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La provincia italiana: multiculturale

Autore: . Data: lunedì, 14 marzo 2011Commenti (0)

La giornata-tipo di Giuliana e di sua figlia Adele: quando la diversità è un valore e si manifesta in ogni aspetto della quotidianità. A mia figlia scorre nelle vene un quarto di sangue tedesco, la sua nonna paterna infatti è di Berlino.

Scendendo per portarla a scuola vedo le due ragazze romene che stanno aprendo il negozio di specialità tipiche sotto casa. Al cancello della scuola materna incontriamo la piccola Michelle, che è per metà coreana. Si danno la mano ed entrano assieme.

Vado a fare la spesa. Passando davanti alla macelleria marocchina saluto il proprietario con un cenno della mano: sua figlia Tawab è in classe con la mia. Passo a prendere un appuntamento dal parrucchiere, che ha riempito il salone di foto scattate in Egitto nella sua ultima vacanza. Su facebook i miei amici messicani postano foto delle Isole Canarie. Nel ritornare, porto un pezzo di focaccia all’anziana vicina di casa, costretta sulla sedia a rotelle. La sua badante è russa, mi apre la porta con un largo sorriso. Ha un diploma da infermiera e tanta tanta pazienza.

Vado a riprendere Adele passando davanti alla moschea, proprio nell’ora in cui decine di arabi escono dalla chiesa e si attardano a chiacchierare sul marciapiede. Metto su una pasta per me e per la bambina. Oggi Marco pranza al lavoro, gli ho preparato il bento alla maniera giapponese, modellando il cibo in forme buffe. Il portapranzo, originale, l’ho fatto arrivare da Hong Kong tramite Ebay.

Nel pomeriggio c’è il sole ed accompagno Adele al parco giochi. Incontriamo Maria, che nonostante il nome italiano ha gli occhi così a mandorla che sembrano due fessure. E’ cinese, figlia di ristoratori. Ancora non parla italiano, a dire il vero ancora non parla, ha iniziato da poco a camminare, tutta sghemba, sorretta per le mani. E ad ogni passo le sue scarpine si illuminano ed emettono un suono. La zia che l’accompagna invece parla un po’ italiano, un po’ cinese, un po’ a gesti…. alla fine ci si capisce sempre.

Chiedo ad Adele che cosa vuole per cena e mi risponde kebab. Lei adora passare in quella rosticceria perché il proprietario, ogni volta che la vede, infila un lungo spiedino di patatine fritte e glielo regala.

Non abito in una metropoli ma in una piccola cittadina, un microcosmo vivace e colorato. Sono fiera di fare parte di questo piccolo pezzo di mondo.

Sinceramente resto basita quando sento parlare con timore o disprezzo di integrazione razziale.

Giuliana Acanfora

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