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I limiti del Pil, tra crescita e (mancato) benessere

Autore: . Data: martedì, 14 giugno 2011Commenti (0)

Il Pil, l’indicatore che misura la crescita delle varie economie nazionali, coniato nel 1933 dai ricercatori del ministro del commercio Usa guidati dall’economista Simon Kurnets, è da tempo sottoposto alle critiche provenienti sia da attori istituzionali che dal mondo dell’associazionismo e dalle organizzazioni sindacali in quanto è sempre più palese la contraddizione tra crescita e benessere percepito da parte dei cittadini.

Queste critiche segnalano come il Prodotto interno lordo incorpori solo ciò che si produce mediante attività lavorative remunerate sul mercato, trascurando ciò che viene distrutto nel processo di produzione, allo stesso modo di come i lavori di cura, i lavori domestici, le attività sociali non vengono in esso contemplati, per non parlare dei servizi pubblici, computati solo in modo “figurativo”, e tutta la dimensione dell’economia immateriale che non rientra nel suo calcolo.

Al punto che una nazione come la Francia ha deciso di rivedere i parametri che costituiscono il Pil, attraverso la formazione di una Commissione per la misurazione delle performances economiche e del progresso sociale, composta da personalità del calibro di Joseph E.Stiglitz, da Amarta Sen e Jean Paul Fitoussi.

Per approfondire il dibattito in corso risulta molto utile il testo di Aldo Eduardo Carra, “Oltre il Pil, un’altra economia” (pagg. 141, €12,00 Ediesse) che è stato pensato e redatto anche con una attenzione particolare alle attività didattiche, grazie alla serie di illustrazioni che  accompagnano e facilitano la lettura.

Non solo, annota Carra, vi è una divaricazione tra la crescita del Pil e la felicità dei popoli, ma paradossalmente le statistiche ci dicono che sono più felici gli abitanti di alcune isole del Centro America di quelli degli Usa, che pur essendo il 5% della popolazione mondiale consumano il 40% delle risorse naturali del pianeta.

Ed è proprio questa divaricazione nell’appropriazione e nel consumo delle risorse, per cui il 61% di esse è riservato all’11% della popolazione mondiale, mentre il 39% è quanto rimane alla maggioranza degli abitanti del pianeta (ovvero l’89%), la testimonianza dell’insostenibilità del vigente modello economico, poiché oltre a produrre una palese ineguaglianza distributiva, fa ricadere sui paesi già espropriati dalle loro risorse gli effetti disastrosi dell’impatto ambientale.

In questo contesto la costruzione di un indicatore che misuri non “economicisticamente” la qualità sociale dello sviluppo è tutt’altro che una questione tecnica, essendo correlata alla definizione di un altro modello economico, che nel perseguire il ben-essere delle persone, si ponga innanzitutto il tema della ristrutturazione dei sistemi produttivi, un impianto di carattere redistributivo dei redditi e delle risorse, contemporaneamente all’affermazione di stili di vita a “semplicità volontaria” e, quindi, anti-consumistici.

Il volano di questa ristrutturazione è dato dalla possibilità di una nuova era energetica, poiché per Carra “ci sono oggi le condizioni oggettive per cominciare a produrre energie rinnovabili in quantità consistenti”, poichè non solo la Cina nell’eolico ha raggiunto la potenza di 13 mila MW,  ma sia l’Enea che l’Enel, unitamente alla regione Puglia, stanno concentrando i loro progetti su impianti solari di enorme rilevanza per il futuro non solo del nostro paese.

Ma è anche essenziale “individuare i settori produttivi sui quali è preferibile specializzarsi per il prossimo futuro”, distinguendo tra quelli maturi a forte impatto ambientale e quelli ecocompatibili, che in prospettiva possono offrire occasioni ad alta intensità di lavoro diffuso sul territorio, con la finalità di recuperare un rapporto equilibrato tra economia ed ecologia.
Solo nel corpo vivo di questa trasformazione dell’economia è pensabile un percorso partecipato con le forze sociali, politiche e culturali che, a partire dall’individuazione di tre macroindicatori della produzione, della qualità ambientale e della qualità sociale, definisca un indicatore che superi i limiti connaturati all’attuale Pil.

In questa direzione l’appendice del libro è specificatamente dedicata ad una rassegna delle sperimentazioni in corso d’opera, finalizzate ad individuare indicatori correttivi, integrativi e sostitutivi del Pil, arricchita da un glossario delle voci più ricorrenti nel dibattito internazionale.

Il contributo di Carra, pur nella chiarezza espositiva che gli va certamente riconosciuta, non è però esente da alcune contraddizioni sul piano teorico, perché muovendosi all’interno dell’ideologia dello sviluppo sostenibile, è sostanzialmente influenzato da una visione eurocentrica e redistributiva della dinamica sociale. Eludendo il nodo, più volte sottolineato dagli studiosi dell’economia – mondo (S. Amin, G. Arrighi, D. Harvey, J. Wallerstein ed altri), dell’incremento esponenziale delle disuguaglianze su scala mondiale tra paesi ricchi e paesi poveri e dalla necessità di avviare la transizione ad un diverso sistema di accumulazione.

Infatti, se si considera che un miliardo di persone soffrono semmai per la fame e che Giovanni Arrighi in “Capitalismo e (Dis) ordine Mondiale” si sofferma “sull’abisso apparentemente incolmabile tra le opportunità della vita di una piccola minoranza della popolazione mondiale (tra il 10 e il 20%) e la grande maggioranza”, una prospettiva sensata dovrebbe tendere ad una “società della sopravvivenza” piuttosto che del ben-essere.

Se poi, come segnala acutamente lo storico Piero Bevilacqua nel suo ultimo libro “Il grande saccheggio”, ossia che “il capitalismo è entrato in un’epoca di distruttività radicale”, anche la conciliazione tra economia ed ecologia è tutt’altro che un processo scontato.

Gian Marco Martignoni

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