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Tettamanzi, i cattolici e l’affondo sui valori

Autore: . Data: martedì, 19 aprile 2011Commenti (0)

Forte richiamo pastorale all’etica politica durante l’omelia del cardinale di Milano per la domenica delle ‘palme’. Il ‘Giornale’ lo ha attaccato: ‘Intervento ad personam’.

Non vedono l’ora che arrivi ‘quel’ giorno, i grandi elettori cattolici meneghini del centrodestra: aspettano con ansia il pensionamento, per raggiunti limiti di età, di un vescovo mai vissuto come la propria guida spirituale. Mugugnarono quando Dionigi Tettamanzi aprì il Duomo, durante una messa dell’Epifania, alle comunità straniere in nome della multiculturalità, si irrigidirono quando prese le difese delle associazioni laiche e cristiane a sostegno dei diritti civili delle popolazioni romanì contro gli sgomberi e non nascondono tutta la loro irritazione ogni volta che il porporato alza la voce contro il degrado della politica.

L’edizione di ieri del ‘Giornale’ ha perfettamente chiarito l’oggetto del contendere: quelle del cardinale di Milano appaiono come “omelie ad personam”. E se è vero che “ciascuno ha il suo stile, il suo temperamento, le sue convinzioni, a volte l’arcivescovo sembra perdere la sintonia con gli umori profondi dei cattolici che si riconoscono nei colori del centrodestra”.

Le responsabilità di Tettamanzi al cospetto dei cattolici di centrodestra e dei loro ‘umori’ hanno a che fare con i suoi richiami sull’etica politica e sul primato della giustizia e dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, mai così vilipesa. D’altra parte, le astiose puntualizzazioni dei giornali più vicini al premier poggiano su ben altre prassi in voga oltretevere, da cui sovente giungono messaggi ben più soft, quando non addirittura indulgenti, nei confronti di chi non può certo vantare un impeccabile pedigree familiare nè giudiziario. Come se le garanzie politiche offerte su temi quali l’aborto, l’eutanasia o la astratta difesa dell’istituzione familiare avessero garantito un salvacondotto morale.

Comunque sia, in concomitanza con l’inizio della settimana santa, l’arcivescovo di Milano si è soffermato sui fatti dei nostri giorni, così “paradossali”: a partire dalla decisione di inviare uomini a combattere “ma non si vuole che talune decisioni vengano definite ‘guerra’”, fino a quanto sta accadendo nell’ambito della giustizia e della mancata solidarietà. Se il caso-Libia è stato affrontato di petto, le vicende processuali caratterizzano alcuni passaggi dell’omelia dell’arcivescovo per mezzo di eloquenti interrogativi: “Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?”; “perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei Paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria?”.

Domande impegnative che contengono risposte indirette, ma Tettamanzi ha voluto esplicitarle: certe scelte della politica o di suoi eminenti protagonisti deriverebbero dal “superbo, subdolo, violento” che anima il vissuto quotidiano di ognuno e che non corrisponde alle aspettative e alla disponibilità richieste dal Vangelo.

Dunque se Cristo si presenta, prima della Pasqua, come “re umile e mite, che dona tutto se stesso per amore”, non lo stesso si può dire di chi interpreta ruoli così distanti dal bene comune: “Nella società, nella politica, nelle famiglie e anche nella Chiesa, consideriamo stoltezza mettere gli altri al di sopra di noi e crediamo piuttosto nella forza del denaro, del potere, del successo ad ogni costo”. E gli atteggiamenti personali denotano spesso anche aggressività: “Alzare la voce, cercare giusta vendetta, mostrare la nostra forza sono diventati i criteri per regnare”.

Il monito lanciato da Tettamanzi non si è limitato a bacchettare la società ‘esterna’, ma ha riguardato anche talune degenerazioni presenti nella Chiesa. Il porporato non ha nascosto la deriva del “carrierismo” e la ricerca di potere non proprio in sintonia con le ragioni dell’apostolato. Si tratta ora di capire se e come germoglieranno i semi sparsi qua e là, per l’ennesima volta, da un vescovo attento come pochi al degrado della società italiana.

Paolo Repetto

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