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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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Gas, petrolio e profughi: i grandi bluff dell’Occidente

Autore: . Data: giovedì, 24 febbraio 2011Commenti (1)

La drammatica rivolta libica ed i terremoti politici che stanno sconvolgendo altri Paesi arabi hanno bisogno di essere spiegati ai cittadini occidentali senza ricorso alla demagogia. Perchè i diritti dei popoli sono sempre più in pericolo.

Secondo una favola, i governi dell’Occidente avrebbero ‘riammesso’ il dittatore di Tripoli nel salotto buono dei Paesi democratici grazie al suo impegno contro il terrorismo islamico. Così come avrebbero ‘tollerato’ Mubarak, Ben Ali o gli altri regimi dell’area per lo stesso motivo.

In realtà le cose sono molto diverse. Per quanto riguarda il Colonnello la sua attività di sostegno a gruppi armati di varia natura impegnati in operazioni che prevedevano di colpire anche obiettivi civili è nota. L’episodio più conosciuto è quello che riguarda il volo PanAm da Londra a New York, fatto esplodere con una bomba il 21 dicembre 1988 mentre sorvolava la cittadina scozzese di Lockerbie. Prima di quella strage l’amministrazione americana di Ronald Reagan aveva ingaggiato una guerra vera e propria con Tripoli, che fin dal colpo di Stato col quale il primo settembre 1969 si era impossessato del potere cercava di sviluppare un movimento esteso anti Usa di tipo globale e pensava ad un progetto panarabo per sconfiggere il dominio dell’imperialismo occidentale.

Le schermaglie con la Casa Bianca erano cominciate subito dopo la fondazione della Repubblica libica. Dopo la nazionalizzazione delle concessioni petrolifere straniere, il 19 ottobre 1973 il governo di Gheddafi aveva rivendicato la propria sovranità sull’intero golfo della Sirte, con una linea di base della lunghezza di 302 miglia, coincidente con il parallelo 32° 30′ N, sebbene altre nazioni sostenessero che invece si dovesse far valere lo standard internazionale del limite a 22,2 km dalla costa della nazione.

C’era la guerra fredda e l’idea che nel cuore del Mediterraneo potesse esserci un ‘lago’, protetto ed ospitale, nel quale navigassero allegramente navi sovietiche non piaceva per nulla agli americani ed agli altri Paesi della Nato. Il contenzioso diplomatico andò avanti per anni.

Nel 1984 il Segretario di Stato dell’amministrazione Reagan, George Shultz aveva detto: “Bisogna mettere Gheddafi in una cassa e chiudere il coperchio” e l’anno successivo dalla Stanza ovale partì l’ordine formale di rovesciare con una missione segreta il regime libico.

Il “Washington Post” scoprì il progetto ed un funzionario addetto alla missione rivelò alla stampa: “Siamo andati avanti con il piano clandestino meno segreto del mondo contro il Nicaragua, non credo che gli oppositori (del piano contro la Libia, ndr) riusciranno a fermarlo con indiscrezioni alla stampa. Certo le indiscrezioni danneggiano, ma tuttavia penso che Gheddafi si immaginasse già che avremmo preparato qualcosa del genere”.

A quel tempo un rapporto di 29 pagine sulla Libia, realizzato dalla Cia e intitolato “Stima di vulnerabilità” sosteneva che solo la caduta di Gheddafi avrebbe consentito cambiamenti durevoli e significativi nella politica della Libia e spiegava che “elementi ostili a Gheddafi nelle forze armate libiche potevano essere indotti a compiere tentativi di assassinio contro il colonnello”. Il piano, autorizzato da Reagan, prevedeva una prima fase in cui bloccare la strategia ‘rivoluzionaria e antimperialista’ appoggiata dalla Libia e smantellare gli oltre 30 gruppi “di insorti, radicali o terroristi” con base in tutto il mondo, sostenuti da Tripoli. Nella seconda si doveva infilare Gheddafi in qualche conflitto o impresa terroristica per dare all’opposizione interna la possibilità di rovesciarlo e prendere il potere, dando ad uno dei Paesi vicini alla Libia, come Egitto o Algeria, la giustificazione per intervenire militarmente.

Nel rapporto della Cia si spiegava anche che gli esuli libici anti-Gheddafi erano sostenuti da Egitto, Iraq, Marocco, Arabia Saudita, Sudan e Tunisia. L’operazione subì diversi stop and go e in Europa c’era chi con il Colonnello aveva stretti rapporti, anche militari, come Italia, Grecia e Turchia.

Tra attentati libici ed operazioni coperte a stelle e strisce nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1986 si arrivò al bombardamento da parte di caccia bombardieri americani del palazzo presidenziale di Tripoli. Furono uccise una ventina di persone, tra le quali anche una bambina, la figlia adottiva del Colonnello. Ma il dittatore rimase ‘miracolosamente’ illeso. In realtà il primo ministro italiano, Bettino Craxi, aveva avvertito Gheddafi dell’azione probabilmente salvandogli la vita.

Seguirono altre operazioni militari, attentati, tentativi di omicidio del Rais e sanzioni internazionali contro Tripoli. Ma nello stesso tempo e col passar degli anni il petrolio dei libici era diventato sempre più indispensabile per Italia, Germania, Spagna, Turchia, Francia, Svizzera e comunque calmierava un mercato che vedeva i prezzi salire senza sosta a causa dell’aumento della domanda. Il Paese è il quarto produttore in Africa, dopo Nigeria, Algeria e Angola, con quasi 1,8 milione di barili al giorno e riserve valutate in 42 miliardi di barili. E le risorse finanziarie immense derivate dalla vendita del greggio ed in mano al dittatore erano ambitissime, così come la possibilità di ottenere appalti in Libia.

Ed allora l’odore degli affari cambiò le carte in tavola. Nel 2004 finì l’embargo dell’Onu e si sviluppò il business. L’ex terrorista Gheddafi diventò un ‘buon amico’ per tutti e lui, da parte sua, lasciò in penombra il suo progetto di riscatto arabo e di emancipazione dell’intera Africa.

Una storia, quindi, che nulla a che vedere quindi con la ‘necessità’ di tollerare il Rais perchè si adoperasse nel contenere l’integralismo islamico. La stessa cosa è accaduta per gli altri Paesi in ‘sommovimento’, nei quali i motivi che hanno spinto a vario titolo gli occidentali a sostenere dei regimi autocratici sono egualmente strategici ed economici. Scelte comunque opportunistiche e miopi, perchè pensare di rendere una parte consistente del mondo arabo un luogo da utilizzare senza alcuna cautela si sarebbe rivelato prima o poi un disastro.

In questo complicatissimo puzzle si inserisce il conflitto israelo-palestinese, nel quale Tel Aviv ha recitato il ruolo di controllore dell’area per conto proprio e su incarico americano, rafforzando nel popolo arabo sentimenti nazionalisti e favorendo un processo di radicalizzazione delle spinte religiose islamiche.

Adesso l’equilibrio imperfetto imposto dalle cancellerie del Nord del mondo si sta sgretolando. Ovviamente a Washigton, Parigi e Londra si cerca di correre ai ripari e si tenta di rinegoziare i vecchi patti con i nuovi padroni a Tunisi ed al Cairo. La stessa cosa però non è possibile da fare con Tripoli.

L’Italia, che da anni ha perso qualunque capacità di elaborare una politica estera nel Mediterraneo, è in balia degli eventi. Così i nostri ‘furbi’ politici (di maggioranza e di opposizione) lanciano la minaccia dell’esodo biblico in arrivo. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ieri ha ripetuto che una delle conseguenze più gravi della crisi libica sarà l’arrivo di una grande massa di migranti, dalle 200mila alle 350mila persone. Di fronte a questo ‘dramma’ il nostro governo pensa che “tutta l’Europa deve prepararsi per il prossimo futuro”. Sulla stessa linea il leghista Maroni.

Melissa Fleming, portavoce dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, ha fatto notare che in Libia ci sono circa di 8.000 rifugiati politici e circa 3000 richiedenti asilo provenienti da Sudan, Eritrea, Somalia, Ciad, Iraq e Territori palestinesi.

Fino ad ora gli unici sbarchi di un certo rilievo provenivano dalla Tunisia. I primi circa cinquemila arrivati, sebbene non se ne abbiano prove certe, potrebbero essere collaboratori e agenti (più o meno segreti) dei famigerati ‘servizi’ del presidente Ben Ali, mescolati con ex detenuti evasi dalle carceri andate in tilt durante le rivolte. Certo le immagini di uomini ben vestiti, con occhiali da sole, telefonino e denaro non fanno pensare al tradizionale migrante.

Inoltre il mercato dei ‘traghettatori’ è strettamente legato a settori corrotti della polizia o delle autorità locali ed in una fase così confusa come quella che sta attraversando la Libia appare difficile che qualcuno si metta a pianificare viaggi, cercare battelli, esigere tangenti. L’esercito tunisino, da parte sua, è impegnato nel controllo delle coste, forse più che per limitare le partenze dei migranti per arrestare altri collaboratori di Ben Alì di certo in possesso di denaro.

Ma i media nazionali amplificano l’allarme esodo e le mescolano con notizie di stragi.  Per il momento non sembra imminente l’arrivo dei 300mila di Frattini ed alcune testimonianze fanno ritenere che in Cirenaica si stia pensando ad una secessione ed alla fondazione di un Emirato islamico. Problema non certo di poco conto e ben più reale, perchè presuppone che gli insorti abbiano ricevuto armi e denaro per liberare Bengasi e forse Misurata. Da chi non si sa.

Gli sviluppi della situazione sono del tutto imprevedibili. I telegiornali senza verificare le fonti rilanciano di tutto, ma la possibilità che si arrivi ad una battaglia campale tra militari fedeli a Gheddafi e milizie della Cirenaica è più che un’ipotesi.

Intanto in Egitto ha giurato il nuovo governo, anche se non si sa su cosa, perchè la Costituzione è sospesa ed il Parlamento chiuso. L’esecutivo è guidato dal primo ministro Ahmed Shafiq (nominato da Mubarak) e conta dieci ministri, tra i quali all’Interno c’è Mahmud Wagdi (nominato da Mubarak) e alla Difesa il maresciallo Hussein Tantawi, che è anche capo del Consiglio supremo delle forze armate ed è stato uno degli uomini più fedeli a Mubarak. C’è anche un esponente del partito di opposizione El Wafd, nel ruolo secondario di titolare del Turismo.

Al Cairo si sta giocando una partita tra la vecchia oligarchia militare che cerca di sopravvivere a se stessa ed alla deposizione del suo ex leader e la pazienza dei Fratelli Musulmani, che hanno due obiettivi contemporanei: stabilire quale anima sia prevalente all’interno del movimento, la radicale o la moderata, e passare all’accelerazione della propria strategia di radicamento sul territorio in attesa di presunte elezioni non ancora fissate.

A Tunisi non è chiaro cosa stia accadendo. I nuovi dirigenti, in parte ex amici di Ben Ali, stanno eliminando i seguaci del vecchio presidente e recuperando il ‘malloppo’ rubato dal suo gruppo di potere. Ma non si comprende bene quale sia l’evoluzione della protesta. Voci non verificate parlano di un diffuso sentimento di delusione per l’evolversi ambiguo della situazione, ma nulla di più è dato sapere.

In questo delicatissimo quadro internazionale il Palazzo italiano sta dando ancora una volta una pessima prova di sé. Si utilizzano gli eventi per fini di politica interna, cercando chi sia stato più o meno amico di Gheddafi, senza informare i cittadini che i ben disposti nei confronti di Mubarak, Ben Ali e Gheddafi sono stati rigorosamente bipartisan. Sul fronte dei migranti si elabora un terrorismo mediatico che inevitabilmente rafforza il già esteso razzismo e si minaccia l’incubo di un’invasione di ‘stranieri’ per motivi in parte strumentali, in parte per premere su Bruxelles ed ottenere dall’Unione soldi e sopratutto un riconoscimento politico della nostra politica ostile all’aiuto ai profughi.

Dall’Africa, forse, arriveranno persone alla ricerca di una vita migliore. Non certo le decine di migliaia previste dal governo e non tutti insieme. Ma sarebbe auspicabile che i media ed i partiti democratici vogliano raccontare ai cittadini i motivi che hanno portato al collasso di Egitto, Tunisia e Libia (fino ad ora). Per far comprendere come le responsabilità dell’Occidente, e quindi anche dell’Italia, siano parte non secondaria di una crisi che potrebbe cambiare l’assetto dell’intero pianeta.

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