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Primo Marzo: gli immigrati ritentano lo sciopero

Autore: . Data: giovedì, 24 febbraio 2011Commenti (0)

Secondo appuntamento, dopo quello dell’anno scorso. Appello del movimento che lancia la mobilitazione: “Insieme contro il razzismo, contro i ricatti, per i diritti di tutte e tutti”.

Lo scorso primo marzo circa 300mila persone si mobilitarono in tutta Italia, secondo gli organizzatori (dettagli rintracciabili nell’articolo visibile qui) per dire ‘no’ al razzismo, alla legge Bossi-Fini, al pacchetto sicurezza, ai centri di identificazione ed espulsione (Cie) e ‘sì’ a una società multiculturale e più giusta.

In alcune realtà, lavoratori italiani e migranti scelsero di scioperare insieme, “uniti dalla consapevolezza – recita l’appello dei promotori dell’iniziativa, diffuso nei giorni scorsi – che il razzismo istituzionalizzato (in spregio alla nostra Costituzione oltre che al diritto internazionale e alla normativa europea), le politiche di esclusione, lo sfruttamento del lavoro, le violazioni dei diritti sono tasselli di un’unica strategia repressiva che, a partire dai più deboli e inermi, aspira a colpire tutti e a imporre la precarietà come orizzonte di vita”.

Insomma, migranti e italiani hanno già provato ad affermare un’idea di sciopero diversa da quella normalmente utilizzata (“non uno strumento di protesta nelle mani dei sindacati ma un diritto costituzionale, individuale e inalienabile”) e diedero una prima prova di unità possibile attraverso “l’iniziativa dal basso per reagire ai ricatti”.

La situazione italiana di oggi, sostengono i promotori (riuniti in un gruppo su Facebook) “è diversa da quella di un anno fa e forse ancora più grave. Non c’è stata un’altra Rosarno, ma gli effetti della crisi si sentono sempre di più e colpiscono soprattutto i migranti: in migliaia rischiano di perdere il permesso di soggiorno, in migliaia che il permesso non lo hanno vengono indicati come criminali e condannati al lavoro nero gestito dai caporali. Per tutte e tutti vige il ricatto quotidiano del razzismo istituzionale. In questo quadro la Bossi-Fini (in particolare la sua pretesa di legare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro con il ‘contratto di soggiorno’) si rivela più che mai come una legge inadeguata e ipocrita, che non combatte la clandestinità ma la crea, favorendo sfruttamento e lavoro nero e ponendo i migranti in una condizione di costante ricattabilità”.

La questione della cittadinanza resta insoluta “e centinaia di giovani nati o cresciuti in Italia – si legge ancora – continuano a sottostare a una legge che non riconosce loro quel diritto”.  In questo quadro “i migranti sono ancora di più una forza. Per ragioni economiche, come molte volte è stato sottolineato: producono infatti una parte consistente del PIL (11%), alimentano le casse dello Stato con le tasse e i contributi previdenziali, sopperiscono con il lavoro di cura alle carenze strutturali del welfare italiano. Ma anche per ragioni sociali e culturali: rappresentano infatti una parte attiva e determinante nella costruzione di società diversa: più ricca, variegata, multiculturale e capace di guardare al futuro. Senza di loro, senza i bambini figli di migranti e coppie miste, l’Italia sarebbe oggi una nazione destinata ad estinguersi. Soprattutto, i migranti sono una forza politica per costruire una società diversa, per non limitarsi a difendere i diritti ma reagire ai ricatti conquistandone di nuovi”.

Da qui , alcune rivendicazioni concrete: dall’abrogazione della Bossi-Fini e, in particolare, del nesso tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, all’applicazione e l’estensione dell’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione come tutela per tutti i lavoratori che denunceranno di essere stati costretti all’irregolarità del lavoro; dall’abrogazione del reato di clandestinità e del ‘pacchetto sicurezza’, “che già oggi rappresentano provvedimenti fuori legge perché in netta contrapposizione con la direttiva europea sui rimpatri” all’abolizione del permesso di soggiorno a punti e l’attivazione di misure, anche di tipo economico, atte a garantire il diritto ad apprendere l’italiano e a studiare.

E ancora: la chiusura dei Cie ad una regolarizzazione che sia una soluzione reale e rispettosa dei diritti umani e della dignità delle persone per le vittime della sanatoria truffa; il passaggio “dal concetto di ‘ius sanguinis’ a quello di ‘ius soli’ come cardine per il riconoscimento della cittadinanza e una legge che garantisca l’esercizio della piena cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, accanto ad un altro riconoscimento, quello del diritto di scegliere dove vivere e stabilire la propria residenza, “diritto quanto mai fondamentale in un’epoca come quella che stiamo attraversando in cui tutti siamo potenziali migranti”. Infine, una legge “organica e adeguata per la tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo”.

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