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BellaNapoli, eroi anonimi sotto il Vesuvio

Autore: . Data: lunedì, 18 luglio 2011Commenti (0)

Se nel senso comune è consolidata un’idea di Napoli come città decadente, caotica e “senz’anima”, come sostiene Serena Sorrentino nella prefazione a “BellaNapoli” di Vincenzo Moretti (pp. 225, € 10,00, Ediesse editore), questa raccolta di “storie di lavoro, di passione e di rispetto” ha il pregio di restituirci una Napoli che non ci aspetteremmo, una Napoli che non ha perso assolutamente il treno della storia, a partire da una cultura e un’etica del lavoro che sono quanto sta più a cuore all’autore, non a caso sociologo dell’organizzazione all’università di Salerno e membro della Fondazione Di Vittorio.

Già, perché essendo associata a Napoli anche la cosiddetta “arte dell’arrangiarsi”, lavorativamente parlando, per via del ruolo giocato dalla camorra nell’economia informale e sommersa, queste dodici storie di vita, che hanno per protagonisti otto uomini e quattro donne, ci descrivono delle persone che nonostante tutte le avversità hanno forgiato un carattere che li eleva ad esempio nella loro unicità. “Eroi anonimi” come li definisce Cristina Zagaria nella post-fazione al libro.

Infatti, che Gabriele V. dei Quartieri Spagnoli faccia il barista e si esalti quando si sente dire “fai proprio un bel caffè”, o Antonio E. del Vomero, ingegnere costruttivo, dica “sono stato orgoglioso di portare anche la mia napoletanità all’interno dei processi direzionali del gruppo e nell’uso dei laboratori” a Tsukuba, la città della scienza giapponese che si è sviluppata mediante la contaminazione culturale, ciò che li accomuna è l’assoluta dedizione al lavoro, ovvero a quanto dà un senso alla vita, permettendo l’affermazione della dignità delle persone.

Perchè è una costante in tutti i racconti, oltre all’importanza dell’indipendenza economica e dell’autonomia  connesse alla prestazione lavorativa, la “ percezione del lavoro come realizzazione di se stessi, non come condanna o necessità”, come sottolinea Angelo M.  del quartiere dell’Arenella.

Ma il lavoro è anche il prodotto di una fondamentale trasmissione del sapere tra generazioni, oltre ad essere generatore di relazioni intense e solidali che, quando si spezzano, producono reazioni di delusione e di dolore. “Niente è stato più lo stesso”, afferma Salvatore D.D. del quartiere Materdei, poiché quando si rompe la solidarietà di fabbrica, la divisione operata dal padrone disintegra la possibilità di ribellarsi all’unisono.

Sicché la perdita del posto di lavoro viene così schernita: “E’ stato il lavoro a tradire me, non io a tradire il lavoro”.

Ed è amarezza anche quella che trasuda dal vissuto sindacale di Pier Paolo R., del quartiere di Fuorigrotta, che ha proposito dell’incombere della precarietà sulle nuove generazioni, mentre quella di suo padre contestava addirittura il contratto di apprendistato, si sfoga perché in Cgil gli  hanno detto in una riunione che è poco moderno: “Che ci sta di moderno  in questo continuo arretramento”, prodotto anche dalla concertazione e non solo dall’ideologia della flessibilità infinita.

Che poi il lavoro coniughi fare e pensare, ovvero che contempli una certa “capacità visionaria degli uomini” – chè “mi domando se le persone si rendano conto di che cosa c’è in termini di idee, lavoro, scoperte, dietro le cose che usano ogni giorno” – è una suggestiva considerazione evidenziata sempre da Angelo M. a proposito di Guglielmo Marconi e l’idea della radio.

Infine, è un incanto l’ultimo racconto di Beppe D.V., del quartiere Mergellina, incentrato sulla riscoperta e la valorizzazione della manualità, il sapere tacito ed il maestro che ti insegnava un’etica, unitamente ad un “lavoro minuziosamente portato avanti con amore”.

Risuona in questo racconto la lezione tratta da “ L’uomo artigiano” del sociologo Richard Sennet, ed è quanto mai edificante sapere che Vincenzo Moretti intende prossimamente raccontare l’Italia attraverso la cultura del lavoro, sollecitando centinaia di racconti di persone che quotidianamente amano ciò che fanno con tanto impegno e passione.

D’altronde, per riprendere Barry Lopez, “le storie che ci raccontiamo alla fine si prendono cura di noi”.

Gian Marco Martignoni

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