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La sinistra ed i divi in Tv

Autore: . Data: martedì, 21 giugno 2011Commenti (0)

Nella fantasia dei militanti Santoro, Travaglio, Gabanelli, Benigni, Fazio, persino il grigio Floris, hanno preso il posto dei Capi. Ma la politica dov’è?

Davanti ad una folla composta probabilmente solo in piccola parte da metalmeccanici il conduttore di AnnoZero, vestito con una tuta da operaio e fresco possessore di una liquidazione da milioni di euro, ha presentato la kermesse sul lavoro organizzata per festeggiare i 110 anni della Fiom Cgil.

La manifestazione è stata una fiera dei luoghi comuni. Benigni, vincitore di un più che fortuito premio Oscar e da anni imitatore di se stesso, ha detto al pubblico: “Cari lavoratori, siete voi l’Italia migliore” ricordando le opposte parole pronunciate dal ministro castigafannulloni Brunetta. Poi, con uno sforzo d’ingegno degno di Archimede ha aggiunto: “E l’Italia migliore a quest’ora lavora, vestita da poliziotto o da infermiera”.

Nella gara alle ovvietà l’aveva preceduto il tribuno di Rai per una Notte, affermando: “Stavolta non sono qui, come si dice quando si invia un messaggio, con voi con il cuore, ma ci sono con tutto il corpo”. Ed ancora: “Amate il vostro lavoro, è la più bella forma di felicità”. Che detto a chi guadagna 1200 euro al mese, ne spende 1000 tra affitto o mutuo, bollette e tasse e sopporta 10 ore al giorno di fatica è quasi un insulto.

Il comico toscano, invece, come al solito si è messo a correre, a saltare, si è abbarbicato a Santoro, ha cantato pensando di saperlo fare e peggio pontificato.

L’altra superpagata star dello spettacolo ha gridato alla folla: “Quando lavoriamo modifichiamo noi stessi. Non c’è solo la ricompensa della paga, lavorando conosciamo noi stessi, diventiamo indipendenti, è un diritto che nessuno ci può togliere, è un servizio divino, è una cosa sacra. Amare il proprio lavoro è la sola grande e concreta felicità, dovrebbe essere la base su cui fondare la nostra società, amare il nostro lavoro con la coscienza orgogliosa di essere utili, io mi inchino a tutti i lavoratori, è grazie a voi che il mondo va avanti”.

Nel cast anche un magistrato, Antonio Ingroia. Il giudice ha spiegato: “Sono qui per portare un messaggio di vicinanza ai lavoratori, per ricordare che anche i magistrati sono lavoratori e vogliono rispetto come giustamente lo chiedono gli operai della Fiom”.

Ingroia ha continuato: “Paolo Borsellino e Giovanni Falcone erano grandi uomini, eroi, martiri. Vorrei che non avessimo più né eroi né martiri. Vorrei che non ci fossero più missioni per i magistrati, vorrei che il nostro fosse un lavoro normale, perché questo significherebbe che politici e magistrati farebbero lo stesso lavoro: combattere la mafia. Oggi questo è un sogno. È difficile. Troppi insulti, troppi attacchi, troppe campagne contro. Uguali a quelle contro Borsellino e Falcone. Anche loro insultati con insulti simili a quelli di oggi. In più la beffa di piangerli da morti: apprezzarli da morti con l’indecente sistema di usare i morti contro i vivi. Dicendo che loro sì erano bravi al contrario dei vivi. Questo perchè qualcuno pensa che i magistrati siano meglio da morti che da vivi. Si isolano i vivi per piangerli da morti. I magistrati hanno diritto al rispetto del loro lavoro, come quello di tutti gli altri per tutelare il diritto alla giustizia che sia uguale per tutti, senza privilegi, impunità e immunità. Serve che ci lascino lavorare e per questo voglio battermi ancora fuori e sopra i palchi, cercando di non dimenticare mai i modelli di umiltà e tenacia di Borsellino e Falcone”.

Pensieri profondi quelli del giudice, ma forse inopportuni. Perchè in un Paese nel quale nessuno sembra più capace di limitarsi a fare il proprio mestiere, sarebbe opportuno che chi amministra la giustizia fosse più distaccato dalle ‘vicende terrene’ e più efficiente ‘in quelle legali’. Troppi processi, più o meno importanti, lasciano perplessi e finiscono con sentenze dubbie. Per non parlare delle indagini su fatti di cronaca, da Cogne ad Avetrana, passando per molti altri casi ‘giudiziario-televisivi’, che hanno inspiegabilmente riempito programmi tv o giornali grazie ad indiscrezioni non di rado manipolate o inesatte.

La televisione ed in parte minore la stampa, allora, sembrano diventati la fucina dei nuovi talenti del ribellismo nostrano.

Carlo Freccero, protagonista della tv berlusconiana, considerato un innovatore contro la sua stessa storia personale, oggi direttore di una rete del servizio pubblico che non ha soldi né programmi, Rai4, ha commentato così la serata bolognese: “E’ un programma che crea problemi, inquieta perché dimostra che todo cambia: non solo la politica, ma anche i media. Tre ore e mezza in diretta da villa Angeletti superano la televisione generalista e tradizionale con un editore noto e unico. Adesso la televisione vive dissolta nella multi-piattaforma che segue l’evoluzione tecnologica. Ecco, la commistione di digitale, analogico, satellitare, internet”.

Un qualunque ragazzino abituato a maneggiare ‘i ricevitori’ (pc e televisore) ha capito subito che la teorizzazione del dirigente ‘rivoluzionario’ del servizio pubblico è ‘magia per esperti da convegno’, ma ‘fuffa’ per chi maneggia i media partendo dal principio che per vedere basta attivare un interruttore.

Freccero, quindi, ha preconizzato: “Questa televisione di Michele Santoro è senza editore, anzi trascina gli editori esistenti e plasma un nuovo modello multimediale. Tutti in piedi (il titolo della manifestazione della Fiom, ndr) complica le cose, pensare Santoro a La7 diventa superfluo perché lui va oltre uno schema consolidato. Soprattutto con Enrico Mentana che nel suo telegiornale, in un modo civile che posso capire, prende le difese a priori di Gianni Letta in merito all’inchiesta P4, dicendo che Letta gli ha dato il biglietto e il passaporto per andare a La7. Il pubblico di Bologna, nel parco e sul divano, non chiede biglietti e autorizzazioni perché l’ingresso è libero e i partiti e la politica sono completamente fuori”.

Teorema incomprensibile quello del direttore di Rai4, ma non fa nulla. Anche perchè il ‘genio dei media’ ha anche una ricetta pronta per risolvere i problemi. A suo parere si deve “lavorare. Costruire una rete di trasmissione, un canale misto tra emittenti locali, regionali, nazionali, digitali e siti. Questa televisione non è imbrigliata nei palinsesti. La discussione è cominciata e mi sembra molto affascinante. Però, possiamo ridere di una coincidenza simbolica: mentre la gente guardava al palco di Bologna, Berlusconi parlava al telefono a una sala deserta”.

La televisione, o meglio le star della tv o dell’informazione sono ormai protagonisti dell’immaginario collettivo della sinistra. Si elaborano riti e si inventano occasioni per seguire questo o quel presentatore quasi fossero guru di una qualche setta asiatica.

Si guarda un Tg perchè diretto da Caio, si segue un dibattito perchè presentato da Tizio. Grillo, un comico, ha addirittura fondato un movimento e si presenta come il leader di chi vuol superare il sistema partitocratico in Italia.

La politica, però è ben altra cosa. Come i media. La crisi italiana è testimoniata da un leaderismo incontrollato, che oppone Berlusconi a Santoro, Travaglio a Bersani, Dandini a Brunetta e così via.

Il tempo degli ideali, delle appartenenze, della concretezza sembra tramontato. Ed anche è scomparsa l’epoca nella quale il segretario del partito comunista più potente di tutto il mondo occidentale prendeva uno stipendio non lontano da quello di un metalmeccanico.

Molte vite fa.

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