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Il capitombolo della legge illegale

Autore: . Data: venerdì, 14 gennaio 2011Commenti (0)

L’ennesimo bonus salvaprocessi per Berlusconi è stato ritenuto parzialmente incostituzionale e comunque colpito ed affondato. E si scatena l’ira dei seguaci del premier.

“Siamo di fronte al rovesciamento dei cardini della nostra Costituzione e dei principi fondamentali di ogni ordine democratico”, ha tuonato il ministro della Cultura  e coordinatore del Pdl, Sandro Bondi. Ed ha aggiunto: “Oggi la Consulta ha stabilito la superiorità dell’ordine giudiziario rispetto a quello democratico, rimettendo nelle mani di un magistrato la decisione ultima in merito all’esercizio della responsabilità politica e istituzionale”.
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Bondi si riferiva alla decisione della Corte costituzionale che ha stabilito che in caso di ‘impedimento’ dell’imputato eccellente Berlusconi debba essere il giudice a stabilire se il motivo per il quale si vuole rinviare il processi sia un ostacolo reale o fittizio.

La legge era l’ennesimo tentativo di tenere lontano dalle aule giudiziarie il Cavaliere, che pur ritenedendosi ingiustamente perseguitato ed innocente da molti anni si rifiuta di comparire nei tribunali. La Consulta dopo mesi di attesa, pressioni indirette ma durissime da parte del centro destra e dopo aver rimandato la decisione per non farla coincidere con la recente mozione di sfiducia contro il governo, ieri al  termine di una lunga discussione ha deciso con 12 voti favorevoli e 3 contrari.

Il verdetto boccia la sostanza della legge ‘salva premier’ e reinterpreta alcune norme del provvedimento. Berlusconi ha sulle spalle tre dibattimenti importanti, il caso Mills e quelli Mediaset e Mediatrade. Se prima del giudizio della Corte Palazzo Chigi ‘autocertificava’ l’impedimento ed il giudice era obbligato a rinviare l’udienza fino a sei mesi, adesso a decidere sull’assenza saranno i magistrati.

La Consulta ha inoltre fornito una interpretazione del comma 1, ritenendolo legittimo solo se, nell’ambito dell’elenco di attività indicate come impedimento per premier e ministri, il giudice possa valutare l’indifferibilità della concomitanza dell’impegno con l’udienza,
nell’ottica di un ragionevole bilanciamento tra esigenze della giurisdizione, esercizio del diritto di difesa e tutela della funzione di governo, oltre che secondo un principio di leale collaborazione tra poteri.

Bocciato per “irragionevole sproporzione tra diritto di difesa ed esigenze della giurisdizione” (art. 3 della Costituzione) il comma 4 dell’art. 1 che prevede nello specifico quanto segue: “Ove la Presidenza del Consiglio dei ministri attesti che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge, il giudice rinvia il processo a udienza successiva al periodo indicato, che non può essere superiore a sei mesi”.

Il comma 3, rispetto al quale la Corte sarebbe intervenuta con una pronuncia ‘additiva’ , prevede che “il giudice, su richiesta di parte, quando ricorrono le ipotesi di cui ai commi precedenti, rinvia il processo ad altra udienza”.

Il comma 1, di cui la Consulta ha invece dato una interpretazione conforme alla Costituzione, prevede che per premier e ministri, chiamati a comparire in udienza in veste di imputati, costituisce legittimo impedimento “il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti”. A seguire, sempre il primo comma, elenca i riferimenti normativi riguardanti specifiche attività tra le quali, ad esempio, il consiglio dei ministri, la conferenza Stato-Regioni, impegni internazionali etc. Dopo questo elenco minuzioso, il comma 1 prevede che sono oggetto di legittimo impedimento le “relative attività preparatorie e consequenziali, nonché ogni attività comunque coessenziale alla funzioni di governo”.

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