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Cie e immigrati reclusi: la protesta della Cgil

Autore: . Data: mercoledì, 27 luglio 2011Commenti (0)

All’indomani dell’iniziativa organizzata da Ordine e sindacato dei giornalisti per denunciare lo stop al diritto all’informazione su quanto accade nei Cie (i centri di identificazione ed espulsione per i “clandestini”) per effetto di alcune norme contenute nella recente e contestatissima circolare elaborata dal ministero dell’Interno, si segnala la protesta della Cgil. Che denuncia “la vergogna in cui versano questi luoghi di ingiusta detenzione con gente rinchiusa senza aver commesso alcun reato”, ha affermato la segretaria confederale Vera Lamonica, che ha partecipato l’altro ieri al presidio presso il Cie di Ponte Galeria, a Roma.

La dirigente sindacale ha puntato il dito contro “l’inaccettabile circolare del ministro che dal primo aprile ha vietato l’ingresso alla stampa nei Cie impedendo così che l’opinione pubblica sappia di quanto succede in quelle strutture e dei diritti che vengono sistematicamente cancellati”, così come è negativo il giudizio “sulla legge in discussione al parlamento che prevede la reclusione nei Cie fino a 18 mesi”.

Contro questi provvedimenti la Cgil chiede che “si ritiri la circolare perché sia garantita la trasparenza e l’ingresso della democrazia in questi luoghi, adottando la convenzione dell’Oil che prevede che i sindacati possano offrire azioni di sostegno e di tutela per gli immigrati, e che si blocchi l’approvazione della legge in discussione in questi giorni in Parlamento”.

Inoltre, con questa iniziativa, che vede la Cgil fortemente impegnata su tutto il territorio nazionale, il sindacato segna un nuovo passaggio della sua mobilitazione “continua contro questi luoghi che mettono in discussione la qualità della nostra democrazia: non può esistere un paese dove ci sono luoghi dove la costituzione non vale”. La Cgil chiede quindi un cambio radicale della legislazione, “perché i Cie così come sono non servono a governare il fenomeno ma serve – conclude Lamonica – la costruzione di una rete di centri di accoglienza e non di detenzione”.

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