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Cuba, Fidel dà l’addio al Comitato centrale

Autore: . Data: mercoledì, 20 aprile 2011Commenti (0)

I quasi mille delegato al VI Congresso hanno soprattutto discusso di alcune riforme importanti che trasformerebbero Cuba in una sorta di socialismo di mercato.

Dire che si chiude un’epoca è forse eccessivo. L’epoca, anzi l’epopea della Cuba di Fidel Castro, della Cuba rivoluzionaria, visionaria si è chiusa forse già vent’anni fa, quando l’Unione Sovietica, implodendo, l’ha abbandonata, unica realtà socialista nel Mar dei Caraibi, a due passi dagli acerrimi nemici americani.

Nonostante la fine del dualismo Usa-Urss, la chiusura dei rubinetti da parte di Mosca, i cui aiuti si erano rivelati essenziali durante i trent’anni precedenti per tappare i buchi di un’economia disastrosa, la fiera Cuba di Fidel Castro aveva continuato a credere (o per lo meno a tirare a campare) nel suo sogno socialista, nel sogno di una società migliore da contrapporre al modello dominante e vincente sul panorama mondiale.

Sogno che, purtroppo, però, si scontrava ogni giorno con la dura realtà di un Paese povero, dove – come in tutte le realtà socialiste – il mercato nero era divenuto non solo lo strumento per accedere ai beni di consumo, ma anche la fonte di guadagno principale di una popolazione dove l’impiegato statale guadagnava quindici pesos convertibles (un peso equivale a un dollaro americano) al pari del meccanico, e dove solo medici e militari guadagnavano venti pesos, che non bastavano neanche per sfamare la propria famiglia.

Un altro cambiamento epocale, per così dire, era arrivato cinque anni fa, con l’aggravarsi delle condizioni di salute di Fidel Castro. Il Comandante in Capo, primo e unico segretario del Pcc sin dal lontano 1959, che aveva resistito a circa ottocento tentativi di assassinio o di sabotaggio da parte dei servizi segreti di tutto il mondo, Cia in testa, nel 2006 si era visto costretto a cedere il testimone, dopo quarantasette anni, al fratello Raul, di cinque anni più giovane, anche lui, al pari di Fidel, Ernesto Guevara e Camilo Cienfuegos, reduce della revolucion, dell’assalto alla caserma Moncada, della presa di Santa Clara e Santiago de Cuba, della liberazione dell’isola dal regime corrotto di Fulgencio Batista.

Raul, dopo oltre quattro decadi all’ombra del fratello maggiore, si era insediato al suo posto: il nuovo che avanza, in un Paese gerontocratico che farebbe invidia anche alla nostra Italia. Questi, da subito, aveva operato alcune piccole aperture nel mercato.

Il Comitato Centrale del Pcc, ad esempio, aveva aperto alla vendita di computer, dvd, televisori di misura compresa fra 19 e 24 pollici, biciclette elettriche, forni a microonde, antifurti per auto e bollitori, fino al giorno prima monopolio del mercato nero, anche a causa del fortissimo embargo che gli Stati Uniti avevano imposto all’isola, sin dai tempi della Baia dei Porci, e che aveva paralizzato il commercio di Stato, dando vita a un para-Stato, con leggi di mercato totalmente differenti. Ora, con l’alleggerimento del bloqueo (così lo chiamano i cubani), imposto dall’amministrazione Obama, e con le cosiddette aperture portate da Raul, la situazione dell’economia reale per i cittadini di questa splendida isola non sono mutate realmente.

Un vero mutamento essi sperano possa arrivare dalle ultime decisioni prese ieri dal VI Congresso, in cui i quasi mille delegati hanno discusso di alcune riforme importanti che trasformerebbero Cuba in una sorta di socialismo di mercato. Taglio degli impiegati statali, graduale eliminazione della libreta, ossia il libretto di razionamento, apertura ad investimenti privati da parte di stranieri, potrebbero stravolgere la fisionomia dell’isola.

“La politica economica del partito – si legge nel documento del Congresso diffuso ieri – seguirà il principio che solo il socialismo può vincere le difficoltà e preservare le conquiste della Rivoluzione e che nell’aggiornamento del modello economico predominerà la pianificazione, la quale terrà conto delle tendenze di mercato”.

Insomma, una delle ultime isole più o meno felici del socialismo reale apre le porte al dio mercato e a tutte le implicazioni sociali, oltre che economiche, che questo porterà con sé in dote.

Il rischio che Cuba si trasformi in una minuscola Cina, però, c’è ed è concreto. Una folle apertura agli investimenti stranieri, un aumento vertiginoso delle produzione, non accompagnato da un reale miglioramento dello stile di vita dei cittadini e delle loro libertà fondamentali (di parola, di movimento, prima di tutto) è dietro l’angolo.

Così come accaduto in Cina, infatti, l’accettazione dell’iniziativa privata (che nel gigante orientale ha portato a una degenerazione) non ha portato con sé nessun cambiamento a livello politico: il Pcc resterà il factotum della politica cubana, anche se con un cambiamento che, anche se solo di facciata, è sintomatico dei tempi.

Per la prima volta dalla fine del regime di Batista e dalla presa del potere dei barbudos guidati dal comandante Castro, Fidel non farà più parte del Comitato centrale del partito, per sua stessa volontà. Come riportato da alcuni giornali, infatti, il vecchio comandante avrebbe confidato al fratello: “Credo di aver ricevuto ormai abbastanza onori. Non avevo mai pensato di vivere cosi a lungo”. Si chiude l’epoca di Fidel, quindi, anche se certamente il simbolo della rivoluzione, che attualmente vive in una località segreta, resterà il consigliere privilegiato del fratello e del Comitato centrale.

La prossima tappa? Forse un’apertura nei confronti della libertà d’espressione, perché nonostante tutto Cuba continua a reprimere le voci – come quella della blogger Yoani Sanchez – contrarie al regime.

Giuseppe Colucci
Foto di Barbara Meo Evoli

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