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‘Io sono con te’: Guido Chiesa e la figura di Maria

Autore: . Data: martedì, 15 febbraio 2011Commenti (0)

Al festival del cinema di Roma è stato recentemente presentato il film “Io sono con te” di Guido Chiesa. La sua formazione è avvenuta al di fuori dal microcosmo cattolico ed è perciò legittimo domandarsi se abbia cercato di indagare cinematograficamente la figura della Madonna proprio per quel motivo. Nel corso della nostra intervista abbiamo cercato di soffermarci su questo e su altri aspetti.

“Questo film – dice Guido Chiesa – nasce dall’incontro di due donne, due mamme, fuori dalla scuola dove vanno le nostre figlie: una è mia moglie Nicoletta Micheli, l’altra si chiama Maeve Corbo.

Da dove deriva la scintilla creativa?
Non è opera mia, è tutto nato spontaneamente dall’incontro di mia moglie – che era non credente e non si è mai occupata di cinema dal punto di vista produttivo – con Maeve, la quale ha incominciato a parlarle della figura di Maria come madre nella sua semplice umanità. Nicoletta a sua volta me ne ha riferito, proponendomi di fare un film su questo argomento: la mia prima reazione è stata completamente negativa. Non solo ero non credente, ma i discorsi religiosi mi infastidivano non poco. Mi trovavo però in un momento delicato della mia esperienza di padre: negli anni, mi ero reso conto di essermi più volte ritrovato a compiere quegli stessi errori che mi ero ripromesso di non compiere mai. In altre parole, mi ero scoperto un padre meno buono, giusto e felice di quello che avevo pensato di diventare. Questo fatto mi aveva gettato in una profonda crisi esistenziale. A fatica, ho capito che ciò dipendeva dai traumi che avevo patito nella mia infanzia, traumi di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza, o di cui avevo sempre sottovalutato la portata, credendo che fosse normale che un genitore si comportasse così. Affinché potessi andare avanti in questa ricerca interiore, avevo bisogno di capire razionalmente questa materia, che mi sembrava invece così sfuggente e ambigua – la razionalità era chiaramente una forma di difesa, uno strumento di protezione per la paura di quel che potevo scoprire.

E questa riflessione dove l’ha condotta?
Ho iniziato a leggere molti testi sui traumi fisici e psicologici che possono occorrere durante l’infanzia, anche quella apparentemente più normale e felice. Ad esempio, grazie a Maeve e Nicoletta, ho scoperto i testi di una psicoterapeuta ebrea polacca, Alice Miller, che ha dedicato tutta la vita all’analisi delle violenze sull’infanzia. Oppure, sempre grazie a loro, ho letto quelli di un medico ostetrico francese, Michel Odent, il quale da anni si batte per la de-medicalizzazione del parto e il recupero di una dimensione naturale dei primi istanti di vita – contro l’interferenza della scienza medica, per cui la gravidanza sembra essere diventata una malattia. Bene, sia nei testi della Miller che Odent, persone molto distanti da un ambiente cristiano, si parlava di Maria in termini assolutamente sorprendenti, per nulla blasfemi o contrari alla dottrina, ma capaci di farci intuire che tipo di donna poteva essere stata la Madre di Dio e che tipo di infanzia poteva aver avuto il suo bambino. Ad esempio, Odent citava il parto solitario di Maria nella grotta come una straordinaria narrazione di parto naturale, mentre la Miller interpretava la reazione dei genitori alla fuga di Gesù a 12 anni, come un perfetto esempio di pedagogia basata sull’amore e il rispetto, e non sulla violenza e l’ubbidienza a tutti i costi.

E’ stato questo che l’ha convinta ad immaginare il film?
La goccia definitiva è stata la reazione dei primi produttori a cui portai all’idea. I nostri amici Silvia Innocenzi e Giovanni Salini della Magda Film sono dei non credenti, ma si sono letteralmente entusiasmati all’idea di raccontare Maria come una giovane madre che per amore della creatura che Dio le ha messo in grembo non esita ad andare contro le leggi del suo tempo. E’ una lettura fuori dall’oleografia e dagli stereotipi, ma per nulla “trasgressiva” o alternativa ai dettami della dottrina. Anzi, secondo noi li illumina di nuova luce, mettendo in risalto l’umanità di Gesù e Maria, la storicità dell’Incarnazione. E in questo modo Maria è presentata non come una figura irraggiungibile e un po’ eterea, ma una donna imitabile da qualunque madre che riceve da Dio lo straordinario potere di dare la vita.

Da qui è partita la lavorazione vera e propria…
Quando ho capito che quello che a me appariva come un percorso sempre più logico e liberatorio – in cui ragione e fede andavano di pari passo senza umiliarsi a vicenda – poteva essere condiviso anche da altri che come non avevano un retroterra religioso… è stato appunto in quel momento che l’idea di fare un film così è diventata una vera e propria necessità: non soltanto per comunicare ad altri quello che avevo compreso, ma per salvare la mia stessa anima. Certo, per convincermi ho dovuto per così dire “toccare con mano”. Sono un po’ come S. Tommaso…

In effetti San Tommaso, se accettiamo quello che dice il Vangelo, non credeva che colui che gli stava davanti fosse proprio Gesù resuscitato e dovette toccare appunto con mano, mettendo il dito nelle piaghe rimarginate…
L’aver “cancellato” il contesto umano e storico dalla interpretazione dei Vangeli – ponendo l’accento solo sugli aspetti mistici e spirituali – non solo rischia di trasformarli in una favoletta, ma ci fa perdere la comprensione di molti aspetti forti e controversi di quello stesso racconto. Ad esempio, che per la società dell’epoca, soprattutto ebraica, era uno scandalo dare tutta questa importanza alla madre del Messia – a una donna – invece che al padre. Ancora una volta, invece, l’umanità di Maria è la testimonianza evidente dell’Incarnazione.
Più che trarre ispirazione dai vangeli Apocrifi – che sono ammantati di magia e agnosticismo – ci siamo attenuti a quelli di Matteo e soprattutto di Luca. Mi ha colpito invece molto il Corano, in cui è parimenti descritta la scena della nascita del profeta Gesù. E’ opposta a quella di Luca: Maria partorisce nel dolore e, appena nato, Gesù domanda alla palma di piegarsi per donargli un dattero. E’ magia pura, il contrario dell’Incarnazione.

In effetti non c’è molto di rassicurante e naturale, in un parto di una donna che non allatta il figlio.
Quando ho cominciato a leggere il Vangelo di Luca alla luce di quanto detto sopra, ho visto Maria in una luce differente, lontana dagli stereotipi a cui ero stato abituato. E’ lei la vera protagonista della storia del nostro film: una donna, e il cristianesimo è l’unica religione che mette una donna all’inizio della propria storia. Non c’è nulla di simile nelle altre religioni.
Volevo cercare di andare al di là dei preconcetti e delle stratificazioni che in tanti secoli si sono sovrapposti alla figura di Maria. Restituirla nella sua umanità, per fare capire come, dietro i passaggi del Vangeli, c’è un modello di pedagogia e puericultura valido per tutti, che può essere preso come la base della relazione tra Dio e gli esseri umani, a partire da quei più piccoli a cui appartiene il Regno dei Cieli.
Se è vero, infatti, che per ogni essere umano è fondamentale il rapporto che si instaura con i propri genitori, in particolare con la madre, i Vangeli attraverso Maria ci dicono che è proprio questo il progetto divino. Ogni essere umano è un dono di Dio e ai suoi genitori, in particolare alla madre, è chiesto di accoglierlo, amarlo e rispettarlo. Il “sì” di Maria è un sì alla bontà del progetto divino che riguarda Gesù e, per estensione, a ogni essere umano perché Gesù è in noi.

Dove è stato girato il film?
In Tunisia, perché è un Paese che ha alcune caratteristiche paesaggistiche  simili a quelle della Palestina di 2000 anni fa. Ma più che gli aspetti esteriori, ci interessavano quelli antropologici: una società con tratti ancora arcaici, come nelle campagne del sud di quel Paese, ci è parso il terreno ideale. Ad esempio, per gli abitanti di quella zona – come la giovane ragazza che interpreta Maria – è stato facile capire che cosa significa essere donna – o essere bambini – in una società patriarcale, perché la loro è ancora per molti aspetti una società dominata dai maschi, come lo era quella ai tempi di Gesù, sia nel mondo ebraico che in quello degli altri popoli, ad esempio i romani.

C’era il pater familias e la discendenza era per linea maschile; le stesse donne, anche quelle patrizie, avevano, per nome, il cognome per così dire della famiglia, mentre l’uomo ne aveva tre, per differenziarlo dai suoi parenti.
Già. E anche il bambino era reputato come una proprietà, e non aveva alcuna voce giuridica. Leggendo il Vangelo di Luca, ho riflettuto sul fatto che secondo me ci deve essere stata un’altra fuga, oltre quella che conosciamo tutti, cioè in Egitto. Una fuga a Betlemme.

E quale può essere stato il motivo?
Maria non voleva che la nascita e lo sviluppo di suo figlio, in quei primi decisivi momenti di ogni esistenza umana, potessero essere compromessi dall’interferenza della società patriarcale: sicuramente, come tutte le famiglie ebree, anche quella di Giuseppe era una famiglia patriarcale, con a capo un nonno o un fratello maggiore. Un’interferenza che poteva nascere dalla cultura, ma anche dalle prescrizioni religiose. Ad  esempio la circoncisione che gli ebrei praticano otto giorni dopo la nascita. Maria, per quanto fosse ebrea e sicuramente ubbidiente alla legge, non può aver permesso che su un bambino così piccolo fosse praticata una violenza così atroce. Non c’è bisogno di aver studiato neuroscienze o psicologia per capire che il taglio di un lembo della carne a otto giorni provoca un trauma importante sul cervello di un neonato. E questo contrasta con l’amore quale vero volto di Dio che Gesù viene a rivelare. Oltretutto, ciò avrebbe significato che Gesù, il figlio di Dio, colui che verrà a fondare la nuova alleanza fondandola sul sacrificio della divinità – e non più sulla divinità che chiede il sacrificio degli altri! – aveva bisogno di essere legittimato da quel sangue che egli stesso chiederà di non versare più. Da qualunque parte si guardi la questione, siamo convinti che Maria e Giuseppe non possano aver circonciso Gesù. E, secondo noi, nei Vangeli c’è proprio scritto – attraverso l’escamotage del dibattito sul nome – che né lui, né Giovanni sono stati circoncisi.
C’è anche un altro episodio che secondo noi non viene generalmente interpretato in modo adeguato, cioè il rinvenimento di Gesù nel Tempio dopo tre giorni di fuga. Bisogna osservare che i genitori, dopo averlo ritrovato non lo punirono né fisicamente né verbalmente, come era uso nell’epoca, ma soltanto gli chiesero perché si fosse allontanato.
Secondo me ciò che non viene messo in risalto di questo episodio è che il Tempio non era una Chiesa come noi la intendiamo adesso, bensì era il luogo dei sacrifici, il luogo in cui milioni di capi di bestiame – i capri espiatori – venivano macellati in onore di Dio. E’ in questa prospettiva, secondo noi, che Gesù dice a Maria di essere venuto a occuparsi del Padre suo. Ma che cosa nascondono quegli olocausti?

A che cosa sta lavorando adesso?
Sto lavorando a un libro sulla regia cinematografica. Per ora non ho alcun progetto cinematografico in mente…

Giulia Salfi

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