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Calabrò, la Rai e le telecomunicazioni

Autore: . Data: mercoledì, 15 giugno 2011Commenti (0)

Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le comunicazioni, nella sua relazione annuale ha sostenuto che la riforma della Rai è necessaria, ma che i partiti e i concorrenti non vogliono una tv pubblica più competitiva.

Il presidente ha sottolineato poi che “purtroppo arrestare il declino della tv pubblica è una priorità non percepita” e fatto notare come anche la dirigenza dell’azienda “dovrebbe avere maggiore considerazione per la qualità del suo servizio”.

Il ritardo degli italiani nel campo dei media non semplifica le cose. Se da una parte gli standard di capacità di ‘navigazione in rete’ da parte degli utenti di Internet sono molto bassi e questo si riflette in un record ‘negativo’ (l’Italia è al prmo posto in Europa per tempo perso su Facebook), da un altro la televisione generalista continua a dominare.

“Il caso Italia – ha detto Calabrò – evidenzia come sia ancora la tv il veicolo di gran lunga prevalente per l’informazione: quasi il 90 per cento, poi i quotidiani con il 61 mentre internet è soltanto al 20 per cento”.

Questi impongono “una riflessione sul pluralismo multimediale” ed anche, a parere del presidente, fanno notare come “una visione realistica del nostro Paese non può ancora prescindere da una particolare attenzione alla tv di casa nostra”.

Citando il presidente Usa, Barak Obama, sul Medio Oriente, Calabrò ha aggiunto che “in un secolo in cui l’informazione è potere”, la tv “ne rappresenta la forza di occupazione”.

Non è un caso, ha spiegato Calabrò, che il consumo medio giornaliero di televisione è ulteriormente aumentato negli ultimi dieci anni da 221 a 237 minuti.

Il presidente dell’Autorità, quindi, ha specificato che, se internet è il nuovo reticolo distributivo attraverso il quale circola la conoscenza, è indispensabile che l’Italia adegui le proprie infrastrutture, al momento del tutto inadeguate.

Da noi le reti di tlc, per internet ed il wifi sono arcaici e già l’anno scorso il presidente avvertì che nel mobile si rischiava il collasso della rete. Allora qualcuno prese male l’avvertimento. ma “oggi c’è un diffuso riconoscimento”.

Per i prossimi 5 anni si prevede un tasso di crescita annuo del 35 per cento del traffico su rete fissa e del 107 per quella mobile. Lo sviluppo delle reti è quindi la “cornice imprescindibile”.

Calabrò ha richiamato i grandi gruppi di telefonia che “stanno in surplace, come i ciclisti nelle gare su pista”, ma se non alzano lo sguardo rischiano di accorgersi troppo tardi di essere finiti in un vicolo cieco.

’Senza reti non c’è traffico’, ha affermato e per questo è arrivato il tempo governo ed operatori prendano “precisi impegni contrattuali che assicurino la convergenza sull’obiettivo con investimenti condivisi”.

La Cassa depositi e prestiti potrebbe svolgere un ruolo determinante nella trasformazione dell’Italia da Paese agricolo in Paese industrializzato e nel rispetto delle regole “la partecipazione delle amministrazioni pubbliche è possibile e necessaria”.

Alcuni dati danno lo spessore dell’impatto delle tlc sulla competitività e la crescita. “Destinare anche solo 80 MhZ alla banda larga mobile comporterebbe per l’Italia creazione di valore tra 11 e 19,6 miliardi. Ogni 10 per cento di diffusione della banda larga vale un punto di pil e 30 miliardi l’anno di risparmi. Investire nelle tlc non è una opportunità, è di vitale importanza per il futuro del Paese” ha concluso Calabrò.

Peccato che al presidente sfuggano alcuni elementi di fondo. Nel campo delle telecomunicazioni in Italia non c’è più alcun gestore nazionale, sia nella rete fissa che in quella via etere. La stessa Telecom Italia è in parte controllata da capitale spagnolo.

L’influenza degli interessi Mediaset, ovvero del presidente del consiglio, nella sviluppo delle infrastrutture digitali, satellitari e della rete Internet hanno di fatto indirizzato la crescita, mentre la Rai è del tutto fuori gioco perchè da anni non è più in grado di rappresentare innovazione, sia nel settore tecnologico che nella ricerca e nell’ideazione.

Insomma, anche in questo campo i partiti hanno devastato tutto il devastabile ed ora appare quanto mai problematico recuperare, anche perchè gli investimenti necessari sono mastodontici e non si vede all’orizzonte nessuno intenzionato ad aprire il portafoglio.

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