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Ungheria, prove tecniche di regime

Autore: . Data: lunedì, 17 gennaio 2011Commenti (0)

Stretta autoritaria del governo che minaccia la libertà d’espressione. A Budapest insurrezione soft, ma è bene fare un passo indietro e tornare indietro di quasi un mese.

E’ il 20 dicembre, e il Parlamento di Budapest – uno degli edifici più magnificenti della mitteleuropa – è in giubilo: Fidesz, il partito conservatore che guida il governo dallo scorso aprile e che possiede i due terzi dei seggi della Camera unica ungherese, è riuscito a far passare una legge che, di fatto, darà all’esecutivo la possibilità di controllare il contenuto dell’informazione sui media magiari. La legge è stata approvata in fretta e furia e i numeri che il partito ha in Parlamento non ammettono possibilità di lotta da parte degli altri schieramenti, incluso quel partito socialista-liberale che ha governato il Paese negli ultimi otto anni, portandolo a un passo dalla bancarotta, e che alle elezioni ha preso appena il 19%.

Perché così tanta fretta per approvare una legge che, agli occhi ingenui di un cittadino ungherese, potrebbe sembrare non particolarmente urgente? Il primo gennaio è iniziato (ma l’inaugurazione ufficiale a Bruxelles è avvenuta solo il 6) il semestre ungherese alla guida dell’Unione Europea, un’occasione importante, unica, per dimostrare all’Europa, che ha accolto l’Ungheria appena sette anni fa, dopo un attento periodo di analisi del cambiamento politico-culturale dello Stato avvenuto in seguito al cambio di sistema politico-economico, che il Paese può, a tutti gli effetti, far parte dell’Ue, supportarne le politiche e rispettarne le leggi.

Fidesz è un partito che, nonostante il plebiscitario 56% ottenuto ad aprile, è molto contestato in patria per le sue tendenze autoritarie e antidemocratiche – oltre che per la sua alleanza programmatica con Jobbik, il partito ultranazionalista e xenofobo, per la prima volta in Parlamento – che tanti brutti ricordi evocano alla gente ungherese, neanche troppo anziana. Alcuni quotidiani, come il diffusissimo e autorevole Népszabadsàg – schierato a sinistra – lo criticano giornalmente, così come molte stazioni radio libere, cresciute come emittenti pirata durante gli anni del Socialismo e poi sviluppatesi come vere e proprie emittenti nazionali. Il rischio che Fidesz correrebbe, in un periodo di esposizione così forte e continuativa, davanti all’Europa, sarebbe quello di essere quotidianamente attaccato per le proprie tendenze illiberali, compromettendo l’immagine del Paese.

Viktor Orban, Capo dello Stato e massimo esponente del partito non poteva immaginare, però, che la scelta di tappare la bocca alla stampa avrebbe provocato il terremoto che sta avvenendo in queste settimane. Orban, come ricorda il cronista ungherese Péter Zihaly sul ‘Guardian’, negli anni Ottanta era il carismatico leader di un movimento giovanile che si batteva contro le restrizioni della libertà d’espressione, imposte dal governo socialista. Oggi, una ventina d’anni dopo, è il responsabile della più grossa svolta antidemocratica che il Paese ha conosciuto da quando ha adottato il nuovo sistema e della più grossa ondata di protesta popolare dai tempi della cortina di ferro.

Ma in cosa consiste, sostanzialmente, questa legge repressiva della libertà d’espressione? Il governo ha istituito un’autorità nazionale per i media e le comunicazioni, i cui membri sono nominati direttamente dall’esecutivo, che dal primo gennaio si occupa di vigilare sull’informazione e di punire la produzione di notizie squilibrate o “immorali”, pena una multa che va da 90.000 fino a 150.000 euro. Cifre che, rapportate alla realtà economica ungherese, comporterebbero la chiusura immediata della gran parte degli organi informativi locali.

Il governo ha “venduto” la legge ai propri cittadini più sprovveduti come una tentativo necessario di salvaguardare l’“ungheresità” della nazione, eliminando, ad esempio, dalle emittenti radiofoniche la pletora di musica straniera, per dedicare più spazio a quella nazionale; non solo, la legge – sempre secondo Fidesz – servirebbe a rigettare quel senso di tristezza e vergogna, tipicamente ungherese, eliminando da giornali e tabloid le notizie tragiche, il sangue e gli omicidi che quotidianamente ne riempiono le pagine.

Questa legge, però, in questo modo, concede al governo, in sostanza, mano libera sulla vita e la morte di notizie e emittenti, perché non è difficile immaginare che qualsiasi scusa (una notizia troppo sanguinosa, ad esempio)  potrebbe risultare efficace per chiudere la bocca a un giornalista scomodo. La maggioranza dei due terzi in Parlamento, inoltre, non si riflette nella costruzione dell’organismo di controllo, i cui membri sono stati interamente selezionati dal partito leader di governo, senza la benché minima consultazione pubblica – cosa che ha fatto arrabbiare moltissimo giornalisti, politologi e accademici ungheresi, riunitisi lo scorso 12 gennaio a Budapest per un convegno dal titolo “E’ davvero a rischio la libertà d’espressione in Ungheria?”.

Dopo i primi tumulti in patria, la legge – com’era lecito attendersi, data la sovraesposizione di cui l’Ungheria sta godendo per via della presidenza Ue – ha varcato i confini nazionali, per divenire una delle issue principali nell’agenda della Commissione e del Parlamento europeo, oltre che una delle notizie più importanti della sezione “esteri” dei maggiori quotidiani europei, anche italiani. Il giornale tedesco ‘Die Welt’ ha definito la legge uno “schiaffo in faccia” al popolo ungherese.

Con l’arrivo del nuovo anno, la vicepresidente della Commissione Ue, Neelie Kroes, ha inviato una lettera al Capo di Stato ungherese, in cui chiariva la posizione comunitaria, apertamente contraria al provvedimento. Il quotidiano ‘Népszabadsàg’ ha aperto il numero del 3 gennaio con una pagina bianca e la scritta, in ventiquattro lingue differenti, “La libertà di stampa muore in Ungheria”.

Ricevute le critiche della comunità internazionale, della Commissione Europea, dell’Api (Assocition de la Presse Internationale), Orban ha mutato atteggiamento. Se prima si era chiuso in se stesso – e nel suo partito – sostenendo che non vi fossero margini per mutare la legge, dopo i ripetuti appelli europei, l’opera di messa alla berlina del suo governo da parte di molti giornali comunitari e la possibilità, concreta, di vedere la propria presidenza Ue iniziare con il piede sbagliato, all’inizio di questo mese aveva aperto a eventuali modifiche in corso d’opera da apportare qualora l’analisi di cui il provvedimento è protagonista in questi giorni – da parte degli organismi internazionali – dovesse ravvedere alcuni punti in contrasto con le normative europee.

Nel dichiararsi aperto ad alcune variazioni, però, Orban aveva fatto presente come vi siano Paesi europei dotati di organismi simili a questo, oppure dove – come in Francia – l’esecutivo si occupa di nominare direttamente figure importanti dell’informazione nazionale, come il presidente di ‘France Television’. Orban aveva anche citato l’Italia, dove i membri dell’Agcom – autorità indipendente nelle intenzioni della Legge Maccanico del 1997 che le aveva dato i natali – sono scelti da Camera e Senato, mentre il Presidente è di nomina governativa.

Nel corso del convegno tenutosi il 12 gennaio, poi, il commissario del Consiglio d’Europa, con delega a media e comunicazione, il lettone Andris Mellakauls, aveva citato nuovamente l’Italia di “mr. Berlusconi” come esempio di antidemocraticità di alcuni provvedimenti, quale quello emanato dall’esecutivo lo scorso aprile, in occasione delle elezioni regionali, che di fatto bloccava, tappava la bocca con la forza, a tutte le voci dell’informazione, nel goffo e sleale tentativo di salvaguardare la par condicio. La citazione di Mellakauls aveva provocato l’ilarità generale del pubblico, a testimonianza del ruolo macchiettistico che l’Italia ricopre, a livello internazionale, a causa dei continui scandali e delle ricorrenti uscite fuori luogo del suo Premier.

Nel suo discorso inaugurale come Presidente dell’Ue, come detto, Orban aveva aperto alla possibilità di un compromesso sul provvedimento, per salvaguardare la buona riuscita del semestre di presidenza europea dell’Ungheria. Il Capo dello Stato aveva, poi, incontrato Barroso, recatosi a Budapest, che al termine dell’incontro aveva annunciato alla stampa: “Io ho piena fiducia nella democrazia e nello stato di diritto in Ungheria.  L’Ungheria è un paese democratico  che, in un passato non così lontano, ha conosciuto i regimi totalitari. Lo stesso Orban ha lottato contro il totalitarismo. L’Ungheria è un paese democratico ed è importante che non ci siano dubbi su questo”. E aveva concluso, sottolineando come fosse “davvero importante il fatto che il primo ministro sia pronto a considerare delle modifiche alla legge nel caso che la sua attuazione dimostri che ci sono dei problemi e che certe preoccupazioni sono giustificate”.

Negli stessi giorni, dopo il suo sbarco a Bruxelles, Viktor Orban aveva ricevuto la lettera di Martin Schulz, capogruppo dell’Alleanza dei socialisti e democratici del Parlamento Europeo e tristemente famoso alle cronache italiane per l’appellativo di “kapò” affibbiatogli da Berlusconi nel corso della sventurata conferenza di presentazione del semestre italiano alla guida dell’Europa, nel 2004. “La legge sui media adottata dal Parlamento nel suo Paese – ha scritto Schulz, secondo quanto riportato dal sito Peace Reporter – è al centro di una controversia internazionale  e, nello stesso tempo, è diventata anche un peso per la sua presidenza. Per questo le chiedo di ritirarla, in modo da avere più tempo per riflettere su una legge sui media nel suo Paese che sia in linea con le nostre regole e con i nostri valori comuni”. Solo così l’Ungheria farebbe “un passo avanti verso il successo della sua presidenza”.

All’interno delle mura del Paese ad ogni modo, la legge continua a far discutere moltissimo. E, mentre c’è una fetta di cittadinanza, un po’ bigotta e poco informata, che vi vede la soluzione ai mali atavici del Paese (scontentezza, tristezza e scarso orgoglio nazionale), una grossa porzione di popolazione sta tentando di ribellarsi. Come scrive l’arguto Zihaly sul ‘Guardian’, la storia contemporanea ungherese ci insegna che il suo popolo, dopo decenni di regime e di proibizioni, abbia assunto la naturale predisposizione a lottare per tutto ciò che gli viene proibito. Come una canzone, un giornale, il varco di un confine. Proibire qualcosa agli ungheresi equivale, quindi, a dar loro una ragione valida per combattere.

E, infatti, pochi giorni fa si è tenuta a Budapest una manifestazione pacifica che, nelle intenzioni degli organizzatori, sarebbe dovuta essere la più grande dai tempi della cortina di ferro. In realtà, la rabbia repressa dei cittadini di Budapest è rimasta tale perché il corteo, che ha intonato canti e portato striscioni, è andato pacificamente in giro per il centro della città, senza colori politici né l’intervento di alcun esponente dell’opposizione (troppo poco credibile qui, dopo gli otto anni di governo disastrosi, il Partito Socialista, poco rappresentativi gli altri).

La manifestazione era stata organizzata su Facebook, da un gruppo denominato “Un milione di persone per la libertà di stampa in Ungheria”, il quale aveva pubblicato il proprio manifesto “per una legge sui media che rispetti i diritti umani e costituzionali”. Il manifesto chiedeva l’esame di costituzionalità della legge (prima che Fidesz cambi, come ha intenzione di fare, la Costituzione), l’assicurazione dell’indipendenza politica dell’Authority istituita, l’abolizione della possibilità di multe sproporzionate a giornalisti e testate (il ricatto economico, come ben sappiamo in Italia, è un’arma palesemente antidemocratica), l’osservazione del diritto al segreto privato e professionale sulle fonti, il ripristino dell’indipendenza delle agenzie di stampa e consultazioni pubbliche che vedano l’intervento di organizzazioni di difesa della libertà di parola e dei diritti umani.

Le ragioni per combattere ci sono, anche se le nuove generazioni di ungheresi sembrano aver perso quella rabbia che aveva fatto dei giovani di questo Paese – Orban incluso – l’esempio per milioni di ragazzi degli altri Stati del Patto di Varsavia. Su uno striscione, ieri, c’era scritto “la nostra democrazia è troppo giovane per morire”.

Testo e foto di Giuseppe Colucci

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