tutto interno ai giochi della politica”. Mentana risponde accusando il Cdr di “linguaggio stalinista o fascista”; aggiunge: “figurarsi se possono far paura i deliri di qualche giornalista frustrato”. La Fnsi si rivolge al Tribunale del lavoro denunciando gli insulti e le minacce di Mentana ai giornalisti e anche le “pressioni” su diversi redattori per convincerli a lavorare durante lo sciopero. Secondo il sindacato, Mentana non se l’è presa solo col Cdr, ma anche con un gruppo di colleghi “rei” di aver sottoscritto una lettera con cui chiedevano ai rappresentanti sindacali di ritirare le dimissioni. Pure Mentana ricorre al giudice: il 9 gennaio 2003 denuncia la Fnsi e l’Associazione Stampa Romana per diffamazione. Insomma se la prende con i colleghi. L’inviato Toni Capuozzo lo difende a spada tratta con una lettera aperta appesa nell’ascensore: “Ragazzi, se volete fare i duri e puri andate al ‘Manifesto’. Qui siamo a Mediaset”…”.

Uno sguardo sul fronte opposto. Santoro da parte sua ha raccontato la strada che lo ha portato alla Rai. “Ero parcheggiato a l’Unità che non mi faceva scrivere. Nel consiglio d’amministrazione della Rai c’era il filosofo Beppe Vacca che mi ha proposto di andare a Roma e io ho accettato. L’Unità si è liberata di me ed io di loro. E ho fatto bene visto che la redazione napoletana ha chiuso”, ha detto il giornalista senza macchia e senza paura. La narrazione ha forse bisogno di una piccola precisazione. La “proposta” di Vacca, in linguaggio comune, si chiama ‘raccomandazione’. Il filosofo, poi, non era nel Cda della Rai per le sue competenze specifiche (all’epoca) di professore ordinario all’Università di Bari, ma in rappresentanza del Pci che lo aveva designato come suo rappresentante.

Al lettore le conclusioni.

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