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Acqua, il business delle ‘minerali’

Autore: . Data: martedì, 29 marzo 2011Commenti (0)

In Italia l’acqua in bottiglia è quasi totalmente controllata dalle multinazionali. I gruppi Sanpellegrino-Nestlè, San Benedetto, Rocchetta-Uliveto, Ferrarelle, Fonti di Vinadio, Norda, Spumador e Gaudianello controllano il 71% delle vendite.

Gli italiani spendono circa 3,2 miliardi di euro per comprare acqua minerale, cifre all’apparenza non giustificate, data la buona qualità dell’acqua che arriva nelle nostre case. Il meccanismo che permette a questo mercato di essere così imponente, e impedisce una corretta informazione sullo stato dell’acqua e normative relative, è la pubblicità.

L’incremento delle vendite dal 1980 ad oggi è stato del 313%; allo stesso tempo si è avuto un miglioramento di efficienza e qualità delle reti idriche che portano l’acqua nelle nostre case le quali, tranne in rari casi, non vengono pubblicizzate.

Tutti invece hanno sentito parlare dell’acqua povera di sodio, quella che stimola la diuresi o quella che rende belli fuori. Dal 1991 gli investimenti delle aziende sui mezzi di informazione sono quadruplicati: nel 2005 ammontavano a circa milioni di euro. Talvolta la pubblicità può anche essere ingannevole e mettere esplicitamente in discussione l’acqua del rubinetto, come ha fatto Mineracqua (federazione italiana delle industrie delle acqua minerali naturali). La sua campagna pubblicitaria è stata però bloccata dal Giurì di autodisciplina pubblicitaria nel novembre del 2010.

Come possono permettersi le aziende di investire così tanto nelle pubblicità ed essere presenti su tutti i quotidiani e sulle televisioni? La prima cosa che ci viene in mente è dare un’occhiata ai costi che devono essere sostenuti, come ad esempio i canoni di concessione per le acque minerali.

Infatti l’acqua che viene imbottigliata comporta dei costi irrisori per le aziende. Esiste cioè un vuoto normativo del tutto oscuro ai cittadini che vedono sottrarsi grandi quantità di acqua senza che le aziende paghino un adeguato corrispettivo (da poter utilizzare ad esempio per migliorare l’efficienza delle reti idriche).

Una decina di Regioni prevedono il pagamento di un canone in base alla quantità di acqua imbottigliata, che varia dai 0,3 euro per metro cubo della Campania, ai 2 euro nel Lazio. In altre regioni invece, come nel Molise dove sono quasi nulli, gli imbottigliatori pagano solo un canone annuo in base alla superficie del permesso di ricerca della sorgente e del successivo sfruttamento; il canone (che dovrebbe ammontare a 10€/ha) è ancora regolato dal Regio decreto n. 1443 del 1927 “Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel Regno”, quando le acque in bottiglia erano utilizzate come acque curative o considerate come bene di élite e non avevano certo la diffusione e i consumi attuali. [Dossier Legambiente 2008] Al cittadino mancano queste come tante altre informazioni.

Prendendo in mano una bottiglietta d’acqua si può notare che l’etichetta riporta diversi valori. Il giornalista Luca Martinelli, nella “Piccola guida al consumo critico dell’acqua”, fa notare che nel corso degli anni sono letteralmente spariti dalle etichette diversi parametri che le aziende oggi omettono di indicare, come il residuo fisso o i nitrati; oppure non ci è possibile conoscere la quantità di arsenico o piombo contenuta nella bottiglia d’acqua.

In base alla Direttiva 40/2003 della Commissione Europea, che determina i limiti di concentrazione per alcuni componenti indesiderati (come arsenico, cromo, rame), nel dicembre del 2004 il Ministro della Salute Sirchia ha dovuto sospendere temporaneamente l’autorizzazione alla vendita per 126 acque minerali (11 di queste presentavano valori di arsenico o manganese). Su 290 aziende imbottigliatrici soltanto 164 avevano inviato, entro l’ottobre dello stesso anno, il certificato di analisi che attestasse la conformità.

Altro aspetto da prendere in considerazione è il danno ambientale generato dall’acquisto di acqua in bottiglia. Il Pet è il materiale più diffuso per l’imbottigliamento e provoca inquinamento in fase di produzione, trasporto e smaltimento. Per produrre un kg di Pet, cioè 25 bottiglie da 1,5l, vengono consumati 2kg di petrolio e 17,5l di acqua. Per contenere 37,5 litri d’acqua se ne consumano la metà e si rilasciano circa 2,3 kg di anidride carbonica.

In fase di trasporto rileviamo che un camion, in perfetta efficienza, consuma un litro di gasolio ogni 4 km; con una percorrenza media di 1000 km, il consumo di gasolio ammonta a 250 litri, cioè 25 cm cubi di gasolio per bottiglia. Il consumo giornaliero pro-capite di 1 litro di acqua in bottiglia comporta un consumo di 5 litri di gasolio all’anno (ai quali vanno aggiunti i consumi di petrolio in produzione e la benzina degli acquirenti). Una famiglia di 4 persone spende ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per ottenere qualcosa che già possiede e sgorga dai rubinetti di casa. In fase di smaltimento si rileva che solo 1/3 delle bottiglie di plastica è stato raccolto in maniera differenziata e riciclata [www.eco-progetti.com].

L’acqua del rubinetto è a chilometro zero, evita l’inquinamento atmosferico e si traduce in un rilevante risparmio per le famiglie. Inoltre subisce un duplice controllo, quello del gestore del servizio idrico integrato e quello delle Asl: a seguito del Decreto Legislativo 31 del 2001 le acque devono rispettare una quarantina di parametri chimici e microbiologici.

Ma come fare nei ristoranti? Alcuni ristoratori, davanti alle richieste dei clienti di ordinare acqua in brocca, sostengono che esista un divieto di servire liquidi non imbottigliati o non sigillati. Ma non esiste alcuna legge che impone ciò nessun esercizio può rifiutare l’acqua del rubinetto. Il rifiuto di servirla in brocca per ragioni di salubrità delle acque che escono dai rubinetti del ristorante dovrebbe farci chiedere al ristoratore quale acqua utilizza per cucinare, lavare e pulire i cibi. La rivista ‘Altreconomia’ ha promosso la campagna “Imbrocchiamola” per sensibilizzare bar e ristoranti a servire anche acqua del rubinetto, chiedendo ai lettori di segnalare i locali che davano la possibilità di ottenere acqua in brocca [www.imbrocchiamola.org]).

Massimo Lupo
Seconda ed ultima parte

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