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Rischio idrogeologico, i tanti ‘perché’

Autore: . Data: venerdì, 4 marzo 2011Commenti (0)

Pubblichiamo un articolo di Sara Moreschini, giovane geologa marchigiana e volontaria della Protezione Civile.

Le azioni combinate degli eventi meteorologici, della forza di gravità e dell’assetto strutturale del territorio determinano effetti che possono produrre una modificazione, permanente o temporanea, dell’ambiente naturale: è allora che si parla di dissesto idrogeologico. Una frana o un’inondazione, ad esempio, costituiscono i tipici fenomeni di dissesto idrogeologico.

Tali fenomeni rientrano nell’ordinaria trasformazione della superficie terrestre che può manifestarsi con eventi rapidi o lenti, ma pur sempre facenti parte dei processi naturali. Quando gli spazi che sono propri di questi fenomeni naturali vengono occupati dalle attività antropiche, che innescano o accentuano le condizioni di predisposizione al dissesto, sorge un conflitto che può comportare uno stato di non sicurezza per i beni o l’incolumità dell’uomo.

La connotazione semantica del concetto di ‘rischio idrogeologico’ è tutta qui: un fenomeno di origine prevalentemente naturale cui consegue il danneggiamento di un bene utile all’Uomo. Se è vero che lo sviluppo ha bisogno di risorse, è altrettanto vero che la crescita deve tenere conto dei limiti imposti dalla fragilità del territorio e dei rischi ad essa connessi, perché se si toglie spazio vitale all’alveo di un fiume, l’unica certezza è che lo stesso con un tempo di ritorno variabile a secondo della situazione prima o poi se lo riprende.

Occorre segnalare che la ‘consapevolezza istituzionale’ delle ripercussioni sul sistema della vita civile del dissesto idrogeologico risale agli anni ’70, quando la “Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo” (commissione ‘De Marchi’) tracciò un quadro preoccupante, ma realistico, della situazione a quel tempo in Italia.

Allora, le esigenze di previsione e prevenzione per scopi di tutela della pubblica e privata incolumità hanno comportato sforzi nella definizione del concetto del rischio, che comprende i concetti relativi all’esposizione e alla vulnerabilità dei beni. Le esigenze di tutela dell’incolumità pubblica sono state precisate, sia come percezione di un diritto, che come definizione normativa. Di conseguenza, lo sforzo degli Enti pubblici è stato orientato alla ricerca di percorsi finalizzati alla salvaguardia delle persone e dei beni.

Tuttavia, si riconoscono ampie lacune laddove le esigenze di tutela si scontrano con interessi privati, con mancanza di risorse, con una cultura della prevenzione non ancora matura. Se un evento calamitoso non mette a repentaglio la vita dell’uomo e le sue attività produttive, desterà poco interesse. Viceversa, se un evento di modesta entità coinvolge anche una sola automobile e i suoi occupanti, allora l’attenzione dei media si acutizza. In entrambi i casi, la ripetizione del fenomeno nel tempo costituisce un elemento di valutazione interessante e doveroso: se l’evento meno intenso (ma che ha messo a repentaglio la vita umana) si ripete spesso, occorre attuare tutti gli interventi idonei affinché non produca più quel danno, mentre se si tratta di una circostanza fortuita l’approccio deve essere diverso.

Lo studio delle condizioni che hanno prodotto quel tipo di evento (la possibilità che si ripeta con quella intensità o maggiore) costituisce, l’attività di previsione. L’analisi dei presupposti che hanno comportato un bene a trovarsi nella situazione di pericolo e gli accorgimenti necessari affinché quel fatto non si ripeta costituiscono attività di prevenzione.

La previsione dei fenomeni naturali è una delle attività più difficili che un geologo possa condurre: per esempio, non è facile (e spesso, non è possibile) prevedere se una frana si possa verificare in ragione del fatto che esistono molti tipi di frane, ciascuna delle quali può innescarsi a seguito di fattori molto diversi (piogge intense e/o prolungate, uno sbancamento non protetto, un’erosione, ecc). Come è noto, il territorio marchigiano è particolarmente interessato da fenomeni franosi; conseguentemente, l’esecuzione di adeguate opere di salvaguardia assume un ruolo fondamentale per la “conservazione del suolo”.

Il 70% dei comuni italiani risulta avere delle aree a rischio idrogeologico. Grazie alla conoscenza dei dissesti è possibile con il monitoraggio degli stessi controllarne lo stato nel tempo e quindi mitigarne il rischio con eventuali, interventi.

Quindi, la parola chiave è “prevenzione” la quale inizia con la ricerca, l’individuazione il monitoraggio e l’eventuale necessità di interventi in e delle aree a rischio idrogeologico.

Da anni ormai l’ordine nazionale dei geologi chiede ai governi una seria politica di prevenzione del rischio idrogeologico al fine di ridurlo, ma per fare questo si ha la necessità di grossi investimenti,  per  le opere di consolidamento,  per la pulizia di fossi e torrenti,  per la pianificazione territoriale, ma ogni volta i vari ministri dell’ambiente se ne preoccupano solo nei momenti di criticità, quando il danno è fatto.

In Italia i fondi sono stati selvaggiamente tagliati, è impossibile fare ricerca di conseguanza anche prevenzione. Il ministro dell’ambiente dice di aver stanziato 4 miliardi di euro per il piano straordinario per il rischio idrogeologico, ma se intende investirli per le emergenze, trovo che questa politica del “mettere pezze” sia alquanto inefficiente.

Sara Moreschini

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