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I rom, la democrazia e l’avvelenamento del pozzo

Autore: . Data: lunedì, 14 febbraio 2011Commenti (0)

L’immagine fa pensare alla situazione in cui un minimo quantitativo di veleno gettato in un pozzo riesce ad uccidere un’intera comunità: l’avvelenatore compie una piccola azione, ma gli effetti sono disastrosi. Tale metafora sembra adattarsi molto bene alle società democratiche di oggi. Allora il nostro obiettivo: togliere il veleno procedendo per isolati tentativi.

La medicina potrebbe essere  la dialettica: “quanto più i cittadini saranno esperti nel dibattito delle opinioni, e conosceranno la natura dei discorsi, tanto più riusciranno a togliere il veleno che sistematicamente infetta le nostre istituzioni democratiche”. Ecco l’insegnamento socratico.

Un intellettuale che in un intervento pubblico riflette su episodi di fanatismo razziale contribuisce alla messa in chiaro dell’identità culturale di una comunità e le sue considerazioni potranno influenzare oppure potrebbero volere avere influenza sulle scelte politiche di chi le ascolta.

La pressione esercitata sull’individuo tramite la propaganda diretta o camuffata da educazione, da istruzione o cultura popolare è paurosa. A tale proposito potrebbe essere utile analizzare la documentazione riguardante la distruzione degli ebrei: nel momento in cui Hitler giunse al potere, un’immagine degli ebrei esisteva già. I tratti del modello erano già stati fissati e quando Hitler parlava degli ebrei parlava ai tedeschi un linguaggio familiare. (E’ oltretutto inquietante riscontrare una tale abilità nel trovare un percorso verso quella burocrazia che portò alla “soluzione finale”. Dove esiste una volontà esistono anche i mezzi. Se l’atto di verità è determinato i mezzi verranno trovati).

In ogni caso i criteri amministrativi non furono i soli elementi storici a giocare un ruolo sostanziale. I processi di distruzione, seppur di ordine amministrativo, sono spesso associati a  processi di ordine psicologico. Uno dei mezzi principali di cui dispone il criminale per restare in pace con la sua coscienza è quello di coprire di infamia la sua vittima. In fondo anche i nazisti avevano bisogno di uno stereotipo. Un’adeguata rappresentazione degli ebrei era necessaria. In ogni caso quali che siano la loro origine e le loro finalità specifiche questi stereotipi hanno sempre la stessa funzione: fornire un pretesto e una giustificazione.

E’ difficile esprimere giudizi di valore, nei riguardi di determinate faccende, senza diventare moralisti. Una cosa che solo Primo Levi riuscì a fare. In ‘Sommersi e Salvati’  non sono state idealizzate vittime, i carnefici non sono stati demonizzati.

Potrebbe essere utile schierarsi a favore della complessità, rifiutandoci di accontentarci di risposte facili. Per fare questo è necessaria un’analisi attenta e a volte risulta doveroso, se non  necessario, accettare un’eventuale messa in discussione di quello che può mostrarsi un insensato luogo comune.

Ci sarebbe da domandarsi se hanno mai cercato, i rom, l’integrazione? Abbiamo mai dato loro la possibilità di integrarsi? Ma nell’arco dei secoli il varco che divide i due mondi è stato reso insuperabile.

Inoltre l’attenzione è spesso rivolta soltanto ai rom dei campi, costretti a condizioni di vita sconfortanti. Siamo perciò spinti, sempre di più, verso il  pregiudizio che vede i rom inclini alla miseria, trascurando quanto questa condizione sia per loro una costrizione piuttosto che una scelta.

Le opinioni negative e i luoghi comuni sono sempre gli stessi e sembrano avere la meglio. Identici restano i pregiudizi: lo “zingaro” è considerato da molti come una persona  indesiderabile che potrebbe essere cambiata tramite l’educazione. Il rispetto delle regole è essenziale.

Un adempimento oggettivo delle regole significa semplicemente un’obbedienza “senza riguardo alla persona” in base a regole prevedibili.

“Non c’è limite all’asprezza. Allora lo si chiama pregiudizio. Il peggiore è quello che vorrebbe dir di sé che è razionale. Educato. Dialogico. Argomentato. C’è da temerlo su tutto”, scrisse Carlo Tenuta.

Il continuo utilizzo di luoghi comuni, riguardanti ceti sociali e razze fomenta risentimento, sospetto, ostilità. Genera il cosiddetto ‘stato giardiniere’ in cui si dispone la coltivazione delle piante desiderabili e l’eliminazione delle erbe infestanti.

E i guardiani anche i peggiori non sono mostri, sono uomini ordinari, uomini comuni trasformati soltanto dalle circostanze. Ecco perché non c’è differenza tra noi e loro. Il motivo che porta  alla decadenza di questi uomini non è la loro natura, ma soltanto il loro essere “stati educati male”. (Educazione, intesa nella sua accezione più ampia).

E vorremmo chiudere citando John Warr: “Le leggi che mostrano nei loro intestini tracce di libertà devono la loro origine alla scelta del popolo….  Gli spiriti ossequiosi e servili sono i guardiani peggiori dei diritti del popolo. Essi sono i custodi della pura forma”.

Caterina Arcangelo

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