cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » esteri, tu inviato
Regola la dimensione del carattere: A A

Ultima fermata dalla Spagna del declino

Autore: . Data: lunedì, 14 febbraio 2011Commenti (0)

La crisi economica vista da Soria, Spagna, dal nostro collaboratore Giuseppe Colucci. Prima del ritorno a casa.

La crisi che ha colpito la Spagna negli ultimi anni, seppur giunta in leggero ritardo rispetto ai Paesi dell’Eurozona, è risultata essere più devastante che altrove. Le ragioni sono molteplici e partono dalla storia politica recente di questo Paese, nonché dalla struttura industriale che si è dato dopo la fine dell’epoca franchista.

Già il Caudillo, negli ultimi vent’anni della sua dittatura, aveva dato origine a una riforma economica in senso industriale, per trasformare il Paese, storicamente contadino e al di sotto degli standard di ricchezza dei vicini europei, in una potenza industriale che potesse avvicinarsi a quegli standard.

Il periodo del Desarrollo durò ventiquattro anni, fino alla morte del dittatore e alla caduta del regime, cui seguì una fase di fisiologica flessione, per poi ricominciare a correre intorno alla metà degli anni Ottanta. Nel 1999 la Spagna era la quinta potenza dell’Eurozona per Pil; alcuni settori, come quello dell’edilizia e del turismo, erano in boom, il tenore di vita della popolazione si era alzato e il Paese era divenuto uno dei paradisi per i turisti di tutto il mondo e un luogo d’approdo per centinaia di migliaia di immigrati, ogni anno, in cerca di un lavoro e di condizioni di vita dignitose. Poi era arrivato il declino.

Il boom edilizio, in realtà, si era rivelato una bolla di sapone, riempita da investimenti provenienti dall’estero, frequentemente frutto della necessità di riciclare denaro; le periferie delle grandi città erano divenute enormi cantieri di palazzi in costruzione. Lo sviluppo economico sfrenato era stato, quindi, troppo condizionato dall’ingresso di capitali stranieri e l’industria media e piccola, quella che avrebbe dovuto produrre posti di lavoro, non era riuscita a svilupparsi di pari passo con l’innalzamento degli standard economici. Molti analisti hanno descritto il boom come troppo “finanziario” e troppo poco “economico”, proprio nel senso che mancava della base industriale.

Ed, in effetti, il livello di disoccupazione non era mai sceso al di sotto del 10%, nemmeno nei periodi più rosei. L’eccessiva temporalità, la scarsa flessibilità e il sottoimpiego femminile hanno reso questo scenario irrisolvibile, nonostante la riforma del mercato del lavoro, attuata dal Governo Zapatero nel 2006. Quando la quota di disoccupazione è così alta – e oggi è del 20% – è impossibile, inoltre, rilanciare l’economia attraverso i consumi. C’è bisogno di un’occupazione più stabile, ma a che prezzo per i conti pubblici? Le dimensioni del Paese, poi, hanno fatto il resto.

Come accaduto negli ultimi anni e mesi per altri Paesi come Irlanda, Portogallo e Grecia (tutti caratterizzati, così come la Spagna, da un lungo periodo di instabilità politica, protrattosi sino agli anni Settanta), solo un’azione incisiva da parte di Bruxelles ha evitato il collasso della loro economia, pur costringendo i governi – in Grecia prima e in Irlanda poi – a ultratassare le proprie popolazioni impoverendola (e scatenando frizioni sociali, sfociate, come nel caso greco, in vere e proprie rivolte), pur di pagare i debiti contratti. Le dimensioni della Spagna – che conta 47 milioni di abitanti -, a fronte dei circa 10 milioni di tutti e tre questi Paesi, hanno sostanzialmente paralizzato l’Unione Europea, impedendole di agire con decisione.

Il momento della mia partenza è coinciso con la fine dell’anno. E’ arrivato dicembre, e con esso la neve per le strade, e i primi accenni del celebre inverno soriano, di cui tanto avevo sentito raccontare.

I quattro mesi a Soria hanno rappresentato un’esperienza molto profonda. Mi hanno aiutato a entrare negli ingranaggi del meccanismo che guida la vita tranquilla di questa piccola realtà nel nord della Spagna, dove gli inverni rigidi e lunghi si alternano a estati fugaci e dove la vita trascorre tranquilla, sempre uguale a se stessa.

Questo periodo mi ha permesso di comprendere il significato della crisi economica, vista dagli occhi della provincia spagnola, e vissuta sulla mia pelle e su quella della gente comune, di quella senza lavoro, di quella più o meno colpita. Ho visto una città che stringe la cinghia, che abituata agli agi degli ultimi decenni, affronta, comunque, con dignità questa situazione complicata.

Gli spagnoli, come gli italiani per certi versi, sono così: nonostante le difficoltà, non si risparmiano in generosità, e neanche nel vivere al di sopra delle proprie possibilità, tanto – pensano – sapranno cavarsela sempre.

La Spagna non è nel suo momento migliore, ma la gente di Soria cerca di supportarsi a vicenda, convinta che il momento difficile passerà. Io parto – e prima di farlo rilascio una lunga intervista all’“Heraldo de Soria” in cui racconto la mia esperienza – perché come mi aveva detto Nicolas appena arrivato, ho sbagliato momento. Ma questa piccola comunità ce la farà a risollevarsi.

E’ arrivata la neve, mi aspettano molte ore di macchina per rientrare a Barcellona, da dove prenderò il traghetto per l’Italia. Le strade sono innevate, quasi impercorribili, e ora capisco, più di prima, perché la gente è così arrabbiata nei confronti dello Stato che non fa partire i lavori per l’autostrada. D’inverno Soria si chiude in se stessa, ma per chi la vede con occhi forestieri, questa è un’ottima maniera per preservare la propria specificità.

Testo e foto di Giuseppe Colucci
5. fine

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Informativa

Commenti disabilitati.

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008