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Thyssenkrupp, i ‘colpevoli’ e l’insicurezza che viene da lontano

Autore: . Data: lunedì, 18 aprile 2011Commenti (0)

Omicidio volontario. Quelle due parole conferiscono alla sentenza di primo grado su un fatto gravissimo – sette morti a Torino, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, in seguito ad un’esplosione sulla ‘linea 5′ dello stabilimento Thyssenkrupp a Torino – un’importanza notevole. Senonché l’insicurezza che attanaglia la condizione di lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori ha motivi precisi, che spesso e volentieri non vengono indagati. Il caso-Thyssenkrupp non fa eccezione. Anzi.

Fu Ciro Argentino, delegato Fiom-Cgil, operaio e compagno di lavoro dei sette sventurati lavoratori, a raccontarci poco dopo la tragedia il gravissimo e drammatico ‘contesto’, il brodo di coltura su cui è maturato il dramma.

Lo smantellamento del sito torinese, a favore del rafforzamento dello stabilimento umbro del gruppo multinazionale dell’acciaio, sarebbe stato pianificato tra il 2004 e il 2005 “ma la scoprimmo nel settembre 2006″, ricostruì Argentino. “Ero delegato sindacale da sei mesi e nel corso di una riunione nazionale del gruppo a Terni i dirigenti territoriali di Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil di Terni ci informarono che la nostra fabbrica sarebbe stata chiusa, a breve o nei successivi mesi, nonostante l’azienda continuasse a non esprimersi al riguardo”.

Nel mutismo ufficiale, la proprietà decise comunque di avviare una strategia di depotenziamento a dosi omeopatiche: propose al sindacato interno torinese alcuni trasferimenti in trasferta, per un trimestre a partire dal marzo 2007, necessari a coprire circa 50 unità a Terni. A parte le richieste di spostamento di personale, lo stabilimento di Torino non stava affrontando fino ad allora una crisi vera e propria. “Non era mai stata chiesta la cassintegrazione ordinaria – ricordava Argentino – e l’ipotesi della chiusura aleggiava come un fantasma. La fabbrica continuava a produrre a ciclo continuo e nessuno ci comunicava alcunché in merito al futuro”. Ma nel frattempo i rapporti con la dirigenza iniziarono a farsi tesi: i delegati torinesi della Fiom-Cgil fecero vertenza alla controparte per comportamento antisindacale appellandosi all’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, denunciando la mancata concessione di alcune ore di permessi per lo svolgimento di assemblee.

“In quello stesso periodo, nel giugno 2006 – è il ricordo di Argentino – divampò un incendio nella fabbrica-madre tedesca, senza vittime, ma con danni strutturali superiori a quelli registrati a Torino dopo la tragedia”. I foschi presagi, insomma, non mancavano. Finché il 28 febbraio 2007, un alto dirigente dell’ufficio personale convocò i sindacati chiedendo la disponibilità di 50 lavoratori, volontari, a spostarsi per tre mesi in trasferta nel milanese e a Terni. E’ in quel momento che il delegato Fiom intuì tutto e non si tenne per sé il pessimistico pensiero. “State chiudendo la fabbrica, anche se ce lo state dicendo in un’altra lingua”, sbottò, aggiungendo poi schiettamente: “Quanto ci darete la notizia ufficiale?”. Manco a dirlo il dirigente negò tutto. Potè farlo fino al 6 giugno 2007, visto che l’indomani, a Roma nella sede di Confindustria, venne ufficializzata la successiva chiusura della Thyssenkrupp a Torino.

A tutti fu garantito lavoro a patto di accettare il trasferimento a Terni (per 265 persone) o a Ceriano Laghetto, vicino al capoluogo lombardo (per i rimanenti 50 lavoratori). “Già il 1° marzo, dopo la richiesta di fornire trasfertisti, convocammo un’assemblea per dire la verità ai lavoratori, rimanendo poi in un limbo surreale fino a giugno. Non avevamo la forza di respingere i propositi aziendali – spiegava Argentino – eppure dovevamo elaborare una strategia difensiva”.

Nelle condizioni date, i lavoratori provarono comunque a lottare: “Nel 2007 abbiamo fatto tante ore di assemblee in più rispetto a quelle previste, riprendendoci quelle ‘scippate’ l’anno prima, per discutere della gestione della crisi”. A giugno, appresa la notizia ufficiale, iniziarono duri scioperi con blocchi del traffico. In quei giorni l’azienda, con un atto unilaterale (e considerato provocatorio dai lavoratori) decise di collocare 100 dipendenti in cassintegrazione ordinaria per 13 settimane: tra questi erano compresi tutti i delegati sindacali tranne tre. Il mese dopo, seconda tranche di ‘cassa’, che il 2 agosto era stata prolungata fino alla fine di settembre 2007.

Chi rientrò in fabbrica i primi di quel mese trovò la sorpresa della riduzione di turnistica: “Da lì in poi abbiamo smesso di lavorare a ciclo continuo – aggiungeva il delegato – cominciando l’attività su 15 turni settimanali dal lunedì al venerdì; nel weekend venivano spenti gli impianti”.

Chi potè cambiare aria lo fece: una trentina di lavoratori addetti alle manutenzioni, tra il settembre e il dicembre 2007, si dimisero. “Il corpo attivo che garantiva il pronto intervento elettrico e meccanico – si rese conto il delegato – si stava assottigliando: siamo arrivati alla vigilia della tragedia in condizioni pessime, vivendo sulla nostra pelle il progressivo disfacimento della fabbrica. Arrivavo ogni giorno in azienda con il patema d’animo, perché l’emergenza era sempre dietro l’angolo. Tra l’altro, il passaggio dal ciclo continuo ai 15 turni settimanali, unito alle dimissioni di molti lavoratori qualificati, aveva costretto l’azienda a mescolare le squadre: con il risultato che, nel momento peggiore, venivano ‘assemblate’ persone che non avevano mai lavorato assieme”.

Ogni squadra su una linea era composta da cinque operai, “e se per carenze d’organico un gruppo perde un ‘pezzo’, il sindacato può imporre il blocco dell’impianto: una volta mi è capitato di fermare proprio la linea 5. Altre volte – proseguiva Ciro – l’azienda ha mandato di corsa un lavoratore da un altro reparto a coprire il buco, chiedendogli di fermarsi a fare lo ‘straordinario’”.

La tragedia arrivò la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, verso l’una. “Le manutenzioni straordinarie – denunciava ancora l’operaio – non venivano più svolte da agosto e gli impianti erano in condizioni non ottimali. Dei cinque componenti di quella squadra, due erano in ‘straordinario’ dalle ore 22, Schiavone e Boccuzzi (Antonio Boccuzzi è l’unico sopravvissuto degli otto operai coinvolti nel drammatico scoppio, ed è oggi deputato del Pd, ndr). Ad un certo punto, è scoppiato un tubo dell’olio. Il piccolo incendio si è propagato dopo che ha preso fuoco un flessibile che ha nebulizzato l’olio, e l’esplosione ha causato una strage, con la morte di sette miei compagni. Quella notte non ero di turno, e va detto che da settembre non lavoravo spesso alla linea 5, perché ero stato assegnato allo scarico dei rotoli col carro-ponte. Sul reparto maledetto ci finivo, manco a dirlo, quando le carenze di organico lo richiedevano: talvolta i capi mi chiedevano di spostarmi su quella linea anche se avevo i camion in coda da scaricare”.

Dopo l’esplosione qualcosa non funzionò anche nei soccorsi più immediati: “Dalla testimonianza dell’unico sopravvissuto – osservava ancora Ciro – è emerso che la manichetta del tubo dell’idrante era bucata. Inoltre, Boccuzzi ha sostenuto che gli estintori erano scarichi, e non ci troveremmo di fronte ad una novità. In un’altra circostanza, poche settimane prima della tragedia, segnalammo al capo del personale che alcuni lavoratori erano riusciti a spegnere un piccolo incendio pur riscontrando che alcuni estintori, sigillati, erano malfunzionanti”.

Il resto è cronaca di questi giorni, che ben si lega alla promessa finale dell’operaio, registrata dal nostro taccuino: “Faremo fino in fondo la nostra parte per tenere alta la guardia contro la vergogna delle morti sul lavoro”.

Paolo Repetto

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