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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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Cari lettori, ci risiamo

Autore: . Data: lunedì, 10 gennaio 2011Commenti (0)

Riprendiamo le pubblicazioni dopo le vacanze. Dovremmo essere riposati e sereni, ma non lo siamo.

Il 2011 è cominciato ed InviatoSpeciale ricomincia a raccontare il mondo ed il nostro Paese. Dopo quasi due settimane di fermo dovremmo avere molte cose sulle quali riflettere, una enorme quantità di notizie da commentare.

Il mondo moderno corre, va veloce, inventa ogni giorno innumerevoli spunti da suggerire ai lettori. Vediamo allora nel nostro più piccolo scenario nazionale cosa c’è da valutare di nuovo. Ma cosa c’è?

Marchionne, probabilmente orientato a lasciare l’Italia, ha rilanciato la più orrenda delle forme di contrattazione, quella della proposta con la pistola alla tempia. “Se volete continuare ad avere un lavoro – ha detto in sintesi il capo della Fiat agli operai – le mie condizioni sono non trattabili”. Prontamente Cisl e Uil hanno accettato, la Fiom-Cgil è scesa sul terreno di guerra ed è stato organizzato un referendum.

Gli antichi romani dicevano: “Cuius commoda eius et incommoda”, che vuol dire “chi trae vantaggio da una situazione, deve sopportarne anche i pesi”. Gli azionisti dell’azienda torinese dal nuovo contratto in via di applicazione trarranno sicuramente un vantaggio. Il contenimento dei diritti di rappresentanza e condizioni di lavoro più dure dovrebbero favorire gli utili e quindi i dividendi. E quali ‘pesi’ dovranno sopportare? Piccoli aumenti di stipendio per i lavoratori e la promessa che forse manterranno i posti di lavoro.

Non sembra proprio uno scambio alla pari, appare chiaro a chiunque abbia un minimo di obiettività. I dipendenti delle fabbriche Fiat, c’è da scommettere, voteranno a stragrande maggioranza per la soluzione proposta dal manager italo-canadese. Che dovrebbero fare d’altra parte, licenziarsi da soli?

Il contratto del chief executive officer (ceo) della Fiat prevede uno stipendio di tre milioni l’anno più un bonus variabile sui risultati. Nel 2009 è stato di 4,7 milioni. Il supermanager ha anche 10 milioni di stock option, il cui valore dipende dai prezzi del titolo Fiat. Al momento, per effetto dell’ottima performance delle azioni, le opzioni valgono un premio di 100 milioni di euro, pari allo stipendio di un anno di circa 6.400 operai del Lingotto. Sono le regole del capitalismo, diranno alcuni, per cui non bisogna indignarsi.

Tre giorni fa il leader del Pd e dell’opposizione ha proposto per questo nuovo anno una grande battaglia perchè “l’Italia non può più accettare di essere narcotizzata dal chiacchiericcio politicista e da un divario fra politica e società che accumula sfiducia e passività”, aggiungendo che si deve avviare la “riscossa” italiana attraverso una “riforma repubblicana” ed un “patto per la crescita”.

Per evitare il ‘politichese’ il segretrio ha spiegato che “il campo del governo è stato occupato da una salda complementarietà di berlusconismo e leghismo, nati entrambi da una fase di forte discredito della politica e di cronica debolezza delle istituzioni”, sostenendo che i guai nazionali sono basati “su problemi antichi e precedenti a Berlusconi”, anche se “nell’ultimo decennio i problemi non hanno avuto rimedio”, ma anzi “si sono disastrosamente aggravati”.

Fin qui ovvietà da bar dello sport, alle quali però, si sono aggiunti dati arcinoti. Ha teorizzato Bersani: “Restiamo fra i più ricchi Paesi del mondo, ma perdiamo rapidamente posizioni”. “Non c’è paragone in Europa – ha insistito – con una velocità impressionante il Sud si allontana dal Nord e il Nord si allontana dall’Europa. Nella percentuale di crescita accumulata nell’ultimo decennio, siamo agli ultimissimi posti nel mondo”. “Galoppa la disoccupazione giovanile e nelle stime Ocse l’Italia contende l’ultimo posto della classifica a Malta sul fronte dell’occupazione femminile – è andato avanti il leader del Pd -.  Avviciniamo Norvegia e Danimarca a livello di pressione fiscale, ma perdiamo 10 miliardi di euro rispetto al 2007 in termini di incassi dell’Iva, seppure e fronte di un aumento dei consumi”. Quindi il segretario ha ricordato la voragine del il debito pubblico, che è salito negli ultimi tre anni dal 104 per cento al 118. “Quanto al futuro non c’è previsione che non indichi uno scenario di sostanziale stagnazione, con una crescita potenziale inferiore alla metà di quella dei principali Paesi europei”, ha proseguito.

Così Bersani ha chiamato alla lotta tutti quelli che sono consapevoli “dell’emergenza”, invitandoli a prendersi le proprie “responsabilità” e a “suscitare una riscossa che mobiliti le energie e le risorse economiche, morali e civili di cui il Paese dispone”. Rivolgendosi alle altre forze di opposizione del centro sinistra il leader ha concluso: “Qui si parla di un nuovo patto fondamentale in campo economico e sociale su terreni fondativi come quelli della fiscalità e delle relazioni sociali. E’ questa la ragione profonda di un appello che vuole coinvolgere forze progressiste e moderate”. “Discutiamo di una piattaforma essenziale, di una riforma repubblicana che parli di federalismo, di legge elettorale, di informazione, di conflitti, di interesse, di giustizia per i cittadini” e “discutiamo di una questione sociale e di un grande patto per la stabilità e la crescita fatto di vere riforme”. E’ su una simile piattaforma, conclude, che “il Pd sta lavorando, ed è questa la proposta che avanzerà nelle prossime settimane”.

La demagogia è una delle malattie più diffusa nel nostro Paese e non vorremmo correre il rischio di praticarla, ma Bersani come pensa di avvicinare i 6.400 operai del Lingotto al proprio ceo? E come immagina la ‘crescita’? I diritti, infine, in una situazione di ‘emergenza’, possono essere ‘contenuti’ per raggiungere l’obiettivo della ‘salvezza’?

Se a nostro parere queste domandine non trovano risposta credibile, sul fronte del governo il presidente del Consiglio continua nella sua permanente attività di distrazione di massa, attaccando giudici, comunisti in verità invisibili, nemici veri o supposti, ecc. Intanto aspetta l’ennesima sentenza della Corte costituzionale sull’ennesimo provvedimento preso per salvarlo dai processi e si prepara in caso di risultato infausto ad elezioni anticipate. Bossi, infine, lancia ultimatum sul federalismo, misteriosa ricetta che dovrebbe ‘cambiare tutto’, ma che in realtà moltiplicherà ancora i centri di potere, permettendo nuove informate di raccomandati e raccomandazioni.

Ma l’impressione complessiva è che nulla sia accaduto in queste settimane. Salvo il peggioramento del tasso di inflazione e la sempre maggiore precarietà del lavoro. Insomma, mentre la tempesta infuria i capitani ascoltano la musica dell’orchestrina e neppure accennano a voler cambiare registro.

Roberto Bàrbera

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