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Scuola pubblica, lo sconforto di una generazione

Autore: . Data: martedì, 15 marzo 2011Commenti (0)

Sono una studentessa dell’università di Camerino con sede ad Ascoli che sta per terminare il suo percorso di studi e che ha sempre frequentato la scuola pubblica, con orgoglio. Ho partecipato ad una manifestazione organizzata da un comitato universitario spontaneo ad Ascoli per difendere non tanto i miei diritti ma quelli di ragazzi che come me escono dalle scuole superiori e vogliono frequentare l’università per garantire a se stessi un cambio generazionale importantissimo.

Ho sempre frequentato scuole che avevano pochi mezzi per poter fare didattica ma che sfruttavano tutto ciò che avevano per fare delle ottime lezioni. Quando frequentavo io, soprattutto le scuole superiori, si sentiva già parlare di tagli ma non in maniera così importante come adesso.

La situazione oggi è ben peggiore di dieci anni fa e, secondo dati recenti, i ragazzi che scelgono di continuare gli studi sono diminuiti tantissimo soprattutto al centro e al sud, meno al nord. Lo sconforto tra noi studenti è tanto e ha generato quelle proteste pacifiche che si sono viste, senza partiti, ma caratterizzate da tanti volti di studenti e ricercatori, di professori solidali. Di questo sono orgogliosa.

Nella mia esperienza con la scuola pubblica il periodo che ricordo con più piacere è proprio quello universitario, fatto di docenti, ricercatori e assistenti che fanno il loro lavoro con passione e dedizione. Il mio stesso professore di tesi, un ricercatore a contratto, cercando di spiegare la situazione che vive come insegnante ci dice spesso di amare immensamente il suo lavoro che farebbe anche senza stipendio; afferma di non avere i fondi che vorrebbe e che molte volte si è trovato a spendere soldi di tasca propria per garantire a noi studenti un premio per un piccolo concorso interno all’università oppure per una piccola pubblicazione che, per coloro che vogliono diventare architetti come me, “fa curriculum”.

Il mio docente, spiegando i motivi che lo spingono a fare tutto questo, afferma che lui dà tanto ma gli studenti, osservando questa dedizione, gli danno altrettanto, ed è questo il motivo che lo spinge a continuare, nonostante i continui tagli. Se il lavoro di un insegnante è irto di ostacoli lo è però anche quello di noi studenti.

L’articolo 4 della Costituzione così recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Tale articolo, a mio parere, si adatta benissimo alla scuola e ai ragazzi che la frequentano: si deve dare la possibilità di scegliere non solo il lavoro che si vuole fare ma anche l’università che si vuole frequentare per poi scegliere il mestiere più adatto ad ognuno. La parola-chiave è proprio ‘scegliere’.

Bisogna dare la possibilità a tutti coloro che vogliono frequentare l’università la possibilità di farlo. E sostituire le borse di studio con prestiti al sapere non permette ciò, infatti noi giovani usciamo dalle scuole superiori già come ‘precari’, perché le possibilità di lavoro che ci vengono date sono incerte, quasi nulle.

Quindi se un ragazzo sceglie di voler frequentare l’università ma non può permetterselo non potrà più usufruire delle borse di studio e dovrà chiedere questo fantomatico prestito da restituirsi due anni dopo la laurea. Una volta laureato entrerà, come farò io tra un mese, nel mondo del precariato dei laureati. Entrerò dunque in una condizione che non permetterà mai di restituire interamente il ‘favore’, tanto più che il prestito al sapere italiano non è come quello americano che premia i più meritevoli (i quali, uscendo dall’università con il massimo dei voti, non dovranno restituire per intero l’importo erogato).

Tutto ciò non è corretto. Se è vero che non si può tornare indietro a trent’anni fa, quando un figlio di un operaio subentrava al padre una volta andato in pensione, ma che futuro avranno i figli degli operai? Io sono stata molto fortunata, in quanto appartengo a quella parte di giovani che può far parte di quel ricambio generazionale che tanto ci si auspicava, e alla fine di questa grande crisi forse riuscirò a fare il lavoro che amo e per cui ho studiato. I miei figli usufruiranno di questo vantaggio. Ma ai figli degli operai che hanno la mia stessa età, cosa succederà? Questa domanda non avremmo mai dovuto porcela, ma ora siamo ad un bivio. Ricco di incognite.

Serena Bianchini

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