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Botte e suicidi: così la precarietà fa notizia

Autore: . Data: venerdì, 24 giugno 2011Commenti (0)

Negli ultimi giorni il dramma della precarietà (che assilla milioni di persone mentre la politica si perde nelle sue chiacchiere) è riesploso sui giornali, per poi ri-scomparire prontamente. Tre giorni fa qualche centinaio di giovani ha presidiato l’imbocco di piazza Montecitorio, rispondendo alla chiamata del movimento dei ‘Precari uniti contro i tagli’.

L’iniziativa era nata per “dare vita ad una intensa protesta contro le politiche economiche del governo – si leggeva in una nota dei promotori – e, in particolare, contro il Decreto Sviluppo che, approvato oggi (il 22 giugno, ndr), penalizza ulteriormente i precari negando loro ogni prospettiva di stabilizzazione”.

Perciò “i precari si sono riuniti in assemblea per verificare la disponibilità a proseguire la lotta da parte di tutti i gruppi organizzati che hanno finora supportato efficacemente l’azione dei precari della scuola, eminentemente interessati dai provvedimenti varati nelle ultime ore. Congiuntamente – spiegavano ancora – si è deciso di rilanciare la mobilitazione, trasformando un luogo usualmente associato ai diktat di palazzo in uno spazio di democrazia autentica e di costruzione dell’alternativa politica, sociale e culturale dal basso”.

Senonché la protesta è degenerata, per essere successivamente resocontata nel peggiore dei modi: lancio di oggetti dai manifestanti da una parte, cariche della polizia dall’altra.

Ciononostante, “pasolinianamente convinti del fatto che il progresso non coincida col solo sviluppo – aveva puntualizzato il comitato di lotta – i precari della scuola auspicano che la lotta intrapresa non si fermi e continui a portare in piazza l’Italia migliore”. La quale non è affatto detto si sia resa conto che anche il mestiere che più dovrebbe vigilare sulla “cosa pubblica” – il mestiere del giornalista – è ridotto in condizioni pessime.

Le sacche di sfruttamento sono diffusissime nelle redazioni e proprio mentre la protesta animava la piazza antistante l’ingresso della Camera, le agenzie battevano la seguente notizia: “Un giornalista pubblicista di 41 anni si è suicidato impiccandosi a un albero nel giardino della sua abitazione, a Ceglie Messapica (Br) in cui viveva con la madre e un fratello. E’ stato quest’ultimo a scoprire il suicidio quando assieme alla madre è rientrato dopo che avevano partecipato a un matrimonio. L’uomo, collaboratore di un quotidiano, a quanto si è appreso avrebbe lasciato una lettera in cui spiegherebbe le motivazioni del gesto legate a una delusione sentimentale e alle precarie condizioni lavorative”.

E se sui social network i cosiddetti ‘free lance’ discutono di una possibile iniziativa pubblica per il 30 giugno, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti si è espresso sul dramma del giornalista brindisino, con particolare riferimento alle risposte indirette della politica ad un episodio così grave: “Ieri un collega – si legge in una nota – ha deciso di togliersi la vita perché non riusciva a sopportare la mortificazione di una precarietà che gli rubava i sogni e attentava alla sua passione per la verità da offrire ai cittadini. C’è sempre stato un dibattito sulla opportunità di dare la notizia dei suicidi, soprattutto quando le vittime sono giovani o giovanissimi e, per questo motivo, l’Ordine nazionale dei giornalisti non aveva fatto alcun commento pubblico. Ma è intollerabile che la risposta sostanziale della maggioranza parlamentare sia un incontro informale per recuperare la legge sulle intercettazioni perfino nella sua prima versione – ha accusato l’ordine dei giornalisti – un bavaglio maleodorante che si cerca di giustificare approfittando della pubblicazione di alcuni fiumi di intercettazioni telefoniche che fanno emergere scenari raccapriccianti tra affaristi e politici”.

Al contrario, “una risposta sana a quella tragedia sarebbe stata una immediata messa all’ordine del giorno, in sede legislativa, della proposta sull’equo compenso del lavoro giornalistico, finalizzata a sanzionare con la privazione dei contributi pubblici quegli editori che trattano i giornalisti come schiavi, approfittando di complicità analoghe a quelle dei ‘caporali’ che sfruttano gli immigrati nelle campagne del Sud e nel mondo dell’edilizia”.

I giornalisti, ha concluso il Consiglio dell’Odg, “continuano ad essere sfruttati da quei negrieri dei tempi moderni che ci sono tra gli editori che compensano i giornalisti con retribuzioni di pochi spiccioli di euro (anche 0,50 centesimi ad articolo, tasse comprese). E il Parlamento si occupa di altro, mentre la maggioranza pianifica non di colpire gli eccessi, ma di privare i cittadini del diritto alla verità”.

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