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Milano, i magistrati ‘brigatisti’ e l’imbarazzo di Berlusconi

Autore: . Data: giovedì, 21 aprile 2011Commenti (0)

Il passo indietro del candidato Pdl milanese (alle Amministrative del 15 e 16 maggio) Roberto Lassini – che ha patrocinato i manifesti su ‘Br e procure’ di cui si parla da giorni – è stato molto tardivo e risale soltanto a due giorni fa. Ma la questione non è chiusa.

Infatti, se è vero che Lassini ha pubblicamente comunicato le sue dimissioni dalla lista Pdl, accompagnandole con una lettera di scuse fatta pervenire al presidente Napolitano, la sua scelta non pare tecnicamente praticabile: secondo quanto reso noto dal Viminale, dopo la presentazione ufficiale delle liste non è più possibile ritirarsi dalla contesa, perché una volta scaduto il termine di consegna (nel caso specifico, domenica scorsa), le liste medesime non possono essere modificate né sostituite. Le ipotesi rimanenti, per un candidato ‘pentito’, sarebbero dunque le seguenti: dichiarare di non voler fare campagna elettorale, chiedere ufficialmente di non voler essere votato o non accettare l’incarico qualora eletto.

Eppure tutta la surreale discussione a mezzo stampa, nelle ultime 48 ore, ha riguardato il ‘grande gesto’ da pretendere da un ‘committente’ di manifesti dal sapore eversivo. Il quale avrebbe deciso di rinunciare alla candidatura in seguito alla levata di scudi del sindaco uscente (e ripresentatosi) Letizia Moratti e alla Lega nord, cui ha fatto da contraltare l’imbarazzo del Pdl e l’eloquente silenzio del premier Berlusconi, che sulla durissima polemica (senza esclusione di colpi) contro i magistrati si gioca tutto, ben sapendo oltretutto che sull’esito del voto amministrativo di Milano si costruisce o meno il futuro del governo nazionale (per sua stessa ammissione).

La rapida evoluzione della vicenda (fino all’annuncio delle improbabili dimissioni) derivava, in precedenza, da una motivazione precisa: il duro intervento da parte del capo dello Stato, che aveva fortemente condannato il contenuto e il significato di quei manifesti, affermando che rappresentano “innanzitutto una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle Br, magistrati e non” e che indicavano “come nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni”.

La lettera di scuse di Lassini ha dato atto, tardivamente, delle conseguenze del contenuto ‘politico’ del suo pensiero, ‘attacchinato’ copiosamente sui muri di Milano: “Mi rendo conto – ha scritto l’interessato a Napolitano – che il messaggio espresso in quel manifesto, da me in qualche modo patrocinato, tradiva una rabbia personale con cui ho convissuto per anni e non teneva in giusta considerazione il dolore di altri italiani e l’attacco non voluto al nostro Stato. Di questo sono amareggiato e pentito, di questo chiedo pubblicamente scusa a lei, che rappresenta la nostra Repubblica ed il popolo italiano”.

La motivazione alla base della sortita di Lassini deriverebbe da una sua presunta ‘persecuzione’ giudiziaria, essendo finito sotto processo per tentata concussione nel 1993 per poi essere prosciolto cinque anni dopo. Nel frattempo dovette però dimettersi da sindaco di Turbigo (paese della cintura milanese) e a causa della sua disavventura – ha riferito nel corso di un’intervista concessa al ‘Giornale’ – la sua carriera sarebbe “stata stroncata”.

“Sono un uomo di legge che ha subito le sue umane storture e che tutt’ora ne osserva – ha sostenuto Lassini – ma che nella legge e nella democrazia non ha mai smesso di credere, prima come cittadino, poi come imputato nel processo e infine come avvocato. Ho sbagliato nei termini anzidetti, vittima di un sentimento di rivalsa e spinto nel desiderio di dare una scossa che consentisse di trovare soluzioni – ha scritto ancora l’ex candidato del Pdl – affinché nessun italiano viva la giustizia come un’ingiustizia, come è successo a me. Allora, uomo delle istituzioni, e come accade oggi per altri uomini delle istituzioni, ciò non mi giustifica, lo comprendo e ne sono convinto. E’ giusto che renda conto di quello che ho fatto a quel popolo italiano verso cui ognuno di noi ha doveri inalienabili – ha concluso – e voglia accettare le mie scuse più sentite che rivolgo, anche e soprattutto, a tutte le vittime del terrorismo e i loro familiari che con il dolore devono convivere”.

Il passo indietro di Lassini (ammesso e non concesso che venga individuato lo strumento tecnico che lo possa consentire, in barba alle norme) rappresenterebbe un trucco per mettere a tacere le insanabili contraddizioni in atto nella coalizione, o almeno questa è l’opinione manifestata chiaramente dall’altro candidato, Giuliano Pisapia (scelto dal centrosinistra e dalla sinistra dopo aver sconfitto alle primarie l’architetto di area piddina Stefano Boeri): “Le cosiddette dimissioni di Roberto Lassini dalla lista del Pdl – ha tuonato ieri Maurizio Baruffi, portavoce di Pisapia – sono l’ennesima presa in giro nei confronti delle regole democratiche. Non ci si dimette dalle liste elettorali ma si può decidere di non accettare l’elezione qualora questo accada. Lassini è ormai diventato il capro espiatorio per salvare altri dirigenti del Pdl che sono i veri responsabili politici di quanto successo e della scelta di candidare persone di questo genere alle elezioni”.

E a proposito di Pisapia, la sua campagna elettorale comincia a stupire anche i più scettici. Il suo curriculum politico e professionale, benché di tutto rispetto (noto avvocato, da sempre impegnato sul tema dei diritti civili e già presidente della commissione Giustizia della Camera durante il primo governo Prodi, come indipendente di Rifondazione comunista), non pareva a molti adeguato a confrontarsi per vincere, perlomeno nella capitale del berlusconismo.

Invece la sua campagna elettorale miete successi, mentre la dice lunga sullo stato di salute del Pdl di Milano (caso Lassini a parte) la diffusione sul sito di Letizia Moratti di un sondaggio considerato positivo ma in realtà poco credibile e, a ben guardare, per nulla incoraggiante: si tratta della rilevazione di Euromedia, società di Alessandra Ghisleri, considerata la sondaggista di fiducia del Cavaliere. Ebbene, Moratti viene data per vincente al primo turno con il 50,8 dei consensi contro il 41 di Giuliano Pisapia. Ma che la rilevazione sia poco lusinghiera lo si intuisce bene dal fatto che persino dall’interno del partito del premier si storce la bocca, ammettendo che il sondaggio sarebbe stato realizzato su un campione molto limitato e per fasce di età.

Senza contare che ci sarebbe un buon 15% di elettori del centrodestra che non avrebbe alcuna intenzione di recarsi ai seggi. Inoltre, Euromedia assegna all’eventuale prima cittadina più voti di quanti attribuisce al Pdl (33,9%), alla Lega (13) e alla lista civica del sindaco (1,8) messi insieme, la cui somma non arriva al 50%. E si può immaginare che la vicenda-Lassini non aiuterà presumibilmente il sindaco uscente a rinnovare la sua immagine personale (che dovrebbe conferire valore aggiunto), nonostante l’enorme quantità di manifesti che la ritraggono in tutte le pose e in ogni angolo della città.

Per contro, gli sforzi della coalizione progressista proseguono piuttosto in economia (800mila euro di investimento contro i 6 milioni dell’avversaria, se spenderà nuovamente quanto ha sborsato la scorsa tornata amministrativa), per mezzo di un sito internet, di un quindicinale free press distribuito in 100mila copie e di tanti comizi nei mercati rionali dei quattro angoli della città (con particolare attenzione a quelli delle periferie, grazie a circa 2mila volontari). E’ inoltre allo studio un evento culturale che durerà tre giorni (‘Milanoculture’) per porre l’accento sul disinvestimento in merito a tutti quei temi che disprezzò pubblicamente persino il ministro Tremonti (visto e considerato che con la cultura “non si mangia”) e per calcare la mano sul processo di involuzione subito in trent’anni dal capoluogo lombardo.

Se le semplici e tutto sommato prevedibili mosse propagandistiche di Pisapia incontrano il favore di una fetta di elettorato, in casa Pdl si tocca con mano la preoccupazione. I quotidiani milanesi riportavano nei giorni scorsi le opinioni ‘fuori microfono’ del ministro della Difesa Ignazio La Russa (il cui fratello, Romano, è coordinatore lombardo del Pdl): “La Moratti pensa ancora di vincere al primo turno, ma se lo sogna, basta prendere i voti delle precedenti elezioni e sottrarre quelli dell’Udc e del Fli: basta un 5% in meno e si è già sotto il 50″. I sondaggi ‘veri’ darebbero l’ex ministra dell’Istruzione addirittura al 42% e la spia della soglia di allarme si è già accesa dalle parti di via Bellerio: “Noi intendiamo parlare di Milano – è sbottato l’eurodeputato lumbard Matteo Salvini – e non certo di magistrati, di Br, di intercettazioni”.

Un segnale non proprio incoraggiante per Berlusconi, che di ‘intercettazioni’ desidererebbe eccome continuare a parlare, nel suo personale interesse e sulla scia di quanto accaduto lo scorso weekend durante la convention milanese del suo partito. Alla quale, significativamente, la Lega non ha partecipato.

Paolo Repetto

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