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Immunità parlamentare: i partiti perdono il pelo ma non il vizio

Autore: . Data: venerdì, 13 maggio 2011Commenti (0)

Nel Palazzo qualcuno ripropone il salvacondotto per i parlamentari. Berlusconi è in buona compagnia.

Questa volta a proporre la reintroduzione dell’immunità parlamentare o comunque qualcosa di simile è stato un deputato dell’opposizione, l’Udc Pierluigi Mantini. Il seguace di Casini ha inserito l’argomento una più ampia proposta di legge di riforma costituzionale. L’ipotesi prevede la modifica dell’articolo 68. “Il membro del Parlamento rinviato a giudizio in un processo penale, con esclusione dei casi di flagranza di reato, può chiedere – si legge nel testo depositato dell’esponente centrista – che sia deliberata dalla Camera alla quale appartiene, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, la sospensione del processo nei suoi soli confronti per la durata della legislatura in corso, salvi i termini di prescrizione. Il processo riprende comunque al termine del mandato anche in caso di rielezione”.

Insomma una ‘sospensione’ eguale a quella voluta dal premier. In una precedente iniziativa Mantini, insieme ad i parlamentari Antonio De Poli e a Bruno Tabacci dell’Api, avevano proposto l’incandidabilità per chi dovesse trovare con un procedimento penale a carico non concluso.

Naturalmente il Pdl ha accolto con entusiasmo la proposta dell’esponente dell’Udc: “La vecchia immunità – ha spiegato il capogruppo nella Giunta delle Autorizzazioni della Camera, Maurizio Paniz – era stata concepita correttamente dai Costituenti per garantire l’equilibrio dei poteri”. “Una sua reintroduzione – ha insistito – deve essere accompagnata da strumenti rigorosi che evitino gli abusi che, occorre ammetterlo, ci sono stati nel passato. Meglio pensare quindi a meccanismi come la sospensione dei processi”.

L’interpretazione di Paniz sulle intenzioni dei costituenti sono molto personali. In realtà dopo il fascismo si tentò di offrire agli eletti in Parlamento alcuni strumenti di protezione da una parte della magistratura nominata durante il regime e quindi in via teorica potenzialmente tendente ad azioni di contrasto nei confronti dei rappresentanti della Resistenza.

Il Pd sembra contrario alla reintroduzione dell’immunità. Donatella Ferranti, capogruppo dei Democratici in commissione Giustizia di Montecitorio, ha dichiarato: “Mi sembra che l’attuale articolo 68 e lo scudo previsto per i reati ministeriali con la necessità per il Tribunale dei ministri di richiedere l’autorizzazione a procedere siano sufficienti a garantire la tutela delle prerogative parlamentari e dell’esercizio delle funzioni di governo”, “Francamente -ha aggiunto Ferranti- non comprendo questa ricerca di misure che rischiano di creare sacche di impunità per 600 persone e che in realtà nascono con l’intenzione di garantire un salvacondotto a Berlusconi”.

Immediata la replica di Paniz: “Penso che sia utile discutere di ogni strumento che possa consentire di bloccare uno scontro tra politica e magistratura che non si arresta nonostante la buona volontà mostrata da ampi settori del mondo politico e da una grande maggioranza di magistrati”.

Ma il ‘niet’ dei democratici non deve ingannare. Anche su questo il partito di Bersani ha delle incrinature. In passato Silvio Sircana, un ex stretto collaboratore di Prodi, aveva lasciato capire di non essere contrario al salvacondotto, così come la senatrice Franca Chiaromonte che insieme ad alcuni colleghi del centro destra ha presentato una proposta di legge nel 2009.

L’immunità era stata limitata con una legge costituzionale nel 1993. Era il tempo di Tangentopoli e l’articolo 68 della Costituzione prevedeva che “senza autorizzazione della Camera” di appartenenza “nessun membro del Parlamento” potesse “essere sottoposto a procedimento penale”; nè poteva essere “arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare”, salvo che fosse “colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura”. Eguale autorizzazione” era richiesta “per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile”.

Dopo la modifica “senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, nè può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione e’ richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”.

In un altra proposta i deputati Lorenzo Ria, Roberto Rao e Amedeo Ciccanti, sempre dell’Udc, vorrebbero prevedere l’autorizzazione a procedere soltanto per i presidenti di Senato e Camera e per quello del Consiglio, lasciando in condizioni di totale immunità solo il presidente della Repubblica durante il suo mandato, anche rispetto ad atti compiuti prima dell’assunzione della carica.

Alcuni osservatori ritengono infine che sul tema immunità ci sarebbe un possibile punto di incontro tra maggioranza e opposizione. L’accordo potrebbe essere trovato proprio sul disegno di legge presentato da Chiaromonte, nel quale si prevede che “l’autorità giudiziaria quando, al termine delle indagini preliminari, ritenga di esercitare l’azione penale nei confronti di un membro del Parlamento, ne da’ immediata comunicazione alla Camera di appartenenza”, che a quel punto può decidere di sospendere il procedimento per la durata del mandato.

Insomma, mentre gli episodi di corruzione si moltiplicano, il Paese è immerso nell’epoca del Bunga Bunga e la distanza tra cittadini e Palazzo non è mai stata così profonda qualcuno pensa di voler ‘proteggere’ i parlamentari per altro non eletti dal popolo, ma nominati dai partiti.

L’agonia della Repubblica.

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