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Terremoto, l’Abruzzo trema ancora

Autore: . Data: venerdì, 11 marzo 2011Commenti (0)

La terra ha tremato ancora in Abruzzo, a quasi due anni dal sisma che il 6 aprile 2009 provocò oltre 300 vittime. Un scossa di terremoto di magnitudo 3.1 (4° grado della scala Mercalli) è stata registrata l’altro ieri intorno alle 23.50 a Sulmona e Val Peligna, a circa una sessantina di chilometri da L’Aquila. Da quanto si è appreso, l’epicentro è stato localizzato nell’area del Monte Velino, tra Castel di Ieri e Collarmele (Aq), ad una profondità di circa otto chilometri. La scossa è stata descritta come breve ma piuttosto potente. Nel libro ‘Ju tarramutu’, uscito nel 2009, l’autrice – la giornalista Samanta Di Persio -aveva tra l’altro raccolto la testimonianza del geologo Antonio Moretti, in merito alle previsioni di prossimi terremoti nella zona. Ne riportiamo di seguito alcuni passi.

Mi chiamo Antonio Moretti. Sono un geologo. Lo sciame sismico cominciato ad ottobre 2008, non era il primo in questi ultimi venti anni. Ce ne fu uno nel 1984 nel corso del quale c’erano già le roulotte pronte alla stazione inviate dall’allora Ministro Zamberletti, perché in una zona a rischio sismico dove non c’erano terremoti da 300 anni, evidentemente c’erano delle strutture cariche. In quell’anno lì, il terremoto fece pochi danni e molta paura.

Nel 1994 ci fu un altro allarme sismico dove la scossa più elevata fu 4.4° sull’altipiano delle Rocche. In ultimo questo cominciato ad ottobre 2008 con una prima scossa rilevata nella zona di Amatrice/Barete e poi si è spostata progressivamente verso sud dalle parti nostre. Le strutture sismiche del centro Italia sono: l’Appennino centrale (Collefiorito-Gubbio), Gran Sasso e Maiella (L’Aquila) e l’Appennino meridionale (Irpinia). Le ultime due si muovono sempre insieme: nel 1702 ci fu il terremoto a Benevento e nel 1703 a gennaio ci fu ad Amatrice e a febbraio nell’aquilano e poi nel 1706 a Sulmona.

La struttura si carica, si  muove un pezzo, fa una deformazione che si muove a sua volta e va a spingere sulle strutture accanto che piano, piano si mettono in moto anche loro. Quindi era evidente che ci sarebbe stato un terremoto: c’era stato nella zona di Collefiorito: c’erano stati nella zona dell’Irpinia e L’Aquila era una zona ferma da oltre 300 anni. Prima o poi doveva riattivarsi e questa non è una previsione è una certezza! Le faglie si possono controllare però implica: conoscerle e sapere quali sono attive e quali stanno facendo i terremoti e sapere che cosa misurare.

Noi da dopo l’Irpinia stiamo cercando di avere un progetto sufficientemente dettagliato per conoscere le grandi faglie e le stiamo nominando. Ad esempio la faglia di monte Pettino, la faglia di Monte Stabbiata, la faglia del Gran Sasso…  queste sono il pezzettino che emerge, in realtà tutte queste faglie sono l’espressione di un unico ramo profondo: la struttura sismocentrica che si muove e fa i terremoti… situata circa 10 km sotto la valle dell’Aquila. Il terremoto si è prodotto e scatenato a questa profondità perché c’erano vari movimenti di sollevamento e abbassamento. Abbiamo avuto delle scosse premonitrici perché quando una faglia è carica di stress (energia) ha una risposta diversa da quando si è scaricata. (…)

Le faglie potevano essere monitorate con una rete di dettaglio locale, monitorare l’emissione di liquidi profondi lungo la struttura: acque calde, l’elio, co2, e il radon. Quest’ultimo è radioattivo quindi si misura facilmente. Il radon è uno dei precursori di attività sismica accertato. Aumenta come aumenta lo stato di stress lungo la faglia. Però non lo posso misurare ovunque, solamente quello che emerge lungo la frattura, per riconoscerlo devo misurare se ci sono gli altri gas, se c’è un campo magnetico, ecc. Associando tutto, posso dire se ci sarà una situazione di rischio. (…)

E’ chiaro che non puoi dire scappate tutti… non puoi tenere le persone in piazza per due, tre anni. Ai miei studenti ho detto prendete una torcia elettrica, andate a letto vestiti, mettete le scarpe a portata di mano. Se fosse stato dato questo messaggio dopo il 31 marzo, la metà dei morti si potevano evitare.

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