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Il nuovo partito di Fini

Autore: . Data: lunedì, 14 febbraio 2011Commenti (0)

A Milano è nata la nuova destra italiana. Futuro e Libertà però non ha ancora una fisionomia chiara, è divisa tra ex fascisti in cerca d’autore e conservatori riformisti e soprattutto già si litiga per le poltrone.

Molti li hanno divisi tra ‘falchi’ e ‘colombe’, ma in realtà a separarli è la memoria del passato e l’idea del futuro. La scommessa del presidente della Camera è ancora lontana dall’essere vinta.

Prima di tutto il gran finale. Ai sensi dello Statuto provvisorio approvato dall’Assemblea, l’appena designato presidente Gianfranco Fini ha subito nominato un Ufficio di Presidenza composto dal vice presidente Italo Bocchino, dal coordinatore nazionale Roberto Menia, dal presidente del Gruppo al Senato Pasquale Viespoli, dal presidente del Gruppo alla Camera che sarà eletto nei prossimi giorni e per cui sarà indicato Benedetto Della Vedova, dal portavoce Adolfo Urso, dal presidente eletto dell’Assemblea nazionale, carica per cui sarà indicato Andrea Ronchi. A quel punto Pasquale Viespoli ha deciso di riunire oggi i senatori.

Al capogruppo a Palazzo Madama non piacerebbe l’organigramma e non vengono neppure escluse sue eventuali dimissioni. E anche Adolfo Urso potrebbe rifiutare il nuovo incarico perchè voleva il posto proposto a Della Vedova.

Oltre le poco esaltanti liti per le sedie, l’Assemblea costituente ha sviluppato un ampio dibattito, ma poi le decisioni sui ‘dirigenti’ hanno prodotto non poche polemiche. Sono emerse due anime molto diverse tra loro, lontane specialmente sui temi dei diritti, della laicità, della multiculturalità.

Accolto da un applauso vigoroso Fini ha detto: “Grazie per la fiducia con cui mi avete voluto onorare”. Poi ha spiegato: “Nel corso di queste settimane ha preso corpo un piccolo miracolo e ha preso corpo in questa Assemblea costituente” ed ha sostenuto negando la realtà che “questa assise ha dimostrato l’unicità della nostra linea politica. La distinzione tra falchi e colombe era fittizia. E’ evidente che non c’è una diversità di linea politica”.

Il leader di Fli forse non si è accorto di quanto diversi fossero gli interventi di molti dei delegati, alcuni senza indugi favorevoli alla regolarizzazione delle coppie di fatto, contrari alla demonizzazione degli stranieri, privi di ostilità verso l’omosessualità ed altri intrisi dalla retorica della postfascista Patria e della nazione. Tutti, però, convinti della necessità di difendere l’unità territoriale del Paese.

Per Fini “Futuro e Libertà non nasce per una scissione, non nasce per creare un gruppo chiuso, per ribellione al presidente del Consiglio nasce per coerenza al progetto del Popolo della Libertà che avevamo contribuito a fondare. Nasce perché il Pdl non era un partito liberale, era altro”. “E’ un infingimento volgare dire che noi siamo come la sinistra: noi siamo quelli che eravamo quando siamo confluiti nel Pdl, è il Pdl che sta massacrando, sta rendendo ridicoli i valori del centrodestra”, ha scandito il presidente della Camera.

In realtà l’estensore della Bossi-Fini o l’uomo che non voleva maestri omosessuali nelle scuole sembra lontano nel tempo, ma non tutti i suoi attuali seguaci hanno capito quanto sia cambiato il loro capo.

Sul piano della politica ‘pratica’, il leader di Fli ha affermato: “Bisogna nutrire un profondo rispetto per le istituzioni, avere un profondo rispetto per lo Stato [...] Essere di destra significa avere senso dello Stato e rispettare anche la prima parte della Costituzione, compreso l’articolo 3. La sovranità popolare non significa impunità, non significa infischiarsene della Costituzione, non significa essere al di sopra della legge. Neanche se si è eletti con il 99 per cento dei voti”, lanciando un nuovo attacco durissimo a Berlusconi.

Dopo essere stato acclamato primo presidente di Futuro e Libertà, Fini, ha chiarito: “Non posso mettere insieme il ruolo politico e il ruolo di presidente della Camera. Oggi stesso mi autosospenderò da presidente di Fli” ed ha aggiunto: “Lancio questa sfida al presidente del Consiglio: sono pronto a dimettermi domani mattina se prende atto che se io sono presidente della Camera anche perché ho preso i voti di Forza Italia, lui è premier anche perché lo hanno votato tanti uomini e donne di An. Credo che faremmo entrambi una splendida figura nel momento in cui dicessimo “Ci si dimette”, per consentire agli italiani di esprimersi con il voto”.

Quindi ha ironizzato: “Immagino già i flash delle agenzie, ma state tranquilli: Berlusconi non lascerà la sua poltrona. Troverà sempre qualcuno ‘disponibile’ per andare avanti. Questo è il suo intendimento”.

Per nulla conciliante con gli ex colleghi del Pdl, il presidente della Camera ha detto: “E’ sacrosanto dire ‘Si abbassino i toni, si evitino scontri’, ma se i ministri dicono che i primi che devono abbassare i toni sono i magistrati è evidente che c’è un approccio da parte di qualcuno nell’esecutivo che non può portare al raffreddamento del confronto. I magistrati indagano, se sbagliano pagano, al pari dei cittadini, ma la politica non può attaccare frontalmente la magistratura. [...] Noi non ci siamo messi di traverso alla riforma della giustizia, ma a una riforma finalizzata a garantire posizione personali e non certo a migliorare la giustizia in Italia”.

Ed ha scandito, riferendosi alle conseguenze delle festicciole di ‘Papi Silvio’: “Nessuna impunità, Italia zimbello dell’Occidente”.

Per il domani, Fini ha annunciato: “Berlusconi ha la sua maggioranza, è in grado di andare avanti, dobbiamo prendere atto della sconfitta del 14 dicembre. Non è attendendo l’esito dei processi che si supera Berlusconi o lo si archivia, ma agendo nella società italiana [...] Si sta affacciando l’idea non di un terzo polo, ma di una forza che abbia una forte volontà riformista e consideri la società moderata il suo interlocutore naturale. Non il terzo polo, ma il polo degli italiani o della nazione, che ambisca a costruire un bipolarismo degno di tale nome. Ovunque bipolarismo è il confronto fra i moderati che mette a margine gli estremi, mentre in Italia è il confronto fra gli estremisti che emargina la maggioranza moderata. Il terzo polo non è la politica dei due forni, non è lucrare il massimo degli interessi, ma è costruire una casa comune per chi non vuole l’asse Berlusconi-Lega o Di Pietro-Vendola”.

Nelle intenzioni del presidente della Camera il suo partito dovrà impegnarsi “nei prossimi mesi per la riforma parlamentare che porti alla nascita della Camera delle regioni o Senato federale che dir si voglia. Naturalmente dopo aver cambiato la struttura del Parlamento nell’agenda deve cambiare anche la legge elettorale”.

Ma le elezioni anticipate, nonostante le boutade, non piacciono a Fini: “E’ ipotizzabile andare a votare nella primavera dell’anno prossimo, in modo da prefigurare una via d’uscita concordata. Andiamo a votare consegnare agli italiani una nuova Italia”. Che fare fino a quel momento non si capisce. Ma ai partiti italiani spesso sfugge l’elementare.

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