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Lo sfacelo della scuola tra tagli e ‘progetti’

Autore: . Data: mercoledì, 6 aprile 2011Commenti (1)

La scuola pubblica è ormai privata dei beni più preziosi: risorse umane, intellettuali e finanziarie. I fondi economici sono reperibili, ma sono sottratti alle scuole statali e dirottati per sovvenzionare gli istituti privati, depauperando le strutture pubbliche.

La scuola è un ambiente esanime, senza vita né cultura, un luogo alienante in cui il piacere della lettura, la passione per l’arte, l’amore per il sapere e il libero pensiero, per la convivenza e la partecipazione democratica, sono diritti negati.  La scuola, sostiene qualcuno, sarebbe un covo di “fannulloni”, “pelandroni”, “assenteisti” e “disertori”.

La scuola è un’istituzione abbandonata a se stessa, in cui si recita una desolante commedia corale, un teatro permanente in cui si segue un tirocinio che prepara i giovani alla futura commedia sociale della vita piccolo-borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere anche peggiore.

Ad esempio, quella statunitense è una società in cui pochi godono di un sistema scolastico e sanitario eccellente, mentre i ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole pubbliche rottamate, a curarsi negli ospedali pubblici depauperati (si veda il film-documentario “Sicko” di Michael Moore sull’assistenza sanitaria nordamericana). E’ dunque un modello miserabile che il duo Tremonti/Gelmini vuole applicare nel nostro Paese: non più una comunità educante e democratica, ma una scuola-parcheggio per ‘bulli’ dove i docenti addestrano gli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla per gli standard internazionali. Una scuola-supermercato che offre saperi-merci ‘usa e getta’.

E dire che sarebbe innegabile l’importanza della scuola nella formazione della mentalità, del carattere, delle attitudini e delle aspirazioni ideali delle persone, in particolare dei soggetti in età evolutiva: un rinnovamento sociale e politico passa anzitutto attraverso un rinnovamento culturale e morale, per cui è decisivo rilanciare la funzione della scuola.

Il principale problema della scuola italiana è costituito dal corpo docente, dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di insoddisfazione, demotivazione e avvilimento che li attanaglia. Occorrerebbe perciò rivalutare in modo concreto la professionalità didattica. Il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, come è in caduta verticale il sistema scolastico che vede nei docenti il perno centrale da ricostruire con iniziative tese a stimolare ed accrescere la loro professionalità.

Pertanto occorre rivalutare la posizione economica degli insegnanti italiani, che risultano i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà innescare un meccanismo virtuoso, attivando un processo di riqualificazione della scuola e rendendo più appetibile la professione dell’insegnamento. In tal modo si creerebbero le condizioni per indurre le persone più ambiziose e preparate ad aspirare ad un lavoro meglio remunerato ed apprezzato rispetto al presente. Il recupero del potere d’acquisto condurrebbe ad un incremento proporzionale del prestigio sociale e, di conseguenza, favorirebbe un crescente impegno e rendimento dei docenti. Naturalmente, a beneficiarne sarebbero anzitutto gli studenti. Questo è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola.

Ciò detto, è ormai un’impresa ardua insegnare. Infatti, sono aumentati i fattori che ostacolano l’esercizio della professione docente. Ad esempio, il carico di lavoro burocratico è cresciuto a dismisura. Come pure prevalgono gli incarichi aggiuntivi ‘funzionali all’insegnamento’, in realtà funzionali ad un assetto caricaturale. Tali adempimenti sottraggono tempo utile all’insegnamento e al rapporto con gli allievi. Inoltre, gli insegnanti sono sempre più umiliati dalle angherie e dai soprusi, dalle intimidazioni e dai ricatti esercitati da dirigenti arroganti che scambiano la scuola per un’azienda e l’autonomia scolastica per una tirannia personale.

L’esperienza di lavoro nella scuola ha insegnato a chi scrive, attraverso circostanze negative, che non c’è più alcun margine, né spazio di agibilità democratica e sindacale, e tantomeno politica, nella vita dei cosiddetti ‘organi collegiali’. Come si è verificato in molte occasioni, persino le proposte da apprezzare in virtù di finalità favorevoli agli alunni, inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di sdegno e dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non rappresentano un aspetto marginale o formale, in quanto le procedure e le regole costituiscono la base su cui poggia un’autentica democrazia collegiale. Tale deficit di trasparenza democratica si avverte sia in fase di elaborazione progettuale, discussione ed approvazione, sia in fase di esecuzione pratica ed operativa.

Nella scuola odierna è possibile, oltre che necessario, rilanciare un metodo di gestione realmente corale e partecipativo. In questa prospettiva conta più il metodo che la finalità d’un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si ottiene uno scopo, ovvero il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo da recuperare si chiama ‘democrazia partecipativa’: è la democrazia dell’autonomia personale, il massimo possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la nostra.

In tempi di trapasso come quelli che viviamo, la democrazia è un organismo fragile e precario, nella misura in cui le inquietudini derivanti dalla grave recessione economica mettono a repentaglio le libertà individuali. L’attuale situazione economica e politica nazionale ed internazionale evidenzia simili rischi: infatti, sono in serio pericolo i diritti e le libertà personali. In simili fasi di transizione storica, segnate da una profonda crisi sociale, economica e politica, l’unica democrazia possibile non è a mio avviso quella basata sulla democrazia della delega elettorale, su cui poggia il sistema politico-istituzionale vigente. Oggi l’unica democrazia davvero possibile e praticabile è esattamente la democrazia a partecipazione diretta.

Nella scuola questa formula è incarnata dalla democrazia collegiale, l’unico esempio di democrazia davvero possibile. Non ci sono altre modalità organizzative. L’alternativa sarebbe l’assenza di una reale condivisione e trasparenza democratica, la deriva autoritaria verso il paternalismo e il dirigismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle persone. Pertanto, occorre riscoprire un metodo di gestione politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione possibile, un metodo di organizzazione e direzione collegiale da mettere in pratica sin dalla fase di elaborazione iniziale di ogni iniziativa scolastica che investa l’istruzione e la formazione delle giovani generazioni.

A riguardo conviene stendere un velo pietoso in quanto le scuole sono ormai ridotte a ‘progettifici’ senza qualità. E a tal proposito, anche quest’anno si è rinnovato il ‘miracolo’ della moltiplicazione e della spartizione dei cosiddetti ‘Pon’, i programmi operativi nazionali, e si è consumato l’ennesimo ‘mercato delle vacche’, senza offesa per le vacche, con la differenza che un mercato delle vacche è senza dubbio più degno e più serio.

I ‘progettifici’ scolastici sono avvilenti e deprecabili non per una presa di posizione aprioristica o per ragioni ideologiche astratte, ma per motivi di ordine pratico che si comprendono con l’esperienza. Nulla impedirebbe di avallare i progetti di qualità, purché discussi e realizzati seriamente. Invece, i progettifici scolastici si caratterizzano negativamente anzitutto per l’assenza di creatività e di trasparenza, per una mancata rispondenza ai bisogni formativi e culturali degli studenti, mentre obbediscono solo a logiche affaristiche. Non a caso vengono definiti ‘progettifici’, esattamente perché si configurano come fabbriche di progetti che sacrificano la qualità e premiano la quantità industriale.

Lucio Garofalo

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Commenti (1) »

  • Franca Maria Bagnoli ha detto:

    Ho lavorato per più di trenta anni nella scuola pubblica, nel liceo classico e poi nell’ Istituto magistrale. Sono arrivata alla Scuola pubblica attraverso un regolare concorso molto serio. Ho fatto il mio lavoro con gioia ma oggi sogno spesso di andare in classe impreparata. Evidentemente soffro di sensi di colpa per non aver fatto abbastanza. Poi, per fortuna, incontro qualche mia vecchia allieva che mi riconosce e mi saluta affettuosamente dicendomi di avere imparato molto da me. Oggi mi piange il cuore a vedere come è ridotta la scuola. Chi ci governa ci vuole ignoranti. Per questo dobbiamo aver cura dei giovani, aiutandoli a resistere a questo clima di arroganza di potere e di incultura. Invitiamoli a leggere, ad informarsi, a non adeguarsi ai disvalori dell’ attuale società

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
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