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Nucleare, partita la campagna referendaria

Autore: . Data: venerdì, 18 marzo 2011Commenti (0)

Presentata l’altro ieri a Roma la campagna referendaria contro il nucleare, promossa dal comitato ‘Vota sì per fermare il nucleare’, composto da oltre 50 associazioni. “Quello che sta accadendo in Giappone – hanno affermato i portavoce del Comitato – è la conferma drammatica, cui nessuno di noi avrebbe voluto assistere, del fatto che il nucleare a prova di incidenti non esiste e che la sicurezza delle centrali atomiche è una favola alla quale gli italiani non crederanno”.

L’obiettivo dei proponenti è di portare al voto almeno 25 milioni di cittadini e far prevalere il ‘sì’: “Dalla centrale di Fukushima – hanno sottolineato – ci arrivano immagini che sono la prova lampante di quanto sosteniamo da tempo: il governo non deve portare il Paese in un’avventura pericolosa, impopolare e antieconomica come quella dell’atomo”.

Le associazioni hanno inoltre stilato un “manifesto” contenente “tutte le bugie da smascherare e altrettante ragioni per votare ‘sì’ contro l’energia atomica”. Non è vero, hanno sostenuto in primo luogo, che il nucleare abbia un ruolo energetico fondamentale nel mondo, “né in termini relativi, né in termini assoluti: il peso del nucleare nella produzione globale di elettricità è sceso dal 17,2% del 1999 al 13,5% del 2008 (International Energy Agency, 2010)”.

Che serva inoltre all’Italia per la sua sicurezza energetica e per dare lavoro è del tutto discutibile, hanno aggiunto: “La propaganda filonucleare continua a ripetere che tra 50 anni le fonti fossili potrebbero non bastare. Che le fonti fossili avranno un declino è certo, ma anche l’uranio è un elemento che si estrae da risorse limitate e dunque anch’esso tra 50 anni sarà in declino”. In merito invece all’impatto occupazionale, “è valutato in 10 mila posti di lavoro, per la maggior parte nella fase di costruzione (8-10 anni). Per centrare gli obiettivi europei obbligatori al 2020 per le fonti rinnovabili secondo uno studio della Bocconi, l’impatto occupazionale può generare in Italia fino a 250 mila posti di lavoro”.

Riguardo ai costi per la collettività, “con i nuovi impianti aumenteranno: le stime più recenti fatte negli Stati Uniti dimostrano che al 2020 il costo del kilowattora nucleare da nuovi impianti sarà maggiore del 75% rispetto a quello del gas e del 27% rispetto all’eolico”.

E se in Italia l’energia elettrica per le utenze domestiche costa più che negli altri Paesi non lo si dovrebbe certo all’assenza d’impianti nucleari, “ma piuttosto ad aspetti ed extracosti caratteristici del sistema elettrico italiano: sulla tariffa che paghiamo in bolletta, il costo di produzione è circa un terzo, il resto è rappresentato da altre componenti legate al ricarico dei produttori, ai costi di distribuzione, alle tasse, allo smaltimento delle vecchie centrali”.

Anche in merito alla sicurezza dei nuovi impianti, il Comitato mostra tutto il suo pessimismo: “Non ci sono certezze: nemmeno i nuovi reattori sono stati progettati con criteri di sicurezza intrinseca e in caso d’incidente non sono in grado di autoregolarsi. Tre agenzie europee per la sicurezza nucleare, la britannica HSE’sND, la finlandese STUK e la stessa agenzia francese ASN hanno clamorosamente bocciato con un comunicato congiunto (novembre 2009)” il livello di sicurezza di tali impianti.

Al di là del rischio di incidenti gravi, “i reattori nucleari rilasciano radioattività nell’aria e nell’acqua, nel corso del loro normale funzionamento e a causa di incidenti piccoli che sono abbastanza frequenti. I lavoratori delle centrali e i cittadini che abitano nelle loro vicinanze sono sempre a contatto diretto con la radioattività”.

Un’indagine fatta in Germania su 17 centrali avrebbe inoltre mostrato “una dipendenza dell’insorgenza di patologie infantili (bambini da 0 a 5 anni) dalla vicinanza alla centrale e nel raggio di 5 km dalla centrale è stato addirittura rilevato un incremento dei tumori embriogenetici (del feto nel ventre materno) di 1,6 volte rispetto alla media e di 2,2 volte delle leucemie infantili rispetto ai casi attesi”.

Poi c’è l’annosa questione delle scorie radioattive e del loro tempo di dimezzamento, “che va dalle migliaia ai milioni di anni” e costituisce ancora un problema di ricerca fondamentale. “La ‘vetrificazione’, spesso contrabbandata come soluzione del problema, è soltanto una fase di condizionamento di queste scorie – ha argomentato il Comitato promotore del referendum – e resta aperto il problema del loro confinamento in siti geologici adeguati. Negli Stati Uniti è dal 1978 che si sta studiando un deposito definitivo per le scorie radioattive a più alta intensità nel sito di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada. I suoi costi di costruzione supereranno i 54 miliardi di dollari (e dovranno essere pagati con le tasse dei contribuenti), ma non è affatto certo che entrerà mai in funzione”.

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