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Bersani, il Pd e l’impresentabile Penati

Autore: . Data: mercoledì, 27 luglio 2011Commenti (0)

Il segretario rivendica la “diversità politica” del suo partito. Il processo dirà se l’ex sindaco di Sesto San Giovanni è colpevole. Ma di certo lo stretto collaboratore del leader del Pd ha espresso idee razziste. E questo lo condanna a vita.

In una lettera al Corriere Bersani ha scritto: “Noi non rivendichiamo una diversità genetica. Noi vogliamo dimostrare una diversità politica”. Il segretario, che con altri ha contribuito a distruggere la storia del Pci e la sua etica, ha dimenticato però che i comunisti italiani non prevedevano scissione tra personale e politico.

In una intervista concessa ad Eugenio Scalfari il 28 luglio 1981, Enrico Berlinguer disse: “Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”".

Ma l’incedibile attualità del pensiero del più amato tra i capi comunisti del dopoguerra andava oltre: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti”.

Berlinguer, infine, spiegò a Scalfari le diversità dei comunisti. Disse il segretario del Pci: “Elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Veniamo alla seconda diversità. Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata”.

Il povero Bersani, invece, di questi tempi è impegnato ad occuparsi delle ipotetiche magagne che Penati e soci avrebbero messo in atto a Sesto, un tempo chiamata la Stalingrado d’Italia per la forza della sinistra in quel comune.

Altro che le passioni di Berlinguer, per il segretario del Pd “i nostri principi sono dunque: fiducia nella magistratura, rispetto assoluto delle istituzioni, presunzione di innocenza secondo il principio costituzionale. Teniamo altresì fermo il principio secondo il quale, verificata l’assenza di “fumus persecutionis” un parlamentare è un cittadino come gli altri. Se le leggi vanno cambiate, si cambiano. Finché ci sono esse valgono per tutti, per un immigrato come per un deputato o un senatore. Così ci siamo comportati sia nel caso Papa sia in quello Tedesco, per il quale abbiamo indicato l’opportunità di un passo indietro”.

Sembra che il linguaggio dell’avvocato Ghedini abbia fatto breccia anche fuori del Pdl, nell’opposizione del Pd. E Bersani ha insistito: “Chiediamo una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati, meccanismi di partecipazione e codici etici, pena l’inammissibilità a provvidenze pubbliche o alla presentazione di liste elettorali. A differenza di altri, noi abbiamo già fatto molto per predisporci autonomamente a quella prospettiva. Abbiamo in vigore un codice etico più restrittivo rispetto alle garanzie del percorso giudiziario. Abbiamo recentemente approvato un codice da sottoscrivere da parte dei nostri amministratori per garantire trasparenza dei loro redditi e nelle procedure di appalto e di gestione del personale. Abbiamo applicato per i candidati alle recenti elezioni il codice suggerito dalla commissione Antimafia. Unico fra tutti i partiti italiani, fin dalla sua nascita il Partito democratico sottopone il proprio bilancio ad una primaria società indipendente di certificazione”.

Qui il segretario ha superato se stesso. L’esercito di dirigenti, militanti, lobbisti vicini al Pd che in questi anni hanno richiamato l’attenzione degli inquirenti è nutrito. Ed a cosa servoln ‘le certificazioni’ se alcuni ‘ladri’ svolgono con competenza la propria attività truffaldina?

Il controllo, Bersani dovrebbe saperlo bene, è esercitato dai militanti, perchè il dirigente corrotto è noto, prima o poi tutti sanno cosa combina ed è per questo che nel Pci era difficile rubare. Ma il Pci aveva i militanti, mentre il Pd ha i suoi circoli in gran parte chiusi da anni.

Ed allora, stretto in un angolo, il segretario ha voluto dire al Corriere: “Tuteleremo con ogni energia e in ogni direzione il buon nome del Partito democratico. Lo dobbiamo innanzitutto ai grandi valori ai quali ci riferiamo, che ci sono stati consegnati dal sacrificio di tanti e che ci impegniamo a non tradire. Lo dobbiamo alle centinaia di migliaia di donne e uomini che ci sostengono con onestà e convinzione”.

Per difendere quei cittadini, allora, il Pd avrebbe dovuto mandare Penati a casa da anni. E non perchè responsabile di qualche indebita appropriazione, ma a causa delle sue idee, per nulla compatibili con quelle della sinistra democratica.

In occasione con lo sbarco di un numero imprecisato di migranti sulle coste italiane, precisamente lungo il litorale di Latina, nella zona di Foceverde, il consigliere regionale della Lombardia e stretto collaboratore di Bersani, Penati, ebbe a dire: “Per la prima volta nella storia dell’immigrazione nel nostro Paese, un barcone con un centinaio di clandestini è approdato lungo le coste del basso Lazio. E’ l’ennesimo record alla rovescia di questo governo, la riprova che anche sul contrasto all’immigrazione clandestina Berlusconi e Maroni sanno fare soltanto propaganda”.

“Clandestini”? “Record negativo”? Ma può un progressista esprimersi in quel modo? Ma il prode Penati non era nuovo a performance di quel tenore. Il 16 maggio del 2008, Riccardo Dragotto aveva scritto sul quotidiano ‘Il Giorno’: “Botta-e-risposta tra Gian Valerio Lombardi e Filippo Penati sul fronte sempre più incandescente (anche se l’esasperazione dei milanesi, per fortuna, non ha raggiunto quella dei residenti a Ponticelli) dell’emergenza rom. Perché il presidente della Provincia (a quel tempo in mano al centro sinistra, ndr) salisse sulla stessa barricata eretta dalla Lega, che, attraverso il neodeputato Matteo Salvini ha, nel pomeriggio, consegnato nel pomeriggio all’ex sindaco della Stalingrado d’Italia (Penati lo è stato del comune di Sesto San Giovanni, che per l’altissima percentuale di voti al Pci era definito in quel modo, ndr) la tessera di sostenitore del Carroccio numero 41508, è bastato poco”.

Dopo la nota ‘di colore’ il giornalista aveva raccontato che in una manifestazione pubblica il prefetto di Milano aveva sostenuto: “Dovremo spostarne (si riferiva ai campi nei quali vivevano i romanì, ndr) dopo il necessario censimento, qualcuno da qualche altra parte, dove i problemi sono meno avvertiti, in accordo e collaborazione, per quanto possibile, con gli altri sindaci. Qualche campo, comunque, resterà anche a Milano”.

Dragotto quindi aveva riportato le parole del ‘democratico’ Penati, che aveva sentito il bisogno di contestare Lombardi:  “Non ci serve un commissario ai trasporti dei nomadi (Lombardi, ndr), ma riguardo all’emergenza dei campi io dico che stiamo partendo con il piede sbagliato se la missione assegnata dal governo all’imminente commissario è quella di prendere atto dello status quo e di limitarsi, com’ha dichiarato lui stesso, a ‘redistribuire’ 23.000 nomadi (200 gli insediamenti censiti in quel momento, ndr) sul territorio della provincia. Non è così che si proteggono le comunità e i cittadini da noi amministrati. Le priorità sono altre. La prima? Dare corso alle espulsioni dei cittadini comunitari indesiderati. Credo che le Prefetture, in attesa del varo di un disegno di legge ad hoc, abbiano già approntato gli elenchi dei rom con precedenti penali e impegnati in attività criminali. Riguardo alla seconda priorità, invece, è necessario applicare la direttiva comunitaria, siglata dall’oggi ministro degli Esteri Franco Frattini, che consente di riaccompagnare alla frontiera i cittadini comunitari non in grado di sostentarsi. L’Italia può accogliere quanti cercano lavoro ma non farsi carico dell’indigenza di competenza, semmai, del welfare dei Paesi di provenienza dei nomadi. Ritengo, poi, che il Governo dovrebbe chiudere i flussi dalla Romania. Solo quando avremo liberato i campi dei delinquenti e degli indigenti di professione, magari utilizzando il milione di euro offerto dalla Provincia al Fondo per la sicurezza metropolitana nel noleggio di pullman che accompagnino oltreconfine i rom “irregolari”, potremo affrontare il problema della “redistribuzione’ di quelli rimasti sul territorio milanese”.

Penati, volendo seguire la logica di Bersani, la sua diversità politica l’ha già dimostrata, senza subire tuttavia nessuna condanna. Il tempo dirà se esiste davvero la legge del contrappasso.

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