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Scuola pubblica, lettera di un’insegnante a Berlusconi

Autore: . Data: mercoledì, 2 marzo 2011Commenti (0)

Pubblichiamo la lettera aperta di Patrizia Tocci, insegnante abruzzese, al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scritta all’indomani delle dichiarazioni del premier sulla scuola pubblica. In premessa, va ricordato che il cavaliere aveva affermato come nella scuola pubblica “gli insegnanti inculchino idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie”.

In seguito aveva ritrattato dichiarando: “Il mio governo ha avviato una profonda e storica riforma della scuola e dell’Università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica e dignità a tutti gli insegnanti che svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei nostri figli in cambio di stipendi ancora oggi assolutamente inadeguati. Questo non significa non poter ricordare e denunciare l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità e al tempo stesso espropriano la famiglia dalla funzione naturale di partecipare all’educazione dei figli”.

Caro Signor Presidente del Consiglio, sono una insegnante della scuola pubblica, sudicia e terrona, peso morto dell’Aquila e pure donna. Guardi un po’… tutte a me capitano. Certo,  sono proprio sfortunata. Mi sono diplomata nella scuola pubblica al liceo Classico di Avezzano, ho preso una laurea in filosofia all’università pubblica la Sapienza di Roma con il massimo dei voti,  ho  superato concorsi serissimi per insegnare e conseguito  tre abilitazioni.

Mi aggiorno, leggo e studio e cerco di svolgere al meglio il mio lavoro. Cerco di educare i miei alunni (ex-duco significa condurre fuori ed è l’esatto contrario dell’inculcare che lei ha usato in maniera così improvvida offendendo anni e anni di studi e di pedagogia dell’insegnamento) nella scuola pubblica. Anche se dal Ministero della pubblica istruzione questo aggettivo è scomparso, in questi ultimi anni e si chiama solo Ministero dell’Istruzione, io mi ostino a dire che insegno in una scuola pubblica.

Cerco di educare i miei alunni alla tolleranza, alla responsabilità e al confronto, alla cittadinanza, alla legalità, studiando la Costituzione,  studiando la nostra storia,  il Risorgimento e la lingua italiana. La scuola pubblica è un fronte,  dove si combatte ogni giorno una specie di guerra. Dove si ancora il coraggio di dire dei no, di parlare di valori, di fatica, di impegno.

Lei non può immaginare cosa ha significato per i nostri ragazzi dell’Aquila tornare a scuola, ricostruire un minimo di quelle relazioni sociali che per il resto non ci sono più. Noi abbiamo ricominciato tutti “come se”: come se non fosse accaduto niente. Studenti e docenti tutti insieme al nostro posto di lavoro, nonostante le difficoltà, le ferite, i disturbi.

La notte terribile del terremoto le prime chiamate sono state quelle dei miei studenti. Ho pianto con loro, li ho rassicurati, ho fatto da centralino.  Abbiamo ricominciato e andiamo avanti, anche qui. Ogni giorno. Con dignità. Con forza. Nonostante siamo i meno pagati dell’Europa e nonostante il disprezzo che da anni si cerca di gettare sulla scuola pubblica,  nonostante il fango con il quale si cerca di ricoprirla, io sono convinta che non esista un mestiere più bello del mio.

Lo scriveva Sandro Onofri, qualche anno fa. Sono sicura di interpretare i pensieri di tanti che non hanno nessuna intenzione di inculcare,  ma svolgono questo il mestiere di “far apprendere” e apprendono in quella che si chiama “educazione permanente”. Permanente, nel senso che restiamo, nonostante tutto, sempre  insegnanti, anche quando andremo (se ci andremo) in pensione.

Patrizia Tocci

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